Crisi in Bielorussia. Adesso? Dialogo con Giorgio Cella

Da diversi giorni la Bielorussia è attraversata da proteste. La vittoria del Presidente Aleksandr Lukashenko, che guida il paese dal 1994, è stata accolta con contestazioni e accuse di brogli e falsificazione del voto da parte dell’opposizione e dalla sua attuale leader, fuggita in Lituania per evitare la repressione dal governo di Minsk, Svjatlana Cichanoŭskaja. L’UE si è mossa minacciando sanzioni mentre la Russia, per voce del Presidente russo Vladimir Putin, si è congratulata con Lukashenko e ha offerto a Minsk supporto politico e militare se fosse necessario.

Crisi in Bielorussia. Adesso? Dialogo con Giorgio Cella - Geopolitica.info

Per comprendere la delicata situazione bielorussa Geopolitica.info/Faro Atlantico ha contattato Giorgio Cella Ph.D presso l’Università Cattolica di Milano, analista per la NATO Defense College Foundation e collaboratore di Limes.

Dott.Cella la ringraziamo per il suo tempo. Le attuali contestazioni in Bielorussia hanno colto di sorpresa tutti i principali attori coinvolti. Né la Russia né gli Stati Uniti o l’Unione Europea si aspettavano di dover gestire una situazione tanto complessa ed esplosiva. Come si sono posti finora questi attori rispetto alla crisi bielorussa e quanto ognuno avrebbe da perdere qualora Lukashenko dovesse effettivamente cadere?

Se è vero che nei fatti i tumulti in Bielorussia, a seguito della ennesima vittoria elettorale con i consueti consensi bulgari dell’autocrate Lukashenko abbiano preso un po’ tutti i principali attori geopolitici di sorpresa – anche a causa della situazione eccezionale dovuta alla pandemia globale Covid19 e alle relative ripercussioni economiche – è possibile sostenere che nella comunità degli analisti erano già emersi i segnali che qualcosa potesse seriamente incrinarsi. Nei mesi precedenti a quest’ultima controversa tornata elettorale infatti, vari eventi e dinamiche hanno segnalato una incipiente situazione di crisi per il Paese slavo. Dalla mancata concretizzazione dell’annoso progetto sul Trattato sull’Unione – un piano dal retrogusto sovietico per una progressiva unione economico-politico-sociale tra le due nazioni firmato nel lontano ’96 da El’cin e lo stesso Lukashenko – ai giri di valzer di quest’ultimo che, se da un lato ha sempre tenuto un classico rapporto di manifesta vicinanza alla Russia (da El’Cin, a Putin), ha dall’altro cominciato un avvicinamento  all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare, abbozzando così una difficile politica d’equilibrio che mitigasse la pervasiva influenza russa. L’ultima opaca questione dell’arresto degli operativi della Wagner su suolo bielorusso ne è un ulteriore prova. Se a questi elementi si aggiungono i ventisei anni consecutivi di potere del leader bielorusso, è evidente come la situazione fosse prossima a qualche tipo di instabilità.

Nei rapporti tra Mosca e Minsk però, aldilà dei colpi di teatro della campagna elettorale, vi sono dei legami strutturali che narrano la cifra della dipendenza verso Mosca, e che riguardano i cardini del sistema paese: il commercio, le forniture energetiche e quelle degli armamenti. Pilastri che difficilmente, anche in un eventuale cambio di leadership, svaniranno o subiranno drastici mutamenti. Inoltre, sarebbe anche il caso di ricordare come Minsk, nella sua veste di Svizzera dell’Europa Orientale, con una vocazione alla diplomazia e alla neutralità, sia stata – tramite agevolazione russa – anche teatro di diversi negoziati diplomatici relativi a varie crisi esplose nel mondo post-sovietico, come ad esempio, ironia della sorte, per la vicina Ucraina.

