Cos’è il socialismo con caratteristiche cinesi?

Il socialismo con caratteristiche cinesi orienta sia la politica sia l’economia della Repubblica Popolare Cinese da quasi quattro decadi. Una sua analisi, dunque, risulta cruciale per comprendere obiettivi e strategie della Cina odierna.

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UN’INTERPRETAZIONE PRELIMINARE

L’espressione “socialismo con caratteristiche cinesi” è stata coniata nel 1982, durante il XII Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), e ancora oggi sfugge a una definizione semplice ed esaustiva. Gli stessi leader politici della Repubblica Popolare Cinese (RPC) preferiscono usare delle perifrasi per parlarne in termini di processo in divenire, di percorso fatto di continue «esplorazioni condotte dal Partito e dal Popolo» (Xi, 2016). Non potrebbe essere altrimenti: questo tipo di socialismo è stato ideato da una leadership riformista e moderata, che, avendo conosciuto gli eccessi del dogmatismo maoista, desidera evitare le insidie di un canone ideologico sclerotizzato e indiscutibile. In breve, il socialismo con caratteristiche cinesi si pone in decisa rottura con le idee radicali che animarono la Rivoluzione culturale (1966-76).

L’alterità rispetto al comunismo radicale permette di azzardare un’interpretazione approssimativa del socialismo con caratteristiche cinesi: un’idea politica basata su un marxismo capace di integrarsi con le condizioni della Cina e di rinnovarsi nel tempo (Deng, 1985). In altre parole, il socialismo con caratteristiche cinesi conta su una qualità invisa al pensiero radical-comunista: la duttilità. Infatti, volendo affrontare di volta in volta le esigenze più impellenti del popolo, questo nuovo tipo di socialismo rivisita, talvolta considerevolmente, obiettivi e apparati teorici tradizionali: non si punta più a una lotta di classe incessante (come sognavano Mao Zedong e, soprattutto, la “Banda dei quattro”), bensì all’eradicazione definitiva della povertà in Cina; così come si cerca continuamente di emendare e innovare le teorie di Marx, Lenin e Mao, per avere una linea politica sempre attuale.

In ogni caso, il socialismo con caratteristiche cinesi resta un’idea intricata, venutasi a formare grazie all’embricarsi di diversi concetti successivi. Nel loro complesso, questi concetti costituiscono un corpus relativamente ampio ma sintetizzabile in due insiemi: il primo è quello dei “concetti fondamentali” ascrivibili alla c.d. “Teoria di Deng Xiaoping”, fonte primaria del socialismo con caratteristiche cinesi; il secondo, invece, è quello delle “implementazioni successive” ascrivibili ai successori di Deng, in particolar modo a Hu Jintao e Xi Jinping.

I CONCETTI FONDAMENTALI

Tra i concetti fondamentali della Teoria di Deng Xiaoping, il primo e più importante è certamente quello del “cercare la verità attraverso i fatti”. Esso è alla base della sopracitata duttilità del socialismo con caratteristiche cinesi e, sostanzialmente, rappresenta un invito a considerare i fatti economici come unici elementi capaci di validare un corso politico. Detto altrimenti, Deng e la sua generazione politica, più in generale, hanno stabilito la dismissione di qualsiasi linea politica avulsa dalla realtà e incapace di assicurare alla Cina delle buone performance economiche. Tale operazione, stando alla narrazione post-maoista, si ispira a un marxismo di tipo classico, ossia particolarmente interessato allo sviluppo delle forze produttive, e richiede, tra l’altro, una mente emancipata rispetto al radicalismo ideologico e un certo spirito pionieristico (Deng, 1995) nel trovare soluzioni nuove ed efficaci per garantire prosperità alla Cina.

