Cosa succede in Iraq

Il sud dell’Iraq da diversi giorni è infiammato da focolai di protesta contro disoccupazione e carovita. Tutto mentre a Baghdad si cerca, ormai da mesi, di formare un governo a seguito delle elezioni svolte il 12 maggio.

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L’8 luglio a Bassora, città che si trova a sud dell’Iraq, sono iniziate delle proteste di carattere sociale ed economico, che si sono rapidamente propagate ad altre città. La direttrice interessata dalle proteste è quella che da Bassora si muove verso il centro del paese, coinvolgendo importanti centri urbani come Najaf, Nassirya, Karbala sino alla capitale Baghdad. Nelle zone meridionali, abitate in prevalenza da popolazione sciita, la situazione economica è grave: la disoccupazione sfiora il 20%, e raggiunge picchi più alti tra i giovani, che rappresentano la grande maggioranza del paese.
Inoltre nelle città a sud, specialmente a Bassora, si riscontrano grandi problemi di gestione di servizi di base, in particolare quelli idrici ed energetici: durante la giornata sono frequenti i blackout e la mancanza di acqua. Questi fatti, uniti alla già difficoltosa situazione economica, ha portato le proteste, dapprima pacifiche, ad allargarsi ad altre città e ad assumere connotati più violenti. Specialmente a sud est, nel governorato di Maysan, si sono registrati i maggiori incidenti: oltre 30 feriti e i manifestanti che hanno cercato di sfondare gli edifici governativi nella città di Amara.
Anche a Najaf, importante centro di pellegrinaggio sciita, ci sono stati diversi feriti a seguito delle proteste, che hanno comportato anche la chiusura dell’aeroporto della città. Decine di feriti anche a Nassirya e in tutta la provincia circostante.

Il bilancio delle manifestazioni, ancora in corso, al momento parla di una decina di morti e di oltre 300 feriti, anche tra le forze di sicurezza: da venerdì, infatti, l’esercito è sceso in strada per reprimere le manifestazioni.
Nonostante il premier Al-Abadi si sia inizialmente affrettato ad intimare alle forze di sicurezza e all’esercito di non sparare sui manifestanti, in alcune zone le manifestazioni si sono tramutate in una vera e propria guerriglia, e diverse testimonianze locali riportano episodi di violenza sui manifestanti. Specialmente nel difendere i giacimenti petroliferi principali, asset strategico del paese, che negli ultimi giorni sono diventati gli obiettivi delle proteste, simboli di una ricchezza che non riesce ad essere redistribuita verso le fasce più basse della popolazione. Uno di questi giacimenti interessati dalle proteste, quello di Zubair, a ovest di Bassora, è controllato da Eni, che ha fatto sapere di continuare la produzione nonostante le manifestazioni che si sono svolte alle porte dello stabilimento.
Al-Abadi ha promesso grandi investimenti nelle zone a sud dell’Iraq per migliorare la gestione dei servizi, ascoltando le istanze delle proteste, ma ha ribadito che le manifestazioni non devono essere un pretesto per minare l’unità del paese, e che colpire le forze di sicurezza irachena vuol dire attaccare la sovranità dell’Iraq. Un messaggio quindi distensivo ma chiaro: da Baghdad non saranno tollerati focolai di protesta che possono sfociare in una guerriglia armata.
Una delle principali figure di rappresentanza del mondo sciita iracheno, l’ayatollah Ali Al-Sistani, ha dichiarato di essere dalla parte dei manifestanti, intimando il governo a prestare ascolto alle proteste, ma ha allo stesso tempo consigliato alla popolazione di evitare episodi di violenza.

Il processo di ricostruzione del paese continua a rilento: la riconquista dei territori dallo Stato Islamico ha significato un’importate vittoria, ma le enormi sacche di povertà, unite alla particolare composizione etnica e religiosa dell’Iraq, rischiano di minare quel processo di riunificazione tanto cercato da Baghdad. La fase di stallo politica seguita alle elezioni di maggio, che ancora non ha comportato la nascita del nuovo governo, contribuisce all’esasperazione degli animi, e il nuovo esecutivo sarà chiamato a rispondere alla spinosa questione meridionale irachena.