Per Mosca l’eventuale rimozione di Lukashenko sarebbe pesantemente negativa, la perdita dell’influenza sulla Bielorussia sarebbe invece inaccettabile. Le ragioni sono semplici. Si trovano proprio in Bielorussia due basi militari (in leasing) strategicamente vitali per tutto il suo sistema di difesa e la sua potenza bellica, marittima, terrestre ed aerospaziale. Mi riferisco evidentemente al 43° Centro di Comunicazione per le forze navali, che trasmette ordini ai sommergibili nucleari operanti in varie aree del globo, e alla Stazione Radar Volga che consente di monitorare e tracciare con precisioni le traiettorie dei missili balistici in volo e degli oggetti spaziali. Inoltre, la Bielorussia rappresenta, più in generale, per Mosca quella storica area strategica, l’ultima rimasta, che la separa dalla massa occidentale euro-atlantica, così come lo era l’Ucraina. Paradossalmente, la stessa prospettiva, ma con interessi strategici diametralmente opposti, occorre per Varsavia, che, sin dai tempi del Commonwealth polacco-lituano, aveva individuato nelle terre rutene quella prioritaria fascia di sicurezza difensiva in chiave antirussa.

Per l’Occidente – specificamente più per Stati Uniti e per taluni Paesi dell’Europa centro-orientale e per i Baltici – la rimozione di Lukashenko sarebbe da un lato ben vista in quanto farebbe intravedere, sul medio-lungo termine, una possibile integrazione di Minsk nel sistema euro-atlantico e un completamento ulteriore del controverso processo di espansione dell’Alleanza Atlantica ad est, ma dall’altro potrebbe anche tramutarsi in un ennesima polveriera dell’area post-sovietica, fonte di costante instabilità più o meno grave. Scenario non certo ideale né auspicabile, se sommato a tutte le varie problematiche legate alla pandemia globale Covid19. 

Aleksandr Lukashenko sembra aver aperto a nuove elezioni, ma solo dopo una revisione della costituzione bielorussa, come possiamo valutare questa scelta? Potrebbe essere l’inizio di una transizione di potere?

Rebus sic stantibus, mentre ci parliamo, le redini del sistema interno di potere sembrano essere ancora legate al regime. Prova di ciò è l’inchiesta relativa alla creazione del Coordination Council per mano dei vertici delle opposizioni, annunziata lo scorso 21 agosto, da parte del procuratore generale Alexander Konyuk, definito come un “atto anticostituzionale che mina la sicurezza nazionale bielorussa”. È dunque presto per poterfare previsioni precise su questo fronte. L’opzione dell’annunciata riforma costituzionale – tra l’altro tutta da vedere – potrebbe essere un tatticismo del leader bielorusso: dare uno zuccherino alle opposizioni e a una più generale dimensione democratica ora che i riflettori dei media internazionali sono puntati sul Paese, permettendogli comunque di rimanere al potere per il prossimo-medio termine, a meno che le proteste montino in modo inaspettato, cosa che per ora tenderei ad escludere. Se il fattore tempo si dimostrerà a fianco di Lukashenko, le proteste potrebbero col tempo perdere momentum, e in quel caso il cambio portato alla costituzione avrebbe scarso significato. Finora sono state sostanzialmente le nuove generazioni a protestare nelle piazze delle varie città del Paese, desiderose di porre fine al decennale regime di Lukashenko, ma vi è evidentemente una parte di popolazione che è per ora indecisa. Le elites industriali, invece, è plausibile pensare che staranno, quantomeno in questa prima fase di alta volatilità e incertezza, con mentalità conservativa e istinto di sopravvivenza, dalla parte del regime. Se così sarà, la transizione di potere verso un nuovo governo sarà più ardua, o quantomeno più lenta. Il fatto che Svetlana Tikhanovskaia, dai suoi comunicati emessi dalla vicina Lituania – dove ha trovato temporaneo rifugio – abbia già aperto a prospettive di dialogo, potrebbe indicare che l’eventualità di una transizione politica non sia per ora imminente.

Molti hanno paragonato le attuali contestazioni in Bielorussia a quelle svoltesi in Ucraina nel 2014. Le proteste delle ultime settimane e l’esperienza di Euromaidan sono davvero paragonabili o rispondono in realtà a dinamiche diverse?

