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Relazioni InternazionaliCrescita dei conflitti e mutamenti sistemici

Crescita dei conflitti e mutamenti sistemici

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Dal 24 febbraio 2022 continuiamo ad assistere, senza controllo sugli eventi, a continui stravolgimenti geopolitici. Il contesto internazionale è passato velocemente da una situazione di parziale stabilità ad una di profonda instabilità, per via del rischio di due guerre su larga scala in due regioni distinte. Con la presente analisi si tenterà di comprendere le cause profonde dell’impervia sterzata verso un sistema altamente instabile.

Innanzitutto l’attuale contingenza sembra esser connotata da due elementi: instabilità ed incertezza. L’uno ovviamente influenza l’altro. Mentre per instabilità si intende una tendenza a veder alterata una certa situazione, con incertezza si intende una condizione nella quale al soggetto manca una conoscenza effettiva del dato reale, costringendolo ad una condizione di incapacità decisionale per imprevedibilità dello scenario, soprattutto nel campo strategico. La fonte di questa instabilità, elemento causale dell’incertezza, è un tema indagato da analisti di Geopolitica e Relazioni Internazionali.

Prima di utilizzare costrutti teorici per analizzare la rinnovata conflittualità nell’Europa Orientale e in Medio Oriente, è bene stabilire che questi ultimi in realtà, sono, in primo luogo, conflitti che riemergono dopo un periodo di rivalità latente per cause endogene. La fine dell’Unione Sovietica ha difatti reso instabile – poiché altamente contendibile – ciò che un tempo era sotto il suo controllo. Così come l’implosione della Jugoslavia ha riaperto ai drammatici rivolgimenti balcanici, quella sovietica ha reso instabile, in forma sicuramente più ordinata, almeno sino all’invasione russa del 24 febbraio, lo spazio esteuropeo e centrasiatico, aprendo alle tensioni russo-ucraine. Così anche il conflitto israelo-palestinese, in un certo senso, ha una fonte essenzialmente endogena. Prendere però i due conflitti come semplice riacutizzazione di una rivalità latente, non aiuta a comprendere né la situazione attuale né i possibili scenari globali. Sebbene vi siano delle cause del tutto interne in questi conflitti, ve ne sono altre che dipendono dalla realtà sistemica e strutturale dell’architettura internazionale. I costrutti teorici potrebbero dunque assisterci nella comprensione del disordine attuale. 

Negli ultimi anni il sistema ha subìto rapidi sconvolgimenti, che hanno portato al mutamento dei poli di potere, influendo sul comportamento degli attori. All’indomani della caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si ritrovarono al comando della gerarchia internazionale, riscoprendo un margine di manovra molto più ampio rispetto al periodo della Guerra Fredda. Condizione che ne facilitò l’overstretching, perché convinti di dover e di poter gestire unilateralmente le controversie globali, spinti dall’incessante afflato missionario. Qui il carattere interno della potenza americana e le condizioni sistemiche favorirono determinati sviluppi che avrebbero dovuto condurre l’intero sistema verso l’Ordine Liberale, anche attraverso l’uso della forza, come abbiamo avuto modo di vedere nei Balcani, in Medio Oriente e in Asia Centrale. 

Nel mentre, andavano configurandosi nuovi poli di potere, resi possibili anche grazie all’espansione delle competenze produttive e tecnologiche, in parte derivazione della delocalizzazione occidentale. I nuovi poli di potere acquisivano gradualmente la capacità di contendere il primato a Washington. Sebbene vi fossero le precondizioni per la formazione di un sistema multipolare, attualmente i poli che lo costituiscono non sono perfettamente simmetrici. Pertanto il potere economico e militare di Washington sono sì esplicitamente contesi dagli altri attori, ma non ancora raggiunti, condizione che conduce verso un sistema multipolare non perfettamente in equilibrio. In tale contesto, è più difficile mantenere la stabilità internazionale, perché gli attori disperdono attenzioni e risorse in plurimi dossier, non riuscendo a gestire efficacemente situazioni di particolare pericolo. Inoltre lo squilibrio sistemico eleva il grado di imprendibilità e di incertezza. Al contrario in un sistema bipolare è più semplice per gli attori allocare le risorse poiché è più chiaro il principale rivale, eliminando la possibilità di disperdere risorse e attenzioni. Il sistema unipolare dipende invece unicamente dalla potenza al vertice della gerarchia, sulla quale graveranno i costi della stabilizzazione dei vari quadranti geopolitici. Il sistema multipolare sembra tra questi quello più propenso all’instabilità, causata in primo luogo dall’incertezza degli attori, almeno secondo alcuni pensatori realisti, come Kenneth Waltz. 

