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TematicheCina e Indo-PacificoCosa succede al confine tra Pakistan ed Afghanistan?

Cosa succede al confine tra Pakistan ed Afghanistan?

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Schiavo della visione offuscata dei propri vertici militari, il governo di Islamabad appare oggi intrappolato in un circolo vizioso di assunti errati e di violenza settaria, che nel medio periodo potrebbero portare alla completa deflagrazione dei propri confini occidentali. 

Il 2023 sta per volgere al termine come uno dei periodi più cruenti della storia contemporanea pakistana. Per quasi un decennio il governo di Islamabad sembrava riuscito ad arginare la spirale di violenza che stava trascinando nel baratro le proprie province nord-occidentali, storicamente restie ad accettare il dominio di qualsiasi governo centrale. Nel 2014, infatti, le forze di sicurezza pakistane avevano condotto con successo una vasta campagna militare volta a domare numerosi focolai di guerriglia nelle aree tribali del Khyber Pakhtunkhwa, riuscendo a relegare la minaccia separatista sulle alture del vicino Afghanistan. 

Obiettivo principale dell’operazione era stata la neutralizzazione del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), il cosiddetto “movimento dei talebani pakistani”, un’organizzazione eterogenea sotto il cui ombrello si era coagulata una galassia di gruppi fondamentalisti germogliati lungo la cintura pashtun attigua alla frontiera afghana. La conquista di Kabul da parte dei propri sodali e l’implementazione di una nuova struttura centralizzata all’interno della compagine, però, hanno di recente rappresentato una svolta decisiva per il TTP, che dall’Agosto del 2021 ha ripreso in pompa magna le operazioni terroristiche sul suolo pakistano. 

Uno sviluppo che potrebbe apparire logico agli occhi di un osservatore esterno, sennonché proprio il governo di Islamabad, oggi succube delle proprie decisioni tattiche, sia stato per anni il principale sostenitore del movimento dei talebani, pur a fronte delle innumerevoli ripercussioni sulla propria tenuta interna. Ironia della sorte o sintomo di un morbo ben più radicato?

Le tensioni tra Pakistan e Afghanistan traggono origine dal processo di ridefinizione della frontiera comune, promosso a fine Ottocento dalla Corona inglese nell’ambito della sua competizione egemonica con la Russia zarista, passata allo Storia con il nome di “Grande Gioco”. Il confine imposto allora dai britannici, la cosiddetta Linea Durand, scisse il cuore della terra della comunità etnica pashtun (Pashtunistan), tradizionalmente estesa dall’attuale Afghanistan meridionale all’odierno Pakistan occidentale, separando intere tribù ed assegnandone una parte consistente all’autorità del Raj britannico. In questo modo, la Corona inglese riuscì ad estendere facilmente la propria influenza sulla monarchia afghana, rendendone i possedimenti una zona cuscinetto tra il subcontinente indiano e l’Impero zarista. Da allora, tuttavia, quella linea di confine rimase talmente porosa e virtuale che nessun successivo governo dell’Afghanistan, di qualsiasi affiliazione ideologica, si dimostrò disposto a riconoscerne l’autorità, sostenuto in questi suoi sforzi dall’irredentismo delle tribù pashtun transfrontaliere.

Dalle spoglie occidentali del Raj, a metà del XX secolo, nacque lo Stato indipendente del Pakistan, che dal proprio progenitore coloniale finì per ereditare il pesante fardello di una frontiera contesa con Kabul. Assemblato unicamente sulla base di una confessione religiosa comune, nel cui alveo tentarono di essere disciolte identità etnico-linguistiche profondamente frammentate, il mosaico pakistano venne immediatamente travolto dalla paranoia di essere smembrato dai suoi vicini. Partendo dall’assunto che la forma stretta ed allungata del proprio territorio lo avrebbero reso vulnerabile ad un attacco a tenaglia diretto al nucleo della nazione, il Pakistan vide così nella possibilità di instaurare un governo cliente a Kabul la chiave di volta per la risoluzione di due criticità esiziali: l’instabilità dei suoi confini settentrionali e l’assenza di un retroterra logistico per combattere l’India nel Kashmir.

