Crisi e Repressione in Nicaragua: gli USA e la difficile gestione della situazione centroamericana

In vista delle elezioni programmate per il prossimo novembre, il governo di Daniel Ortega ha elaborato un sistema di repressione sempre più capillare per silenziare le opposizioni, con gli avversari politici che vengono sistematicamente arrestati e interdetti dai pubblici uffici. Washington risponde principalmente tramite lo strumento delle sanzioni ma, oltre che della situazione nicaraguense, deve tener conto del delicatissimo scenario centroamericano e dell’ombra russa che aleggia sulla regione.

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Silenziare l’opposizione

La repressione delle proteste non è un fenomeno recente in Nicaragua: per citare un paio di esempi, senza andare troppo a ritroso nel tempo, nel 2014 il governo di Daniel Ortega aveva usato il pugno duro nei confronti dei manifestanti che scesero in piazza contro l’inizio dei lavori per la costruzione – poi mai effettivamente avvenuta – di quello che sarebbe dovuto diventare il Canale del Nicaragua; mentre nel 2018 sono state sedate con la violenza le contestazioni nei confronti della riforma del sistema previdenziale, annunciata e poi ritirata dallo stesso presidente. Sebbene il paese dell’America Centrale non sia nuovo a eventi di questo tipo, però, negli ultimi mesi la pervasività del sistema repressivo ha raggiunto livelli estremamente preoccupanti. 

A differenza del passato, quando la repressione colpiva principalmente i disordini di piazza, al giorno d’oggi il soffocamento delle voci contrarie al governo avviene in maniera meno evidente ma ben più capillare: solo nel mese di giugno 2021 sono stati arrestati oltre venti oppositori di Ortega, compresa la candidata alla presidenza Cristiana Chamorro. Lo scorso 2 giugno la figlia dell’ex presidente del Nicaragua Violeta Barrios de Chamorro, dopo aver subito una perquisizione domiciliare, è stata sottoposta agli arresti domiciliari e interdetta dai pubblici uffici con l’accusa di falso ideologico, oltre che del reato di riciclaggio di denaro e beni, che sarebbe stato perpetrato tramite la fondazione che porta il nome della madre e si occupa della promozione della libertà di espressione e dei valori democratici. Pochi giorni dopo, la stessa sorte è toccata ad Arturo Cruz e ad altri due aspiranti candidati alla presidenza. Tuttavia, ad essere presi di mira non sono solo i politici ma anche giornalisti, imprenditori e chiunque critichi pubblicamente il governo o venga considerato un elemento ostile.

Quella di Daniel Ortega è un’azione esasperata volta al mantenimento perpetuo del potere: la popolarità del leader del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale cala, ma in vista delle elezioni di novembre l’obiettivo del presidente è quello di annullare completamente qualsiasi tipo di opposizione. A tal proposito, nel dicembre 2020, è stata approvata la “Legge per la difesa dei diritti del popolo all’indipendenza, alla sovranità e all’autodeterminazione per la pace”, che impedisce a chi viene considerato “golpista” o “traditore della patria” di candidarsi a una carica politica. Tra le altre possibilità, vengono considerati “traditori della patria” coloro che «guidano o finanziano un colpo di stato», «che incoraggiano atti terroristici», «che incitano all’ingerenza straniera negli affari interni», «che ricevono finanziamenti da potenze straniere per compiere atti di terrorismo e destabilizzazione» e che «esaltano l’imposizione di sanzioni contro lo Stato del Nicaragua». 

In precedenza, nell’ottobre 2020, era stata approvata la “legge di regolamentazione degli agenti stranieri”, un provvedimento che blocca i finanziamenti internazionali alle organizzazioni non governative, ai media e alla società civile, costringendo pertanto tali entità a registrarsi come agenti stranieri per ricevere fondi. Fu a seguito dell’entrata in vigore di questa legge che Cristiana Chamorro decise di sospendere le operazioni della sua fondazione, rifiutando l’imposta identificazione come agente straniero. L’onda lunga delle proteste del 2018 ha portato Ortega e la moglie, la vicepresidente Rosario Murillo, a inasprire le pene contro gli oppositori, che da allora vengono considerati alla stregua di golpisti. Se la repressione di piazza avvenuta tre anni fa ha lasciato sul campo almeno 300 morti, altrettanto gravi sono state le conseguenze successive, con circa 100 mila nicaraguensi che sono stati costretti all’esilio in Costa Rica, mentre almeno altri 50 mila si sono rivolti a differenti paesi, principalmente Messico e Stati Uniti. Alla luce di questo scenario, Washington ricopre un ruolo fondamentale; ma cosa ha fatto e cosa potranno fare gli Stati Uniti per avere un impatto sulle azioni autoritarie di Ortega?

