#Covid-19: l’impietoso confronto tra Italia e Corea

In sintesi, tra i quattro Paesi di nuova industrializzazione del Sud Est asiatico, la Corea del Sud è quello il cui “decollo” industriale è avvenuto più di tardi a causa della guerra che si è trascinata fino al 1953, mentre per Hong Kong e Singapore le vicende belliche si erano concluse nel 1946, con la fine dell’occupazione Giapponese e per Taiwan nel 1949, con la fine della guerra civile in Cina.  

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La Corea del Sud però, si è differenziata dagli altri tre Paesi (che vengono considerati tutti appartenenti alla stessa “banda dei quattro”) per la peculiarità delle scelte adottate. 

L’esperienza della Repubblica di Corea rappresenta indubbiamente un caso di sviluppo capitalistico tanto straordinario quanto quello di Hong Kong, di Taiwan e di Singapore, ma questo sviluppo, pur dando luogo a un sistema economico fortemente (e crescentemente) estroverso, non ha avuto il carattere spiccatamente liberistico degli altri tre.  

Al contrario, in Corea, lo Stato ha svolto un ruolo predominante nel processo di crescita economica, attraverso un regime fortemente interventista, che associava controlli diretti e indiretti, strumenti formali di imperio e meccanismi informali di organizzazione del consenso.  

La crisi finanziaria del 1997  ha certamente mostrato alcune delle debolezze strutturali di questo modello (l’alto rapporto debito/pil, il massiccio ricorso all’indebitamento estero e l’indisciplina del settore finanziario), ma il Paese ne è brillantemente uscito diventando, come dicevamo all’inizio uno dei pilastri del sistema globale.  

E per certi versi uno specchio in cui si riflettono le storture e i limiti della lunga stagnazione italiana.  

Il ricercatore dell’Enea Marco Ciotti ha costruito un interessante parallelismo tra i due Paesi (la fotografia è stata scattata nel 2014, ma negli anni il quadro per l’Italia ha continuato purtroppo a deteriorarsi). 

Proviamo a estrapolare alcuni dati: nel 2010 la Corea investiva in ricerca il 3,74% del proprio Pil contro l’1,26% dell’Italia. La percentuale coreana è in costante aumento e tende a raggiungere il valore record del 5%, il doppio della media dei Paesi Oecd. In Italia la percentuale è costante nel tempo, ma con un Pil calante. Altro aspetto importante è la qualità del sistema formativo. Mediante il programma Pisa è stato possibile valutare il grado di preparazione degli studenti in un particolare momento del loro percorso formativo (15 anni) e paragonarlo con quello di altri Paesi. Il confronto è eseguito in tre discipline: letterarie, matematiche e delle scienze naturali. La Corea si classifica in un confronto fra i 34 Paesi Oecd rispettivamente prima, prima e terza. L’Italia si colloca ventisettesima, ventitreesima e ventinovesima. Inoltre nel 2010 la Corea risulta al secondo posto per competitività globale nell’istruzione universitaria; nel 2012 il QS World University riconosce nella prestigiosa top 100 tre università alla Corea che rientrano tra le principali a livello mondiale: la Seoul National University (51a), la Kaist (63°) e la Postech (97°). L’Italia occupa ancora una volta le posizioni di coda, unico fra i Paesi G7 a non avere alcuna università fra le prime 100. Si potrebbe pensare che risultati di così alto prestigio siano ottenuti a fronte di ingenti investimenti, ma purtroppo è vero il contrario. In Italia, oltre ad avere una scuola che non insegna ai nostri ragazzi e università mediocri, abbiamo una spesa per studente, confrontata a parità di potere d’acquisto, considerevolmente superiore a quella coreana. Il confronto con una nazione dinamica, giovane e altamente competitiva come la Corea, fa emergere le inefficienze su tutti settori chiave per lo sviluppo. Ciotti continua infatti il suo implacabile paragone affrontando le politiche industriali ed energetiche e i risultati tecnologici, e in ogni campo il divario è sempre più netto.  

Paradossalmente, è come se i sudcoreani avessero appreso la lezione del miracolo italiano (a cui noi abbiamo di fatto rinunciato) applicando la ricetta fino a superare i maestri. Per capire la mentalità eroica dei coreani basta sfogliare uno dei loro bestseller Dipende da tedi Rando Kim (Mondadori), dove si esaltano la disciplina, lo studio, l’abnegazione come motori di crescita e affermazione individuale e sociale.  

Comunque va detto che la Corea del Sud non è una caserma, anzi la sua capacità d’innovare, i fermenti culturali e la creatività nascono proprio nella costante tensione tra obbiettivi individuali e la trama delle relazioni familiari e sociali del Paese.  

Mentre in Italia, il tipo umano che ha reso possibile lo sviluppo del nostro Paese, efficacemente descritti da Carlo Emilio Gadda o incarnato dai tecnici – che con orgoglio e abnegazione, montava gru, ponti sospesi, impianti petroliferi per le grandi imprese italiane di costruzione nel mondo – raccontati da Primo Levi nel romanzo La chiave a stella, hanno lasciato il posto ai protagonisti dei cinepattoni o dei film di Checco Zalone.  

L’Italia fabbricava aerei, televisori, elettronica, alta tecnologia; ora li compra. Ha il primato nella diffusione di telefonini, ma non ne produce alcuno. Perde competenze tecniche; ogni giorno se ne lascia sfuggire qualcuna in qualche settore. E basta una generazione perché queste competenze tecniche siano perdute per sempre, e perché non si trovi più chi sappia come lavorare quella merce, quel prodotto industriale, quella mescola di gomme, o come utilizzare quella macchina utensile o quel prodotto chimico. In questo modo, è la qualità umana dell’intera società che si impoverisce. È il tessuto civile e sociale che si sfilaccia. È il senso di responsabilità nella propria professione che si perde, insieme con la serietà e l’applicazione.  

Lo vediamo persino nella incapacità di produrre mascherine.