A livello tattico, questa ricerca di profondità strategica venne declinata tramite la diffusione di ideologie religiose integraliste nelle province pashtun transfrontaliere e nel supporto logistico-militare a nuclei dissidenti di islamisti afghani, in virtù della convinzione che la comune identità islamica avrebbe potuto mettere in secondo piano le differenti affiliazioni etniche, mitigando l’irredentismo domestico e proiettando una solida influenza di Islamabad su Kabul. 

Una volta fallito miseramente il tentativo di instaurare in Afghanistan un governo fantoccio durante gli anni immediatamente successivi all’invasione sovietica, l’attenzione strumentale dei servizi segreti pakistani venne monopolizzata dall’ascesa dei talebani. Nato come una mobilitazione spontanea di ex-mujahidin insoddisfatti del corso del jihad, il movimento degli studenti coranici rapì l’interesse dei funzionari di Islamabad per la matrice esclusivamente clericale dei suoi vertici e per la peculiare estrazione sociale dei propri adepti più giovani: ragazzi pashtun indottrinati nelle madrasa allestite all’interno dei campi profughi pakistani. 

Nonostante i numerosi sforzi messi in atto per finanziarli e condizionarli, però, una volta conquistata Kabul, i talebani palesarono presto una sostanziale autonomia decisionale rispetto alla maggior parte dei tentativi di eterodirezione orchestrati dal Pakistan. Contrariamente alle aspettative dei servizi segreti di Islamabad, infatti, il mullah Omar, sulla falsariga di tutti i precedenti governanti afghani, rifiutò di riconoscere la legittimità della Linea Durand e non rinunciò alle rivendicazioni storiche sui territori tribali d’oltre frontiera. La comune identità islamica, quindi, benché fosse stata elevata ad elemento costitutivo del nuovo regime, non fu mai in grado di travalicare o di sostituire la ben più radicata appartenenza etnica pashtun. Non furono così i talebani a fornire profondità strategica al Pakistan, ma fu il governo di Islamabad, viziato delle analisi dei suoi servizi segreti, a fornirla al movimento degli studenti coranici

A seguito dell’invasione militare occidentale dell’Afghanistan nel 2001, si assistette ad un conseguente processo di riassorbimento della militanza talebana nella cintura tribale pashtun compresa tra Belucistan e Khyber Pakhtunkhwa, dove l’organizzazione fondamentalista afghana riuscì a godere di un retroterra sicuro nel quale riorganizzarsi. Da questo meccanismo di fusione tra guerriglieri talebani, operativi di Al Qaeda e tessuto sociale pakistano, nacquero gli embrioni di nuovi gruppi di estremisti autoctoni, tra cui il già citato Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), che, fornendo un ammanto ideologico ai sentimenti irredentisti della comunità locale, fondarono piccoli emirati tribali indipendenti nei propri territori d’appartenenza.

L’élite militare pakistana, però, continuò a perseverare negli errori del passato. Durante il ventennio di intervento militare NATO in Afghanistan, infatti, i servizi segreti pakistani decisero di giocare deliberatamente su più tavoli: da un lato incassando gli enormi finanziamenti occidentali volti a “combattere il terrorismo”, dall’altro fornendo supporto ed aiuti logistici significativi alla resistenza dei talebani, contribuendo in larga misura alla loro sorprendente rinascita. Lungi dal migliorare la situazione, tuttavia, l’ulteriore vittoria dei talebani a Kabul non ha fatto altro che aggravare l’impiccio strategico di Islamabad. Le recenti sparatorie alla frontiera, le emorragie di liquidità estera e gli attentati terroristici perpetrati da gruppi separatisti pashtun (che oggi godono di un rifugio sicuro in Afghanistan) rappresentano soltanto gli ultimi campanelli di allarme. Il sintomo di un morbo ben più radicato che ormai da anni offusca la visione strategica della classe dirigente pakistana.

Consapevole della contingenza storica sfavorevole, attualmente il governo di Islamabad minaccia il rimpatrio di quasi due milioni di profughi afghani per tentare di riportare nel proprio alveo il movimento degli studenti coranici, che, lungi dall’essere monolitico, appare profondamente spaccato sul grado di ingerenza da concedere a tali richieste, mettendo in evidenza le diverse anime tribali e litigiose che convivono all’interno della propria compagine.

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