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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaCosa vuole davvero Israele?

Cosa vuole davvero Israele?

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All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, Israele, com’è noto, ha dapprima dichiarato di essere “in guerra” e ha poi attivato il meccanismo di emergenza mediante il gabinetto di sicurezza e l’applicazione dell’art. 40 della Legge fondamentale che regola – anche se non con il crisma della Costituzione – simili situazioni. Da ormai due settimane lo Stato ebraico ha posto sotto assedio Gaza attraverso l’uso di mezzi aerei, provocando, secondo le stime Onu, più di 4.600 morti, di cui almeno due terzi civili, colpendo oltre il 42% delle abitazioni della Striscia e contribuendo a un disastro sociale e umanitario con quasi un milione e mezzo di sfollati, cui difficilmente si intravede una soluzione, vista la comprensibile reticenza dell’Egitto a farsi carico della completa gestione dei rifugiati.

Mentre si moltiplicano le accuse al premier Nethanyau di crimini di guerra e di calpestare il diritto internazionale, sia da organismi internazionali sia dal fronte interno israeliano – di cui, a dire il vero, si dà pochissimo conto in Italia –, resta in piedi una domanda cruciale: qual è il vero obiettivo di Israele?

Anche in un’ottica di cinica razionalità realista si deve infatti porre la seguente, fondamentale, questione: la tattica applicata dal primo ministro israeliano bombardando le città di Gaza, colpendo gli aeroporti siriani, elevando il grado di tensione regionale e minacciando ormai da dieci giorni l’invio di truppe di terra per un’invasione su larga scala della Striscia di Gaza, corrisponde a precisi obiettivi o rappresenta, al contrario, un frammentato quadro difensivo dovuto alla necessaria reazione all’attacco subito, anche quale forma di deterrenza verso i minacciosi paesi vicini?

Consideriamo due obiettivi che, allo stato attuale, appaiono prevalenti e non necessariamente alternativi l’uno all’altro, anzi anche convergenti. Da una parte il governo Nethanyau potrebbe infatti cogliere l’occasione per estirpare Hamas, il principale pericolo dentro i suoi confini e che gode dei maggiori consensi politici tra i palestinesi; dall’altra parte, l’obiettivo congiunto al primo potrebbe essere l’occupazione di una cospicua parte della Striscia di Gaza (circa il 40% a nord del ponte su Wadi Gaza), avviando così un’ulteriore fase coloniale. Pensare infatti che l’evacuazione e gli attacchi dei giorni scorsi servano solo come obiettivi tattici per colpire Hamas e per ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani è una pia illusione di chi vuole osservare le operazioni militari in una loro piccola porzione. Se non altro, sarebbe irricevibile da parte di qualsiasi governo nazionale pensare di eradicare i traffici illegali o mafiosi evacuando periferie o demolendo interi quartieri considerati sospetti. Una popolazione non può essere considerata complice dei terroristi solo in quanto condivide con essi un certo stesso spazio geografico. 

Le mosse adottate dal governo israeliano, dunque, pongono una serie di quesiti. Anzitutto, la possibilità di estirpare un’organizzazione come quella di Hamas, che gode di mezzi militari e di una fittissima rete di controllo sociale nei territori di Gaza, mediante bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile e con sporadiche notizie di obiettivi militari sensibili colpiti dall’IDF, appare al momento una chimera. Anzi, la tattica applicata potrà anche portare, come in parte già sta avvenendo, a colpire esponenti di spicco di Hamas, ma nel medio e lungo termine potrebbe moltiplicare le teste del drago. Non solo infatti tali organizzazioni godono notoriamente di un appoggio popolare vastissimo, con giovani leve che saranno pronte a rimpiazzare le teste del drago oggi mozzate, ma colpendo la popolazione civile non farà altro che rinvigorire la retorica anti-israeliana interna e permettere anche al fronte dei paesi musulmani di compattarsi in maniera inedita e repentina attorno alla causa palestinese.

