Crisi istituzionale in Algeria: il coronavirus si rivela il miglior alleato del Pouvoir

A poco più di un anno dalla deposizione dello storico presidente ‘Abdelaziz Bouteflika, il Pouvoir algerino sembra non aver ancora trovato una soluzione definitiva alla profonda crisi istituzionale che dallo scorso febbraio attanaglia il Paese. 

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L’elezione del nuovo capo di Stato Abdelmaǧīd Tebboune, fortemente osteggiata dal popolo, è stata solo l’ultimo di una serie di cambiamenti di facciata che hanno permesso al regime di preservare il proprio potere, realizzando l’ennesima conferma di uno status quo invariato da ormai troppi decenni. In questo contesto, i divieti introdotti per contenere il coronavirus potrebbero fornire al regime quel pretesto che aspettava per poter finalmente mettere a tacere le ininterrotte manifestazioni contro il Sistema. Che la pandemia sia il vaccino migliore contro le proteste popolari?

“Aprile è il mese più crudele” recitava T. S. Eliot e, per il Pouvoir algerino, lo è stato veramente nel 2019. La candidatura di Bouteflika per quello che sarebbe stato il quinto mandato consecutivo, infatti, ha provocato un’accesa reazione tra gli algerini che, da allora, ogni settimana si sono riversati puntualmente nelle piazze delle maggiori città, dando vita a un pacifico e costante movimento di protesta contro tutti i simboli del regime. Se nell’aprile 2019 le strade algerine venivano invase da manifestanti in festa per le neo-annunciate dimissioni dello storico Presidente, che avevano fatto sperare in un reale ricambio ai vertici del Paese, a un anno di distanza lo scenario è decisamente mutato in favore della storica élite al potere. Le misure adottate lo scorso 17 marzo per contenere la diffusione del covid-19, infatti, hanno segnato inevitabilmente la fine delle contestazioni, costringendo l’Ḥirāk a sospendere, almeno per il momento, il puntuale appuntamento del venerdì. 

Nel continuo braccio di ferro tra Pouvoir e civili si inserisce quindi un terzo elemento, la pandemia, che potrebbe rivelarsi uno strumento perfetto per dare il colpo di grazia a un movimento popolare che, nonostante la grande perseveranza dimostrata finora, all’atto pratico non è riuscito a intaccare l’enorme potere del regime algerino. Ripercorrendo le tappe salienti dell’attuale crisi istituzionale, infatti, risulta evidente come dietro ai cosiddetti successi realizzati dall’ Ḥirāk si nasconda sempre un particolare interesse della classe dirigente. È il caso, ad esempio, delle dimissioni di Bouteflika, a lungo richieste dal popolo ma, di fatto, concretizzatosi solo dopo le pressioni dell’esercito e l’invocazione dell’art. 102 da parte dell’ex capo di stato maggiore Gaid Ṣalāḥ. Allo stesso modo si ricorda l’arresto di numerosi esponenti dell’entourage Bouteflika, ufficialmente mirato a soddisfare le richieste degli algerini, ma in realtà parte integrante del tentativo di delegittimazione della classe politica messo in atto dall’esercito per accrescere la propria influenza. A più di un anno dallo scoppio dei primi moti di protesta, quindi, le numerose spinte antisistema non sembrano aver messo realmente in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese, ancora fortemente centrato nelle mani della classe dirigente. Se, da un lato, le contestazioni popolari hanno avuto l’indiscutibile merito di portare alla luce gli evidenti limiti del Pouvoir algerino, da sempre incapace di avviare un effettivo rinnovamento tra le sue fila, dall’altro, però, quest’ultimo si è mostrato ancora una volta in grado di superare le fratture al proprio interno riconfermando quel ruolo determinante che, nella storia dell’Algeria indipendente, non ha mai realmente perso. 

In questo contesto, l’arrivo provvidenziale del coronavirus sembra aver regalato al regime un’opportunità unica per giustificare l’ennesima stretta autoritaria in termini di difesa della comunità. Mentre la preoccupante diffusione del covid-19 metteva in ginocchio anche i grandi della Terra, costringendoli a volgere lo sguardo verso le proprie problematiche interne, il regime algerino si preparava silenziosamente a sferrare l’attacco decisivo. Il divieto di assembramenti imposto a fine marzo, infatti, è stato seguito da un’ondata di arresti arbitrari che hanno interessato numerosi esponenti del movimento popolare. Al contempo, la censura si è abbattuta sulle nuove modalità di protesta online organizzate dagli attivisti nelle ultime settimane per far fronte all’inaspettata situazione d’emergenza. Con gli oltre 3000 casi positivi registrati, infatti, l’Algeria si inserisce attualmente tra i Paesi africani più colpiti dalla pandemia.  Alla grave situazione sanitaria si aggiungono, inoltre, le crescenti difficoltà economiche legate al crollo dei prezzi del greggio, da sempre il vero tallone d’Achille dell’economia algerina. In tal senso, è innegabile che la ridistribuzione dei proventi del petrolio sotto forma di utili sociali si sia rivelata l’arma vincente della classe dirigente nei periodi di maggiore criticità. Posto di fronte al bivio “pane” o “libertà”, infatti, per anni il popolo algerino si è visto costretto a chiudere gli occhi di fronte alle violazioni e ai giochi di potere dell’élite. D’altra parte, però, la forte dipendenza da un mercato volubile come quello dell’energia ha dato vita a un equilibrio estremamente fragile che non ha tardato a mostrare tutti i suoi limiti, anche nel corso dell’attuale crisi istituzionale. Un sistema che “galleggia” sul petrolio, infatti, rischia inevitabilmente di annegare. E mentre l’economia algerina lentamente affonda, il Pouvoir sembra aver trovato ancora una volta il modo di rimanere a galla.   In conclusione, mentre l’epidemia mette in ginocchio l’economia del Paese, inasprendo una crisi presente da tempo, il Pouvoir si dice pronto a “difendere” la propria Nazione, soffocando, ancora una volta, le richieste del suo popolo.

L’atteggiamento repressivo delle ultime settimane nei confronti di una protesta che non ha mai perso il proprio carattere pacifico, infatti, ha lanciato un chiaro messaggio: il regime non accetterà alcuna tregua. Se lo scorso aprile a quest’ora le strade di Algeri si coloravano delle speranze e delle bandiere di un popolo in festa, a un anno di distanza quei momenti sembrano ormai un ricordo lontano.  Mentre gli attivisti algerini compiono gli ultimi disperati tentativi di salvare un movimento già sconfitto in partenza, il Pouvoir, che ora ha dalla sua parte anche l’emergenza sanitaria, si prepara a celebrare l’ennesima vittoria.