#Covid19: da dove arriva il successo coreano

L’emergenza economico-sanitaria scatenata dal Covid-19 ha portato alla ribalta un Paese come la Corea del Sud che – se pur geograficamente vicina all’epicentro di questo terremoto – sembra (a oggi) riuscire a gestire meglio di altri la difficile situazione grazie a un perfetto mix di innovazione tecnologica e disciplina sociale che da molti viene evocato come un vero e proprio modello da emulare.  

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Di ciò si è parlato diffusamente anche su testate non specialistiche.  

Quello che oggi ci interessa è cercare di mettere a fuoco i caratteri peculiari di questo Paese, comprendere come questo popolo e la sua classe dirigente siano riusciti a risolvere l’equazione dello sviluppo e della modernizzazione, regalandoci una delle più strepitose storie di successo economico degli ultimi decenni; un successo che oggi si manifesta non solo in prodotti di grandissima qualità – Samsung, LG, Hyundai e Kia (alcuni di questi brand sono essi stessi sinonimo delle loro produzioni – telefonini e tv al plasma – e in generale di oggetti ad alto contenuto tecnologico, affidabili, funzionali e con un design accattivante) – ma anche nei protagonisti della scena pop mondiale come Psy e Peggy Gou, e nella storica affermazione – nella 73esima edizione degli Oscar – del profetico Parasite diretto da Bong Joon-ho. Un plastico esempio di quello che Joseph Nye definirebbe Smart Power

Eppure solo settant’anni fa la Penisola coreana era poverissima, uscita da una durissima occupazione giapponese iniziata nel 1905, durante la quale, la parte settentrionale era stata specializzata principalmente nelle produzioni minerarie, mentre i distretti meridionali – dove mancano le risorse naturali e il cui clima è comparabile a quello dell’Arcipelago giapponese – vennero destinati alle produzioni agricole per contribuire alla soluzione dell’eterno problema nipponico dell’insufficienza alimentare. Quando – nel 1945 – da Tokio venne alle truppe d’occupazione l’ordine di arrendersi – a Nord del 38° parallelo ai Sovietici e a Sud agli Americani – i Russi si trovarono a controllare praticamente tutte le fabbriche e le miniere, mentre il Sud rimase crudelmente povero di risorse ma ricco di popolazione. La situazione demografica delle provincie meridionali si aggravò ancor più nei successivi otto anni, che culminarono nella tragedia della guerra civile. Se infatti è vero che il conflitto costò al Sud un milione e 600mila morti, è anche vero che i rifugiati affluiti verso i distretti meridionali furono più del doppio.  

Circa un milione e mezzo di coreani tornarono dal lavoro forzato in Giappone (dove erano stati deportati nel periodo coloniale, e dove però rimasero oltre mezzo milione di loro compatrioti). Altri 600mila rientrarono dalla Manciuria, dove i giapponesi li avevano trasferiti in condizioni di semi-schiavitù per costruire tutte le infrastrutture – strade e porti – necessari a spedire verso la Madrepatria tutte le risorse di quel loro possedimento coloniale. Altri 500mila fuggirono dalla zona d’occupazione russa verso quella americana prima del 1950, e 650mila passarono dal Nord al Sud durante la guerra. Nel complesso, nel 1960, oltre due milioni di Nord Coreani avevano “votato con i loro piedi” fuggendo verso il Sud rurale, sovrappopolato, ma libero. Il fenomeno dei rifugiati costituisce un fatto storico eccezionale, per due ordini di motivi. In primo luogo, perché è un caso molto raro di profughi che si spostano da un Paese più ricco a uno più povero; infatti la Corea del Nord ha avuto fino alla metà degli anni ’60 un livello materiale di vita superiore a quello del Sud. In secondo luogo, perché l’esistenza di una larga comunità di profughi provenienti dal Nord, rifugiati che avevano perso tutto, ha avuto un ruolo importante anche nello sviluppo della Corea del Sud.  

Questo fenomeno è in qualche modo analogo a quello di Hong Kong e Taiwan, e che si ritrova – in minor misura – in vari altri Paesi, dove gli esuli dalla Cina hanno dato un forte impulso allo sviluppo locale, ponendosi talora all’origine del processo di industrializzazione, come in Malesia, a Singapore, in Indonesia, a Macao e in Thailandia.  

Ma nel caso della Corea si tratta di un fenomeno dalle caratteristiche molto diverse da quello che si è verificato nei Paesi in cui si è rifugiata un’ondata di profughi che comprendeva gran parte delle élite economica, intellettuale e tecnica cinese. In Corea, l’aristocrazia terriera era stata già distrutta dalla dominazione coloniale giapponese e i rifugiati verso il Sud erano in genere poverissimi e per più della metà provenienti dal Giappone e dalla Manciuria, dove avevano vissuto come schiavi.  

Il contributo dei rifugiati coreani allo sviluppo della Repubblica del Sud va quindi concepito nel loro essere pronti a tutto per difendere la libertà riconquistata. Insomma, se i coreani in generale possono essere a ragione considerati i “muli di fatica” dell’Asia (come lo erano stati i nostri nonni e padri in Europa e nei Paesi dove erano emigrati), i coreani rifugiati erano ancor più degli altri abituati a lavorare duro e disposti a sacrificarsi.  

Le condizioni economiche della Corea del Sud all’indomani della guerra 1950-53 erano di estrema drammaticità.  