Semplicistici parallelismi da bar sono qui, come sempre, da rifiutare con fermezza.  Vi sono ovviamente analogie, ma anche nette diversità. Partiamo dalle prime, evidenziando qui quelle, tra le varie, a mio avviso più rilevanti. Tutte e due le nazioni hanno una storia secolare di legami a doppio filo con Mosca, sia sul piano politico, che su quello identitario, essendo tutte e tre, Russia Ucraina e Bielorussia, ramificazioni statuali dell’antica patria multinazionale medievale delle popolazioni slave nota come Rus’ di Kiev. Questo fattore, sebbene non prioritario, non è certo dimenticato o trascurato dal sentire comune delle popolazioni in questione e tantomeno dalle rispettive elites politiche. Altra fondamentale analogia è il destino comune vissuto all’ombra del potere russo nei settant’anni di esperimento sovietico, così come una vita politica post-bipolare altalenante tra un saldo ancoraggio moscovita, e tendenze più o meno accentuate filoccidentali; in Ucraina, ca va sans dire, incomparabilmente più palesi e manifeste che in Bielorussia.

Le differenze invece vanno individuate a mio avviso in tre dimensioni principali: quella politica, quella temporale e quella della modalità d’azione. La prima riguarda “semplicemente” l’evoluzione del sistema istituzionale e politico ucraino in comparazione a quello bielorusso dalla dissoluzione dell’URSS in poi: da un lato Kiev ha cominciato sin da subito, un processo democratico – sebbene in alcuni aspetti disfunzionale – con alternanza di governo e forme man mano più consolidate di democrazia rappresentativa, oltre che, come noto, a un iter di avvicinamento verso istituzioni euro-atlantiche. La popolazione ucraina è quindi molto più rodata, se mi passa il termine, riguardo dinamiche democratiche e anche verso organismi espressione di una vivace civil society rispetto alla popolazione bielorussa, che ha vissuto il periodo post-sovietico in assenza di reali forme di democrazia e di libertà politiche. Bisogna tenere conto che in parte del popolo bielorusso infatti, come in ogni popolazione che ha vissuto epoche di autoritarismi, può essersi sviluppata una qualche tendenza che si potrebbe definire antropologica, verso una certa staticità, verso una refrattarietà a cambiamenti radicali dello status quo.

La seconda dimensione invece ci spinge ad inquadrare le rivolte a Minsk nel contesto  odierno globale, nel quale l’entusiasmo e l’energia per operazioni di regime change sembrano essersi se non incrinate, quantomeno arenate – si pensi solo al caso venezuelano – rispetto ad esempio alla prima decade del ventunesimo secolo o allo stesso 2014, quando l’entusiasmo e il supporto politico-finanziario di taluni poteri occidentali contribuì al successo del grande cambiamento portato dalla rivoluzione di  Euromajdan a Kiev; per non parlare, da ultimo, della coesione dell’Alleanza Atlantica del tempo, oggi invece più frammentata e per alcuni aspetti in crisi. La terza differenza è la modalità d’azione: Euromajdan dopo le iniziali giornate di protesta pacifica, divenne ben presto conflittuale, la marcia dell’opposizione bielorussa ha invece avuto, per ora, una natura sostanzialmente pacifica, senza ombre di organizzazioni paramilitari o di scontri cruenti.

Nei giorni scorsi, sono emerse molte indiscrezioni, rilanciate soprattutto da media russi, in merito alla possibilità di un prossimo intervento russo in Bielorussia. È secondo lei un’eventualità che il Cremlino potrebbe prendere in considerazione o si tratta solo di notizie prive di fondamento?

Tenderei ad escludere mosse di questo tipo, sebbene ci troviamo ora nella fase aurorale di questa nuova crisi. La Bielorussia non è l’Ucraina e non ci sono crimee da difendere o annettere al fine di compattare la nazione dietro Putin. Ma non solo per queste ragioni di natura meramente geopolitica un intervento militare di Mosca in Bielorussia appare improbabile. Infatti, creare i presupposti per una guerra civile ora, o peggio un’azione militare che scatenerebbe tensioni militari con i confinanti Stati NATO, per di più con Covid19 ancora in circolazione e con una situazione interna russa economicamente e politicamente complessa, potrebbe rivelarsi un boomerang per lo stesso Putin, che potrebbe difficilmente permettersi tali iniziative in questo delicato frangente della sua carriera politica.

