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TematicheStati Uniti e Nord AmericaCosa sta succedendo all’America di Joe Biden?

Cosa sta succedendo all’America di Joe Biden?

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Tra politica interna e crisi internazionali, bilancio a un anno dall’insediamento alla Casa Bianca

Cosa rimane della cerimonia pubblica di insediamento del 46° presidente degli Stati Uniti del 20 gennaio 2021? “America United” e “Our Determined Democracy: Forging a More Perfect Union” i temi al centro dell’inaugurazione, ma sono stati rispettati? A giudicare dagli ultimi mesi di “roller coaster” Joe Biden, 46° presidente degli Stati Uniti, sta vivendo ormai da tempo un periodo difficile dentro e fuori i confini della ricca nazione a “stelle e strisce”.

A livello nazionale non hanno pienamente convinto le politiche di stabilizzazione ai confini con il Messico e il pacchetto di incentivi promessi, così tempestivo all’epoca, sembra adesso aver sovrastimolato l’economia, portando alla peggiore inflazione dagli anni ‘70. Inoltre il carcere di Guantanamo è rimasto aperto.

L’uomo che ha trascorso 36 anni al Congresso non riesce a trovare consenso, secondo molti analisti e osservatori la criminalità dilaga, le città sono di nuovo pericolose.
E l’amministrazione? E’ rimasta in silenzio, segnalando una prolungata siccità di idee.

In politica estera le cose non sono andate meglio: dal caotico ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan alla repressione dei migranti messicani al confine da parte della polizia, dalle crisi in Medioriente a quella recente nel “cuore” dell’Europa con Putin pronto ad invadere – un giorno sì e l’altro pure – l’Ucraina. Fare la cosa giusta al momento sbagliato è il suo talento speciale, ha dichiarato Llewellyn King, columnist ed executive producer di White House Chronicle per la PBS.

Il rapido e sconsiderato ritiro dall’Afghanistan è l’emblema della disastrosa politica estera di Biden. Ci si domanda come sia stato possibile affidarsi ai negoziati coi talebani portati avanti, mesi prima, da Donald Trump. Allo stesso modo, ci si chiede quali misure sono state pensate allorché la lunga colonna di richiedenti asilo si stava facendo strada in Sud America fino al Cile. Domande che l’opinione pubblica si fa da mesi senza trovare risposta.

Tornando alla politica interna colpisce come in realtà l’economia statunitense sia comunque cresciuta negli ultimi mesi portando il “pil reale” a un tasso annualizzato del 7,8 per cento, secondo The New York Review of Books. Il tasso di disoccupazione è sceso al 3,9 per cento in undici mesi (partiva dal 6,3 per cento): di fatto sono stati creati 6,1 milioni di posti di lavoro, circa 4 in più rispetto alle presidenze Trump e dei Bush (padre e figlio) messe insieme. Dati incontrovertibili che non scalfiscono l’idea che l’opinione pubblica ha definito da tempo del governo attuale. Da circa sei mesi l’indice di popolarità di Biden è passato da positivo a negativo e non è più salito, in coincidenza con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Intanto la pandemia ha continuato il suo corso provocando difficoltà nelle forniture e una spirale inflazionistica, dicevamo, che non accenna a diminuire, oltre ai gravi disagi nelle scuole e nel settore turistico. Questo, e non solo, ha fatto crollare la popolarità di Biden di colpo, dal 52 per cento dell’opinione pubblica contenta del suo operato si è passati al 41 per cento. Per intenderci, e “giocare” con numeri e percentuali, Biden rispetto i predecessori è quello che ha perso più rapidamente la fiducia della maggioranza degli americani. Tra “ritiri caotici” e messaggi contradditori diffusi sull’uso delle mascherine l’amministrazione democratica ha visto depauperare il proprio gradimento. Infine il Partito repubblicano ha continuato a ruotare intorno a Donald Trump che dalla sua ricca tenuta di Mar-a-Lago in Florida ha dettato l’agenda politica della destra americana, continuando ad accusare i democratici di aver manipolato il voto alle scorse elezioni presidenziali. Negli Stati Uniti è sempre più chiaro come l’identificazione con uno dei due principali partiti è legata alla volontà o meno di vaccinarsi. Numerosi elettori repubblicani rifiutano il vaccino in nome della “libertà” (!). L’offensiva contro Biden e la sua amministrazione è destinata ad accendersi ulteriormente nei prossimi mesi, qualora i repubblicani dovessero conquistare la camera alle elezioni di medio termine sarà sempre più difficile per Biden tenere le fila in politica interna.

I mezzi di informazione, altro grande problema per Biden, non stanno di certo aiutando l’attuale amministrazione a uscire da questa impasse. Oggi negli Stati Uniti ce ne sono di due tipi: quelli tradizionali e quelli di destra: dall’agosto del 2011 i media tradizionali hanno criticato Biden più di quanto avevano fatto con Trump, lo dimostra un bel sondaggio realizzato dal Washington Post a dicembre del 2021.

Si può invertire la rotta? Sì, a patto che si dia continuità alla proposta Build back better, rallenti l’inflazione e torni la normalità sul fronte pandemico. 

E la politica estera? Qui il discorso è molto più ampio e riguarda il ruolo che la nuova amministrazione Biden ha deciso di ritagliare per gli Stati Uniti nei complessi scenari internazionali. Ruolo spesso in contraddizione con proclami o annunci tardivi, ma andiamo con ordine. La consapevolezza dell’importanza della sfida con la Cina si è intervallata alla volontà di mantenere una presenza in tutte le regioni del mondo. Eppure Biden vanta di gran lunga una densa esperienza in politica estera (è stato senatore e vice presidente) stupisce come finora abbia ottenuto così pochi successi. Certo la decisione di rinnovare il New start è stata provvida, ma gli esiti di quasi tutte le altre iniziative sono stati più discutibili. Del ritiro dall’Afghanistan abbiamo già scritto, poi c’è stato l’accordo con l’Australia e il Regno Unito – il patto di sicurezza Aukus – in cui gli Stati Uniti hanno facilitato la vendita di sottomarini britannici a propulsione nucleare a Canberra. Il vertice sul clima di Glasgow (Cop26) non ha dato soluzioni immediate ai problemi più urgenti, così come la promessa di Washington di rifornire di vaccini il resto del mondo ha dato risultati insufficienti. Anche su altri temi la Casa Bianca ha dato la sensazione di essere incerta, Biden ha dichiarato più volte di voler ridurre l’impegno in Medio Oriente ma poi non ha ridotto il numero dei soldati, in Siria la missione rimane confusa e mille soldati sono ancora presenti in una zona di conflitto attivo. In campagna elettorale Biden aveva promesso di riportare gli USA nell’accordo sul nucleare iraniano, ma il ritardo conseguente ha impedito di riaprire un dialogo prima delle elezioni iraniane, vinte poi dai sostenitori della lina dura (!). E poi c’è la politica per contenere la Cina, Obama aveva inserito la Trans-pacific partnership Tpp al centro della sua politica nella regione. Tpp poi caduta vittima dei gruppi di pressione sia a destra sia a sinistra, inoltre l’amministrazione democratica dovrà definire la sua posizione sull’annosa questione dell’autonomia strategica dell’Europa, oggi più che mai con una crisi ad est pronta a deflagrare da un momento all’altro. 

In attesa della prossima mossa parafrasando Henry Kissinger: “Quando è in atto una crisi, la passività non fa che accrescere l’impotenza: alla fine ci si trova costretti ad agire proprio sui problemi e nelle condizioni di gran lunga meno favorevoli”. 

Corsi Online

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