Le contromisure di Washington verso Managua 

Fin dall’inizio delle proteste del 2018 l’amministrazione Trump ha adottato un atteggiamento di condanna nei confronti della repressione orteguista, chiedendo in un primo momento la cessazione della violenza di piazza, così come fatto da altri tredici paesi dell’America Latina e dalle Nazioni Unite. Successivamente, tramite le parole dell’allora portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert, Washington ha invitato il governo del Nicaragua a rispondere positivamente alle quindici raccomandazioni presentate dalla Commissione interamericana sui diritti umani per consentire, tra l’altro, un’indagine internazionale indipendente per individuare i responsabili dei nefasti eventi. Di fronte agli scarsi passi in avanti effettuati, in una fase in cui Ortega aveva anche espresso il proprio timore nei confronti di un possibile intervento militare statunitense, la presa di posizione più decisa nei confronti del governo nicaraguense è arrivata il 20 dicembre 2018, quando il presidente Trump ha firmato il Nicaragua Human Rights and Anticorruption Act (NICA Act). Approvata dopo quasi due anni di dibattito, la legge ha come obiettivo principale il blocco dei prestiti elargiti dalle istituzioni finanziarie internazionali al Nicaragua, comprese la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo. Da quel momento l’accesso al credito internazionale di Managua viene subordinato a una serie di condizioni che includono: il rafforzamento dello stato di diritto, la lotta alla corruzione, la protezione dei diritti civili e politici e l’organizzazione di elezioni libere, eque e trasparenti. Pochi giorni prima del NICA Act, Trump aveva sottoscritto l’ordine esecutivo 13851 “Blocking Property of Certain Persons Contributing to the Situation in Nicaragua”, permettendo l’imposizione di sanzioni contro la vice presidente Rosario Murillo e il consigliere per la sicurezza nazionale Néstor Moncada Lau.

Dopo i provvedimenti del 2018, il 5 marzo 2020 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti è tornato a imporre nuove sanzioni, stavolta nei confronti della polizia del Nicaragua «per il suo ruolo nelle gravi violazioni dei diritti umani» e di tre commissari della stessa: Juan Antonio Valle Valle, Luis Alberto Perez Olivas e Justo Pastor Urbina, «per il loro coinvolgimento come alti funzionari del governo del Nicaragua e leader della polizia nazionale». Mentre da vari esponenti del governo statunitense sono proseguite le condanne all’operato del regime – anche per quanto riguarda la volontà di silenziare gli organi di stampa – l’ultima misura adottata durante la presidenza Trump, da parte dell’Ufficio per il controllo dei beni esteri del Dipartimento del Tesoro statunitense, ha riguardato l’applicazione di ulteriori sanzioni nei confronti di personalità vicine a Ortega: il vicepresidente della Corte suprema di giustizia del Nicaragua, Marvin Ramiro Aguilar García; un deputato dell’Assemblea nazionale, Walmaro Antonio Gutiérrez Mercado e uno dei capi della polizia nazionale del Nicaragua a Léon, Fidel De Jesús Domínguez Álvarez. I tre sono accusati di essere responsabili «dell’identificazione sistematica, l’intimidazione e la punizione dell’opposizione politica da parte del regime».

