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Sviluppi e fratture della crisi kazaka – intervista a Paolo Sorbello

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A fronte dell’evoluzione della situazione in Kazakistan, dove da giorni si registrano scontri e violenze che hanno portato alle dimissioni del Governo presieduto da Asqar Mamın e all’apertura di un grave crisi politica che vede in queste ore l’intervento della CSTO, Geopolitica.info ha incontrato Paolo Sorbello, assegnista di ricerca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, membro dell’OACC e corrispondente da Almaty di varie testate internazionali. Per quanto stabilizzata, la condizione della grande repubblica centroasiatica resta sospesa, l’intervento della CSTO ha segnalato tutta la gravità delle proteste, che in poco tempo si sono diffuse in tutto il paese, con decine di morti e più centinaia di feriti tra i manifestanti e le forze di sicurezza secondo fonti ufficiali, cui è necessario aggiungere i circa 3000 arresti delle ultime ore.

Le proteste iniziate nei primi giorni dell’anno a causa di un aumento esponenziale dei prezzi GPL nella regione di Mangistau, in Kazakhstan, stanno sfociando in vere e proprie rivolte, con conseguenti repressioni da parte delle forze governative. Si registrano già i primi morti, in una situazione che non sembra poter essere risolta con semplici accordi tra parti. Cosa rivela questo risentimento popolare? La crisi del gas è la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso pieno di insoddisfazione popolare?

Il risentimento popolare nell’ovest del Paese al rincaro dei prezzi del Gpl ha trovato terreno fertile e solidarietà in tutti gli altri centri urbani del Kazakhstan. Il motivo è da rintracciare nel sentimento di povertà ed esclusione che da anni trapela dalla popolazione. Non importa che ad Almaty o a Nur-Sultan non usino Gpl come carburante auto: in tutto il Kazakhstan si è diffuso una voglia di ribellarsi al sistema di ingiustizie che la leadership ha costruito nel corso di tre decenni.

L’ex presidente Nazarbayev, che, pur avendo lasciato la carica di presidente ora occupata da Tokayev, è rimasto finora in qualche modo all’interno della vita politica kazaka – era infatti a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, un’istituzione da lui stesso creata – è stato dimissionato dal suo ruolo. I cittadini stanno abbattendo alcune statue a lui dedicate: sono segnali di cambiamento e, soprattutto, di volontà popolare di cambiamento? O sono solo atti, appunto, simbolici che sono destinati semplicemente a rappresentare materiale per la stampa internazionale?

La popolazione kazaka chiede cambiamento da anni, vista l’impostazione autoritaria del regime kazako, che ha eliminato sia le opposizioni sia i sindacati indipendenti. Non essendoci un’alternativa concreta, la popolazione era suscettibile a reagire a certi tipi di cambiamenti nell’ambito socioeconomico. Le svalutazioni della valuta, la riforma agraria, la nomina di Tokayev come successore di Nazarbayev e, in ultimo, la riforma del sistema pensionistico sono state tutte decisioni fallimentari della leadership che hanno provocato e radicato un’insoddisfazione diffusa tra la popolazione. Il fatto che le statue vengano abbattute è un mero simbolo della frustrazione, ma le proteste di piazza e gli scioperi sempre più numerosi nello scorso decennio sono una prova ancora più tangibile della mancanza di legittimità della leadership.

Il presidente Tokayev, dopo aver sciolto il governo, ha chiesto l’intervento del CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva), di cui fa parte la Russia, per arginare le proteste. Sembra che militari russi (e armeni) si stiano dirigendo verso il Paese centroasiatico: ci dobbiamo aspettare “una nuova Bielorussia” o il livello di sviluppo democratico del Kazakhstan – per quanto, chiaramente, limitato – permetterà di evitare una chiusura del Paese?

L’intervento del CSTO è uno spartiacque nella storia del Kazakhstan indipendente. Il fatto che Tokayev abbia chiesto un aiuto straniero per sedare una rivolta urbana – per quanto si sia poi giustificato con l’affermazione riguardo l’intervento di forze terroristiche dall’estero – apre un periodo di dipendenza diretta tra il suo regime e i Paesi CSTO, in primis la Russia. Il presidente russo Vladimir Putin adesso può fregiarsi di essere il “difensore” del regime di Tokayev e quindi potrà pretenderne l’acquiescenza. Nel futuro prossimo, data la mancanza di legittimazione interna del regime di Tokayev, ci si attende una chiusura volta a ricostruire le alleanze tra le vecchie élite rimaste e i nuovi volti del potere che emergeranno. Durante questo periodo di chiusura, la libertà di espressione e di stampa subiranno ulteriori pressioni. Nel recente passato sono emersi diversi strumenti in mano alle forze di sicurezza nel soffocare i media e la società civile e nel periodo successivo alla crisi di piazza si dovrebbero registrare nuove restrizioni. Con la chiusura quasi totale delle connessioni internet e di rete telefonica per oltre tre giorni, il regime sta già dimostrando al popolo di avere ben salda la presa sui sistemi di comunicazione.

È possibile fare una previsione su se e come questa crisi influenzerà i rapporti tra Unione Europea e Russia?  Il Kazakhstan è notoriamente un Paese in bilico tra diverse potenze (UE, Russia, Cina, Turchia), perciò è plausibile aspettarsi che l’attuale situazione non abbia ripercussioni solo a livello sub-regionale, ma per lo meno macro-regionale. Ci possiamo aspettare reazioni dirette da parte dei cittadini degli altri Paesi centroasiatici?

A livello geopolitico, se la situazione si dovesse stabilizzare e Tokayev dovesse emergere vincitore, cambierà poco. Tutte le grandi e medie potenze vicine e lontane hanno dimostrato di voler mantenere i propri ruoli storici nei confronti del Kazakhstan. In Occidente, Unione Europea, Gran Bretagna e USA hanno espresso la solita “preoccupazione” per gli scontri, ma non sono andati oltre la condanna delle violenze. Da Pechino, la Cina ha fatto capire di accettare la narrativa russa e di schierarsi contro un possibile stato di caos. La Russia, sulla carta, è intervenuta in aiuto di un Paese vicino e amico. Non ci sono stati sconvolgimenti che possano anche sconfinare in altri Paesi della regione. Se e in qual misura la protesta contro la disuguaglianza e l’ingiustizia possa essere replicata nel vicino Uzbekistan o in Kyrgyzstan è difficile da prevedere.

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