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Crisi in Tunisia: cos’è successo e quali sono gli scenari possibili?

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Dal 2011 l’esempio tunisino e la resilienza della democrazia hanno annullato in parte tutte quelle teorie che etichettano il mondo arabo come “incapace” di darsi un governo democratico, dando allo stesso tempo un filo di speranza agli altri paesi arabi che ancora oggi vivono sotto forme di governo diverse. Per molto tempo la Tunisia ha dimostrato che l’alternativa ai regimi dittatoriali non è il caos totale, come invece è avvenuto nella vicina Libia. Tuttavia, negli ultimi mesi tale esperienza sembra essere a rischio e gli eventi della notte tra il 25 e il 26 luglio portano alla luce quelle che sono le criticità e le debolezze del paese nordafricano.

Nella tarda serata del 25 luglio è iniziato quello che in molti stanno definendo un “colpo di stato” da parte del presidente tunisino Kais Saied, ancora in corso e dall’esito per nulla prevedibile. Il presidente della Repubblica, dopo una riunione di emergenza con alti funzionari dell’esercito e dell’apparato di sicurezza, ha deciso di sospendere il parlamento, congelandolo per 30 giorni, ha revocato l’immunità a tutti i parlamentari, ha destituito il premier Hichem Mechichi e ha assunto la presidenza dell’esecutivo per 30 giorni. Tali decisioni vengono giustificate dall’attivazione dell’articolo 80 della Costituzione, in base al quale “in caso di pericolo imminente che minacci le istituzioni della Nazione e la sicurezza e indipendenza del paese e ostacoli il regolare funzionamento dei pubblici poteri, il presidente della Repubblica può adottare le misure richieste da tale situazione eccezionale”. Non è molto chiaro quale sia il pericolo per il sistema paese addotto dal presidente Saied (egli ha fatto riferimento al collasso dei servizi pubblici e all’aggravarsi delle proteste popolari), tenendo presente che una decisione di tale portata andrebbe “controllata” allo scadere dei 30 giorni dalla Corte Costituzione (così come previsto dalla Costituzione tunisina: “in qualsiasi momento, trenta giorni dopo l’entrata in vigore di tali provvedimenti, e su richiesta del Presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo o di trenta membri di detta Assemblea, la Corte Costituzionale è adita al fine di verificare se la situazione eccezionale persiste. La decisione della Corte è pronunciata pubblicamente entro un termine non superiore a quindici giorni”). Tale organo ad oggi non è stato costituito a causa dello stallo politico che ha caratterizzato il paese negli ultimi anni e che non ha permesso la nomina dei 12 giudici che ne avrebbero dovuto far parte.

La notizia della decisione di Saied è arrivata in un giorno molto particolare, il 25 luglio, 64° anniversario della proclamazione della Repubblica. In molte città erano in corso manifestazioni di protesta contro il governo, il sistema di potere e la cattiva gestione della pandemia. A Tunisi, i manifestanti si sono radunati davanti al parlamento, gridando slogan contro il partito islamico Ennadha e il premier Mechichi e chiedendo lo scioglimento del parlamento; attacchi contro il partito islamico si sono registrate anche in altre città come Gafsa, Monastir, Susa e Tozeur. Probabilmente, proprio il riaccendersi delle proteste e la marcata impostazione anti-governativa di queste ha spinto Saied ad accelerare i tempi e a optare per la forza. Una decisione subito contestata da più parti, soprattutto perché le modalità di azione del presidente sono state viste da molti come una violazione della Costituzione stessa. Una decisione di tale portata va presa, recita la Costituzione, dopo aver “sentito il parere del Capo del Governo e del Presidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo e dopo averne informato il Presidente della Corte Costituzionale”. Così non è stato. Alcuni membri del Parlamento hanno provato a entrare in assemblea, ma sono stati bloccati dai militari schierati. Tra questi figurava anche il presidente del Parlamento Rached Ghannouchi, cofondatore e leader del partito Ennadha, che ha definito la mossa di Saied come un chiaro colpo di stato.

Tali eventi si inseriscono in un quadro di per sé già segnato. Gli scorsi mesi sono stati caratterizzati da un ulteriore aggravarsi dello stallo politico e della crisi economica. Inoltre, nelle ultime settimane si è assistito a un netto peggioramento della situazione sanitaria causata dall’aumento esponenziale del numero di contagi di covid-19: alla data odierna sono 18.000 i morti e solo il 7% della popolazione è stato vaccinato.  

La decisione di Saied apre a possibili scenari di forte instabilità i cui risvolti politici e istituzionali dipenderanno soprattutto dai tempi di riattivazione o meno del Parlamento E’ difficile immaginare cosa accadrà nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Queste alcune ipotesi:

  1. un aggravarsi delle proteste e della violenza in strada: i gruppi sostenitori del presidente e quelli di Ennahda si mobilitano nelle strade del paese, portando a scontri violenti che potrebbero attirare le forze di sicurezza e annunciare un periodo di instabilità o provocare una presa del potere militare;
  2. il presidente Saied nomina un nuovo premier per gestire la grave crisi sanitaria ed economica e ripristina il Parlamento trascorsi i 30 giorni;
  3. Saied consolida il controllo su esercito e apparati di sicurezza, rinviando a data da definirsi un ritorno all’ordine costituzionale e di fatto consegnando il paese agli anni antecedenti al 2011;
  4. il presidente usa la crisi avviata per ottenere l’accordo costituzionale desiderato e gli oppositori politici accettano il compromesso.

A prescindere da quale sarà l’esito, gli eventi delle scorse ore hanno provocato un forte sisma nel paese nordafricano, dove la situazione era già abbastanza delicata. Lascia l’amaro in bocca vedere che a dieci anni da quello che era iniziato come un processo democratico inclusivo, oggi la Tunisia debba fare i conti con un possibile ritorno al passato. Infine, importante sarà monitorare le conseguenze che un evento di questo tipo potrà avere sui paesi vicini e sulla regione intera.

Mario Savina
Geopolitica.info

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