Crisi in Nicaragua. Studenti e cattolici guidano la rivolta

Il Nicaragua è scosso da una profonda crisi. Negli ultimi mesi c’è stata un’involuzione violenta nel governo del presidente Daniel Ortega. Le rivolte, scoppiate lo scorso aprile e duramente represse, sono iniziate quando il Fronte Nazionale di Liberazione Sandinista ha deciso di modificare il sistema previdenziale incrementando le tasse allo scopo di arginare la crisi finanziaria.

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L’escalation di violenza non si è conclusa nemmeno quando, il 16 giugno, un’intera famiglia è stata bruciata nella sua abitazione durante una rappresaglia delle truppe paramilitari a cui non era stato dato il permesso di entrare e dunque di sfruttare la casa come postazione per sparare sulla folla. Le turbas – così sono chiamate le milizie – operano con il beneplacito delle regolari forze di polizia, nonostante Ortega, in un’intervista rilasciata all’emittente Fox News, abbia negato il suo coinvolgimento nel finanziamento delle stesse, attribuendolo invece a trafficanti di droga o ad avversari politici, favoriti dai disordini interni.

Leonardo Boff, sostenitore della causa sandinista, oggi presidente del centro di difesa dei diritti umani di Petropolis, in Brasile, si è dichiarato “perplesso per il fatto che un Governo che ha guidato la liberazione del Nicaragua, possa imitare le pratiche dell’antico dittatore. Il potere esiste non per imporsi sul popolo, ma per servirlo in giustizia e pace”. Ortega, infatti, nel corso degli ultimi mesi, è stato paragonato più volte e da più voci, nelle pratiche autoritarie e repressive, ad Anastasio Somoza Debayle, presidente deposto nel 1979 dalla rivoluzione sandinista, ultimo della famiglia Somoza ad assumere la carica. Rosario Murillo, vicepresidente del governo nicaraguense nonché moglie di Ortega, al contrario, in un’intervista, ha rimproverato ai dimostranti di voler distruggere la pace costruita dal governo in Nicaragua, paragonandoli a vampiri che necessitano di sangue per nutrire le proprie agende politiche. Entrambi sono stati accusati dai manifestanti di voler instaurare una dittatura familiare.

Negli scorsi giorni, durante l’intervista divulgata dall’emittente Fox News, il presidente Ortega ha dichiarato che la settimana è stata priva di disordini e di non avere intenzione di ricorrere alle elezioni anticipate, richieste a gran voce dalla popolazione nicaraguense. Nella stessa intervista ha inoltre ribadito l’assenza di attacchi contro le chiese e il clero. Tuttavia, secondo il mons. Carlos Avilés Cantón, vicario generale dell’arcidiocesi di Managua e consigliere della Commissione per il dialogo nazionale, le affermazioni di Ortega non corrispondono a verità. Si susseguono cortei e manifestazioni di studenti e famiglie intere e i moti da Managua si sono diffusi nelle principali città del Paese, da León a Estelí, a Masaya, Matagalpa e Bluefields. L’incendio di alcuni edifici appartenenti all’Università di León è stato imputato ufficialmente a dei vandali, mentre i manifestanti hanno incolpato i simpatizzanti del governo, che avrebbero appiccato il fuoco allo scopo di giustificare le crescenti misure repressive. Le vittime degli scontri pare abbiano raggiunto le 449 unità.

Fig. 1 Uno degli Alberi della Vita abbattuti dai dimostranti, divenuti simbolo della rivolta

Tra continue contraddizioni nelle dichiarazioni rilasciate dalle diverse fazioni, si susseguono le violenze. Un giornalista è stato ucciso in diretta Facebook e secondo quanto riportato dal The Guardian dei cecchini sono stati posizionati nello stadio di Managua per poter sparare contro i dimostranti rifugiati nella vicina cattedrale. Affiancato alle proteste guidate dagli studenti, particolarmente deciso è lo schieramento della comunità cattolica, in una costante produzione di lettere e richieste da parte dei vescovi locali, a cui ha fatto eco una dichiarazione di Papa Francesco per la fine delle violenze. Altrettanto decisa è la repressione autoritaria adottata nei confronti di questi manifestanti. Augusto Gutiérrez, parroco di Monibó, presso Masaya, ha dichiarato all’emittente radiofonica spagnola COPE: “Abbiamo ricevuto minacce di morte perché dicono che siamo i responsabili di questa situazione, ma siamo stati in pubblico perché ciò che il governo di Daniel sta facendo è ingiusto. Questo è un genocidio perché non c’è altro nome per questo”.

La Chiesa cattolica si è inoltre proposta come mediatrice del dialogo tra il governo Ortega e i manifestanti che, intrapreso a maggio, si è tradotto per il movimento studentesco nella sola negoziazione delle dimissioni del presidente, nella ferma convinzione dell’inesistenza di soluzioni alternative. Ortega, tuttavia, sostenendo che il Paese sprofonderebbe nell’anarchia, non ha mai annunciato di voler rinunciare all’incarico. Al contrario, ha accusato gli studenti, in quanto gruppo maggiormente impegnato nelle rivolte, di essere manipolati da fazioni politiche avverse al governo e di avere dei criminali infiltrati tra loro. Gli studenti, invece, accusano Ortega di aver instaurato un dialogo di sola facciata da presentare ai media internazionali, mentre in Nicaragua soprusi e violenze continuano ad essere perpetrati.