La deforme economia nata durante il periodo imperiale nipponico era crollata e fu nel mezzo del più assoluto caos economico che – nel 1948 – venne fondata la Repubblica di Corea. Dopo poco più di un anno, Stalin mandò i mastini di Pyongyang all’assalto della del Sud, riusciendo a respingerne l’esercito fino agli estremi distretti meridionali della penisola. In seguito, l’intervento delle Nazioni Unite capovolse le sorti della guerra, ma ciò significò che il fronte risalì lentamente tutta la penisola, distruggendo praticamente ogni cosa. E quando il Nord sembrava sgominato e le truppe dell’ONU erano giunte al fiume Yalu (che segna la frontiera tra la Corea e la Cina), il governo di Pechino intervenne con i suoi “volontari”, sospingendo di nuovo le forze alleate verso Sud, fino a una linea che in pratica coincideva con la precedente frontiera tra le due zone di occupazione – russa e americana – della Corea, lungo il 38° parallelo.  

Quando, nel marzo del 1953, Stalin morì – ponendo le premesse per una pace negoziata – tante devastazioni avevano insomma lasciato immutata la situazione territoriale. E nel luglio di quello stesso anno, quando venne in fine firmato il “cessate il fuoco”, il Paese era letteralmente raso al suolo, i morti erano stati circa tre milioni, i danni materiali ammontavano a due volte il prodotto nazionale lordo, e le attività produttive erano completamente paralizzate. Inoltre il governo della Repubblica aveva finanziato la guerra con colossali deficit di bilancio, che contribuirono enormemente ad aumentare le già forti tendenze inflazionistiche del dopoguerra. 

Nel luglio del 1953 – quando venne firmato il “cessate il fuoco” – il governo coreano si trovò di fronte al problema della ricostruzione. Per prima cosa, con l’aiuto americano, venne avviato un programma di stabilizzazione finanziaria che mise l’inflazione sotto controllo e vennero avviate le produzioni di base.  

Contemporaneamente si diede il via alla ricostruzione del sistema infrastrutturale.  

Gli aiuti americani si indirizzarono a ricostruire la rete dei trasporti e delle comunicazioni e ad avviare programmi sanitari ed educativi. Contemporaneamente, venne lanciata una strategia di creazione di quelle industrie che potessero consentire “di sostituire importazioni”. Ma, naturalmente si trattava quasi sempre di importazioni potenziali, perché i coreani non potevano permettersi di comprare all’estero quasi nulla, e successivamente – quando la situazione incominciò a migliorare – il governo intervenne a proibire la vendita di beni di consumo fino a quando non ne fosse avviata la produzione in loco.  

Nel complesso, gli aiuti americani costituirono il più importante fattore per la rilancio dell’economia sudcoreana. Il modello era naturalmente quello del Piano Marshall, ma i risultati furono nettamente inferiori. Anche se un Comitato congiunto con rappresentanze dei due Paesi fosse incaricato del coordinamento generale della ricostruzione, il Governo coreano negli anni ’50 non mostrò di avere idee molto chiare sul problema cruciale di come sviluppare la propria economia.  

Avendo collocato al primo posto l’obiettivo della lotta all’inflazione, lo sforzo di sviluppo risultò inevitabilmente rallentato, e per di più subordinato a tre traiettorie strategiche, che non vennero mutati per tutto il corso degli anni ’50, mantenere: 1) bassi i prezzi dei prodotti agricoli (principalmente quello del riso); 2) bassi i tassi di interesse; 3) un tasso di cambio sopravvalutato per massimizzare l’ammontare delle risorse in valuta pregiata che entravano nel Paese come conseguenza della presenza militare americana.  

Queste direttrici – giustificabili nel quadro di una politica anti-inflazionistica – ebbero però conseguenze pesantemente distorsive sullo sviluppo del Paese. Si trattava infatti di scelte che finivano per favorire gli investimenti soprattutto nei settori collegati agli aiuti americani. In una situazione di inflazione, bassi tassi d’interesse significavano un tasso di interesse reale negativo (che favorisce i creditori). E il tasso di cambio artificiale favoriva solo quei comparti economici che vendevano direttamente beni o servizi alle truppe Onu, e quelle realtà produttive a cui il Comitato di coordinamento misto coreano-americano attribuiva la valuta estera degli aiuti americani. Durante il periodo della ricostruzione – tra il 1953 e il 1957 – il tasso di crescita del Pil fu, in media, del 5,5% l’anno, un tasso che può oggi apparire notevole, ma che non è invece molto alto per una fase di ricostruzione post-bellica.  

Con la progressiva diminuzione degli aiuti esteri – verso il 1958 – la crescita dell’economia coreana cominciò a rallentare e anche la domanda interna di prodotti industriali si esaurì rapidamente, mano a mano che un mercato ristretto e dalla diseguale distribuzione del reddito veniva saturandosi.  

Il successivo quadriennio – 1958-61 – fu per lo più un periodo di stagnazione, in cui il tasso di sviluppo si mantenne (a prezzi costanti) attorno al 4% e il tasso di crescita del settore manifatturiero scese a meno della metà di quello del periodo precedente. 

Contemporaneamente alla recessione economica, anche la situazione politica venne degradandosi, fino ai disordini del 1960, che allontanarono dal potere il Presidente Syngman Rhee, e al Colpo di stato militare del 1961.