Se infatti fino a ieri la questione dei palestinesi era relegata ai faldoni secondari della diplomazia degli Stati sunniti e sciiti, in una logica di realpolitik che aveva portato all’elaborazione degli Accordi di Abramo e a una fase apparentemente distensiva con Israele, l’attacco di Hamas e la contromossa violentissima del governo israeliano hanno da subito rimescolato le carte, favorendo nei fatti una nuova possibile estesa alleanza, fino ad oggi impensabile per divergenti interessi nazionali e per diversi legami confessionali. L’Arabia Saudita ha direttamente accusato il governo israeliano di essere colpevole dell’attentato di Hamas, spingendo Blinken a far pressione su Tel Aviv per un cessate il fuoco; l’Iran continua a essere una spina nel fianco di Israele, ribadendo la sua vicinanza alla causa palestinese; il Qatar è notoriamente paese foraggiatore di Hamas, assai più dell’Iran; il Libano da nord è una minaccia costante per gli israeliani e la Siria, da avamposto russo nel vicino oriente, potrebbe estendere il quadro del conflitto dopo che i suoi aeroporti sono stati colpiti dall’aviazione israeliana.

Il fallimento del vertice del Cairo più che derivare dal frazionamento del fronte dei paesi musulmani, come qualcuno ha sostenuto, sarebbe stato causato dalla mancata condanna occidentale dell’uccisione di civili da parte israeliana. Una divergenza di retorica che segna una linea di demarcazione geografica sempre più netta, che dalla scala regionale si sta trasferendo a quella globale, con inneschi potenzialmente devastanti, se si considerano le altre crisi regionali: non solo quella ucraina, ma anche nel Nagorno-Karabakh, quella cinese e infine quella africana della striscia del Sahel dai forti connotati anti-occidentali e anti-coloniali.

Sia chiaro: anche per il fronte dei paesi anti-israeliani vale la logica dell’opportunità politica, più che della retorica umanitaria. Ma certamente quanto si sta osservando a Gaza, tramite testimonianze sul campo e documentazione visiva, va ben oltre “il diritto di Israele a difendersi”. L’elementare e semplicistico slogan che viene ossessivamente ripetuto dai leader occidentali, viene nei fatti smentito ogni volta che gli stessi leader chiedono formalmente il rispetto del diritto internazionale nella Striscia. D’altronde, la logica tattica applicata da Israele, ben al di là della proporzionalità della risposta voluta dal diritto internazionale, sembra portare a conseguenze drammatiche non solo per la popolazione civile della Striscia, ma anche per lo stesso Stato ebraico 

È per questo che anche il secondo eventuale obiettivo di Israele, vale a dire l’acquisizione di un’ingente porzione della Striscia di Gaza mediante l’esilio forzato dei palestinesi verso l’Egitto e il bombardamento a tappeto di Gaza, rischierebbe di provocare una triplice risposta, potenzialmente devastante per i destini israeliani e per il suo soft power: quella terroristica da parte di Hamas, quella dei paesi avversi a Tel Aviv e infine quella dell’opinione pubblica occidentale. Se già si stanno infiammando le piazze nei paesi arabi e anche in quelli occidentali con manifestazioni generalizzate pro-Palestina, l’azzardo di una mossa via terra che concluderebbe le operazioni aeree non solo per uno sgombro tattico, ma evidentemente anche per un’occupazione di lungo periodo dei territori palestinesi, sarebbe talmente plateale da indurre anche l’opinione pubblica più tiepida a chiedere un intervento del diritto internazionale e a condannare apertamente Israele. 

L’eventuale successo di una simile operazione su vasta scala porterebbe realisticamente allo sgombero di una parte imponente di Gaza, all’apparente ferita agli organi territoriali vitali per Hamas, a far venir meno il terreno di coltura dell’organizzazione palestinese e a occupare nuovi territori da colonizzare, funzionando anche come deterrente per i paesi confinanti. Ma, dall’altro lato, aprirebbe una spirale di contestazione difficilmente governabile dai paesi alleati, che appaiono già in forte imbarazzo, come si evince anche dalle dichiarazioni della stessa Casa Bianca che predicano cautela da parte israeliana, così come dal fronte musulmano, che potrebbe rivedere radicalmente le difficili relazioni diplomatiche che la Segreteria di Stato americana sta cercando faticosamente di mantenere intatta.

Se Nethanyau proseguirà in una simile direzione i rischi appaiono evidentissimi. Se, al contrario l’opposizione interna, espressa mediaticamente anche da Haaretz, dovesse prevalere, si potrebbe assistere alle dimissioni del premier e alla revisione delle tattiche usate a Gaza, facendo leva sul rilascio dei prigionieri israeliani, spuntando così le armi dei fronti sempre più consistenti che in Occidente e nel mondo arabo si stanno opponendo a questa nuova fase del conflitto di Gaza. Lo spazio per la diplomazia appare ancora percorribile. E forse conviene a tutti gli attori in campo, a partire dagli Usa: occorre vedere se Israele vorrà tenerne conto o proseguire nella strada tracciata.

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