Di fronte alla nuova ondata di repressione del 2021, l’amministrazione guidata da Joe Biden sembra aver adottato una posizione non meno decisa di quella precedente: il Segretario di Stato Antony Blinken ha accolto con favore la Risoluzione dell’Organizzazione degli Stati Americani, chiedendo contestualmente la liberazione dei candidati alla presidenza ancora detenuti e affermando che attualmente non esistono le condizioni per garantire elezioni libere ed eque il prossimo novembre. Nel frattempo, il Dipartimento di Stato ha annunciato ulteriori sanzioni nei confronti di quattro nicaraguensi vicini a Ortega, tra cui sua figlia – nonché alto funzionario del governo – e il presidente della Banca Centrale del Nicaragua. Sempre nel mese di giugno, la Commissione Affari Esteri del Senato degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge, il cosiddetto RENACER: un progetto volto a inasprire le sanzioni contro gli attori chiave del regime di Ortega, coordinandole anche con Unione Europea e Canada. Inoltre, si chiede all’esecutivo di rivedere la partecipazione del Nicaragua all’Accordo di Libero Scambio dell’America Centrale (CAFTA), che apre il mercato statunitense ai prodotti esportati da Managua. Il RENACER obbligherà poi il Nicaragua a fornire agli Stati Uniti rapporti sugli interessi russi nel paese, soprattutto per quanto riguarda la vendita di armi. 

Infatti, l’attività di Mosca nell’area è fonte di preoccupazione per la Casa Bianca, inquietudine alimentata recentemente direttamente da fonti del Cremlino: nel corso del discorso pronunciato durante la IX Conferenza sulla Sicurezza Internazionale il ministro della Difesa russo, il generale dell’esercito Sergei Shoigu, ha affermato che Nicaragua, Cuba e Venezuela, alleati della Russia in America Latina, necessitano del sostegno di Mosca per affrontare quelle che considera minacce – compreso «l’uso aperto della forza militare» – contro i paesi che mantengono rapporti tesi con gli Stati Uniti. L’amicizia tra i due paesi non rappresenta un elemento di novità: dal momento che Ortega è tornato al potere nel 2007, i rapporti tra Nicaragua e Russia sono sempre stati ottimi. A riprova delle solide relazioni, basti pensare che il governo di Managua appoggia la politica di Mosca in Crimea ed è uno dei pochissimi al mondo a riconoscere l’indipendenza delle regioni separatiste georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. La Russia, dal canto suo, ha finanziato un centro di addestramento militare per la lotta al narcotraffico, nonché aiuti per l’ammodernamento dell’Esercito e 26 milioni di dollari per far fronte alle calamità naturali. In aggiunta, nel 2016 la Russia ha inviato in Nicaragua di un lotto di 20 carri armati da guerra T-72B, nell’ambito della “cooperazione tecnico-militare” tra i due paesi, che include anche l’addestramento di militari nicaraguensi in Russia. Alla luce di questi buoni rapporti, sempre ribaditi anche dallo stesso Putin, le dichiarazioni di Shoigu avallano l’operato politico di Ortega e potrebbero far aumentare il livello di allerta di Washington in America Centrale. La posizione di Mosca appare chiarissima: se non fossero bastate le parole del ministro della Difesa, anche la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha ribadito la totale condanna russa contro qualsiasi tentativo di influenza negli affari interni del Nicaragua.


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Il rovescio della medaglia delle sanzioni

Mentre Mosca continua a portare avanti i propri interessi nella regione, gli arresti arbitrari in Nicaragua proseguono: la scorsa settimana altri sei esponenti dell’opposizione sono stati sottoposti a misure di privazione della libertà. La stampa vicina al movimento sandinista  accusa l’opposizione di voler favorire l’intervento degli Stati Uniti, ma la situazione per Washington non è affatto semplice. Stante questa delicata situazione, in molti si sono chiesti se fosse lecito applicare ulteriori sanzioni al Nicaragua: sebbene gli Stati Uniti e altri paesi siano favorevoli a nuove sanzioni contro la leadership al potere, gli effetti potrebbero essere addirittura controproducenti, rischiando di far aumentare il tasso di povertà nel paese e alimentando di conseguenza il volume dei flussi migratori a discapito della stabilità – già molto precaria – della regione. Alla disastrosa situazione nicaraguense, infatti, si deve aggiungere quella non meno preoccupante dei paesi che formano il Triangolo del Nord, colpiti da una crisi che si porta avanti da molti anni e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini a tentare di espatriare negli Stati Uniti, spesso con conseguenze drammatiche. Il piano di aiuti da 4 miliardi previsto da Biden per la regione è ancora pieno di punti interrogativi, e neanche il viaggio di Kamala Harris ha fornito le garanzie necessarie. L’America Centrale tutta è una bomba a orologeria.