Tuttavia tale sistema multipolare sembra essere ancora in fase di formazione, per via dei continui processi di crescita e di declino di alcune realtà politiche. Si pensi alla continua crescita cinese nel campo economico, tecnologico e militare; all’ascesa della Federazione Russa, che continua più o meno dai primi anni duemila, il quale esito è ancora incerto per via della guerra; così come all’ascesa dell’India, della Turchia, dei paesi del Golfo, attori, quest’ultimi, sì minori, ma che hanno dato prova del loro potenziale nel loro estero vicino. Il continuo processo di mutamento sarebbe dunque il principale elemento che acutizza l’instabilità, assieme al carattere sistemico. Il mutamento in realtà è caratteristica congenita delle Relazioni Internazionali, ma quello che va profilandosi dai primi anni duemila è piuttosto dinamico. Quando si registrano cambiamenti tali, si costituiscono periodi particolarmente instabili e di incertezza, perché se è vero che si procede verso una nuova forma di equilibrio, non è chiara la destinazione ultima. Nella fase di trasformazione è alta dunque la possibilità dello scoppio di conflitti. Pertanto dopo il crollo sovietico si manifestarono diverse aree di crisi proprio in risposta a tale fenomeno, si pensi ai Balcani, al Caucaso e al Medio Oriente. Luoghi questi dove si doveva realizzare una nuova architettura geografico-politica perché l’attore che aiutava a consolidare il precedente status quo, era collassato. 

Il processo di mutamento dall’unipolarismo americano al multipolarismo non è brusco quanto quello avvenuto alla fine della Guerra Fredda, ma altamente dinamico, accompagnato da fattori endogeni ed esogeni alla società statunitense. Tuttavia negli ultimi quattro anni si sono messi in evidenza i rilievi del mutamento: dalla destabilizzazione della politica interna americana all’assertività russo-cinese, resa possibile anche dalla maggior presa di coscienza dei loro mezzi. A ciò si aggiungono i tentativi americani di disincagliarsi dai quadranti non strategici, rispetto alle nuove sfide, che vengono letti dai rivali quale dimostrazione dell’inevitabile declino dell’egemone. In realtà tale sviluppo può anche semplicemente essere una necessità di rimodulare l’allocazione delle risorse statunitensi. 

Il mutamento, in sostanza, rende maggiormente possibile, secondo Robert Gilpin, il conflitto. Tuttavia, la teoria di Gilpin si incentra sulle guerre egemoniche, quelle che stiamo affrontando invece sono in realtà scontri di natura diversa. Eppure il carattere mutevole dell’attuale periodo, così come la formazione di un sistema multipolare, favorisce maggiori margini di manovra anche per gli attori minori, oltre che per le grandi potenze in ascesa. Tali soggetti geopolitici rivendicano spazio e prestigio, un tempo a loro preclusi per via dell’esistenza di un sistema unipolare in grado di schiacciare il range decisionale degli attori. La fase trasformativa, aprendo margini di possibilità, favorisce un sistema maggiormente caotico e rende gli attori incerti sulla loro postura da adottare dinanzi a tali perturbazioni sistemiche, acuendo dunque l’instabilità e l’imprevedibilità. Non solo si perviene ad un mutamento sistemico, ma anche di interazione, poiché si giunge ad una trasformazione anche del modo in cui interagiscono e si comportano gli attori stessi. Sebbene Gilpin quindi si sia interessato principalmente delle guerre egemoniche, il mutamento sembra comportare un aumento dell’instabilità internazionale, favorendo una maggiore presenza del fenomeno bellico in generale.

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