Washington e Bruxelles stanno osservando e minacciano sanzioni, mentre Mosca ha chiesto all’Occidente di non interferire nelle questioni di Minsk, sebbene Putin ne abbia discusso telefonicamente con il Presidente del Consiglio europeo Michel e con il Capo di Stato francese Emmanuel Macron, mantenendo quindi aperto un canale di dialogo tra Russia e Occidente. Cosa ne pensa di queste mosse?

La situazione è fluida, gli stessi capi di Stato, sia russi che europei, stanno a vedere e seguono da vicino l’evoluzione degli eventi. I tentativi iniziali del governo tedesco di trattare con Lukashenko non hanno prodotto alcun risultato. La EU ha così ripreso il suo consueto strumento sanzionatorio nei confronti di personalità del regime ree di violazioni dei diritti umani nella repressione delle proteste. Il leader bielorusso ha parlato invece di “garanzie di sicurezza russe”, rispolverando il trattato difensivo della CSTO, un vecchio patto di difesa simile a quello dell’Alleanza Atlantica firmato nel 1992 da sei Paesi ex sovietici, tra cui la Bielorussia. Dal Cremlino però, la nota uscita sui media parla di “garanzie di sicurezza in caso di minacce esterne”, messaggio che sembra piuttosto chiaro e non particolarmente rassicurante per il regime di Lukashenko.

Il Cremlino può ora decidere, prendendo tutti i rischi del caso, di soccorrere sul piano politico, diplomatico e securitario il vecchio alleato, oppure, soluzione a mio avviso più plausibile, può tentare di ergersi nel ruolo di power broker, molte volte ricoperto nell’era post-sovietica in vari negoziati diplomatici, in veste quindi di pacificatore e mediatore super partes. Questa opzione, evidentemente, porta con sé la possibilità di una sostituzione dell’ormai logoro leader bielorusso, con un’altra figura che possa andare bene al Cremlino, alla popolazione bielorussa e al resto delle cancellerie occidentali che contano. Non sará certo impresa facile.


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Per concludere, come viene vista in Italia la crisi bielorussa?

L’Italia è un Paese dalle grandi potenzialità di negoziazione e con una incomparabile cultura diplomatica, e dovrebbe giocare un ruolo ben più decisivo quantomeno sui vari fronti europei, mediterranei ed euroasiatici. Forse le classi dirigenziali, non solo quelle correnti, dovrebbero avere più contezza della storia diplomatica che ha contraddistinto la nostra nazione nei secoli: semplicemente è proprio qui che la diplomazia ha preso forma. Senza scendere in particolari storici qui non espandibili, basta pensare alle antiche e pionieristiche ambascerie e forme di diplomazia della Serenissima di Venezia, della Superba di Genova o della diplomazia Vaticana. Questa sacrosanta premessa vale oggi a Minsk, come valeva ieri a Kiev, e come varrà domani per altre future crisi geopolitiche che emergeranno non solo dal nostro Mediterraneo, ma per l’appunto anche dall’ex spazio sovietico. Tornando alla specifica situazione bielorussa, l’Italia ha sicuramente un ruolo di rilievo nei confronti di Minsk, rientrando infatti tra i dieci maggiori partner commerciali del Paese slavo. Inoltre, Roma ha giocato un ruolo importante nel processo di uscita dall’isolamento del regime bielorusso negli anni recenti in concomitanza della crisi ucraina, consentendo nel 2016 incontri diplomatici di alto livello, sia al Quirinale che in Vaticano. L’auspicio non può che essere quello di tornare, coerentemente con la nostra secolare storia diplomatica, come attore attivo e in prima fila non solo sul piano dei rapporti bilaterali con Minsk, ma in egual misura all’interno degli organismi internazionali e regionali – UE e OSCE – per stabilire i futuri meccanismi politico-diplomatici che dovranno trovare la quadra in questa nuova crisi nella troppo spesso sottostimata, in realtà vitale, periferia orientale europea.