Il secondo concetto è quello di “stadio primario del socialismo”. Con esso, ci si riferisce all’idea secondo cui la Cina, prima di approdare al comunismo, debba attraversare un periodo di transizione di cent’anni (dal 1949 al 2049) o più, entro il quale, come già accennato in precedenza, il PCC e il governo della RPC dovranno concentrarsi sullo sviluppo delle forze produttive e, dunque, sull’eradicazione della povertà in Cina. L’idea che soggiace al tutto è piuttosto semplice: il comunismo, secondo Deng e diversamente dal pensiero radicale, non può sussistere senza una primigenia e significativa accumulazione di ricchezza, che, dopo esser stata opportunamente ripartita, permetterà, in futuro, di far funzionare la società sulla base del principio marxiano “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (Deng, 1994).

Il terzo concetto è rappresentato dalla volontà di realizzare “un’economia orientata al Mercato”, dacché questa pare essere la strada più efficace per garantire un rapido sviluppo delle forze produttive. L’idea di un’economia socialista di Mercato sembra essere fondata su una contraddizione in termini, ma Deng è stato abile nel neutralizzare tale obiezione. Secondo la sua teoria, infatti, il Mercato è capitalista, fintantoché serve obiettivi economici capitalisti; viceversa, è socialista, se viene sfruttato per l’affermazione del comunismo nel lungo periodo (Deng, 1994). Ad ogni modo, il Mercato cui ci si riferisce diverge da quello di tipo occidentale per due tratti distintivi: il predominio del settore pubblico e l’attinenza al Piano economico quinquennale, sebbene quest’ultimo sia diventato sempre meno stringente negli anni.

LE IMPLEMENTAZIONI SUCCESSIVE

Jiang Zemin e la sua nozione di “tre rappresentatività” non hanno inciso significativamente sull’idea di socialismo con caratteristiche cinesi. L’elaborazione di Jiang, invero, ha avuto dei risvolti importanti soprattutto per quel che riguarda il ruolo del PCC: un partito che, sulla scorta dei cambiamenti indotti dalle politiche di riforma iniziate nel 1978, deve imparare a rappresentare le forze più avanzate e dinamiche dell’economia e della cultura, oltre che gli interessi della maggioranza del popolo.

Al contrario, Hu Jintao ha introdotto delle novità rilevanti per il socialismo con caratteristiche cinesi, con il suo concetto di “visione scientifica dello sviluppo”. Tale concetto, stando alla spiegazione fornita dallo Statuo del PCC, rimanda all’idea di uno sviluppo ponderato, ovvero onnicomprensivo, bilanciato e sostenibile. In definitiva, si tratta della volontà di rimodulare le politiche economiche in base al fattore umano, dopo decenni di crescita iniqua e selvaggia. L’intenzione, infatti, è quella di subordinare lo sviluppo della produzione al benessere del popolo, impegnandosi nell’assottigliamento delle disuguaglianze (tra città e campagna, regioni costiere e interne, ecc.) e in una maggiore salvaguardia dell’ambiente.

L’ultimo concetto da considerare è quello di “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” di Xi Jinping. Essenzialmente, esso rappresenta un adeguamento degli ideali post-maoisti all’attuale statura internazionale della RPC: alla Cina, ormai, non spetta più solo il compito di eradicare la povertà entro i suoi confini, ma anche quello di dimostrare al mondo di aver recuperato la potenza perduta nel secolo XIX. In quest’ottica, il PCC, facendo fede ancora una volta al suo Statuto, ha il dovere di guidare il popolo cinese verso sfide, progetti, cause e sogni sempre più grandi, evitando, fondamentalmente, qualsiasi processo di occidentalizzazione. In estrema sintesi, si può dire che la versione più recente del socialismo con caratteristiche cinesi intende rilanciare definitivamente la Cina come potenza globale, preservandone l’identità.

[…] LA RINASCITA DELLA NAZIONE CINESE PASSA ATTRAVERSO UNA POLITICA ESTERA PIÙ ASSERTIVA E PROATTIVA […]

Riassumendo, il socialismo con caratteristiche cinesi si presenta come un mosaico concettuale tuttora in costruzione. La sua essenza e i suoi obiettivi, poggiando sul pragmatismo della leadership post-maoista, sono frequentemente ritoccati per le cangianti esigenze del popolo o, forse, per garantire alla Cina una fuga decisiva dal comunismo.