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Cosa sta succedendo in Gambia e perché colpisce le donne di tutto il mondo

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La Mutilazione Genitale Femminile è una pratica diffusa in alcune aree del mondo e rappresenta una manifestazione del potere sociale maschile sulla donna. Per questo, quando lunedì 18 marzo 2024 il Parlamento del Gambia ha votato a favore di un disegno di legge che rimuoverebbe il divieto di pratica della MGF introdotto nel 2015, le attiviste e gli attivisti del Paese si sono sollevati in rivolta. Si tratta, infatti, di un risultato inquietante non solo in termini assoluti, ma anche in rapporto al pericoloso precedente giudiziario che si potrebbe creare sia agli occhi dei Paesi limitrofi che fuori dal continente.

Le Agenzie dell’ONU preposte alla promozione dei Diritti della salute riproduttiva – OMS, UNICEF e UNFPA – dichiarano, alle prime pagine di un esteso rapporto, che “la mutilazione genitale femminile comprende tutte le procedure che includono la rimozione parziale o totale dei genitali femminili per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”. Nonostante le organizzazioni internazionali e le agenzie della salute occidentali condannino tali pratiche da diversi decenni – in alcune zone dell’Africa, dell’Asia e, in misura minore, dell’America Latina continuano invece a essere permesse sia dal diritto che dalla morale. Le ragioni sono molteplici e dipendono sia dal Paese che dalla pratica in questione. Non si tratta soltanto di esprimere una superiorità sessuale, la MGF può avere anche significati igienici, sanitari, religiosi o sociologici spesso intrecciati tra loro. Può essere infatti interpretata sia come atto di difesa nei confronti di potenziali infezioni ai genitali femminili che come tentativo di incrementare la fertilità della donna; in più, può anche essere utilizzata come pratica religiosa richiesta dai testi sacri o come rito di iniziazione delle giovani donne nell’età adulta.

Oltre a queste motivazioni si aggiunge poi quella di carattere sessuale. In particolare, l’obiettivo di chi sostiene la liceità di questi interventi è la rimozione del piacere sessuale delle donne e il controllo del corpo femminile, secondo l’idea che a livello sessuale la donna avrebbe dei vantaggi naturali ingiustificati rispetto all’uomo. La varietà delle motivazioni dietro a queste pratiche e la vastità geografica del fenomeno sono anche alla base delle sue differenti applicazioni. Con il termine “Mutilazioni Genitali Femminili” si fa infatti riferimento a un ampio spettro di operazioni. Nell’ultimo aggiornamento dell’OMS sulla classificazione delle pratiche sono state identificate quattro tipologie di applicazioni, tenendo in considerazione che la più comune delle pratiche prevede l’escissione della clitoride e delle labbra (tipologia 2). Questa complessa caratterizzazione del fenomeno ha sollevato, in tempi recenti, discussioni tra gli osservatori rispetto anche al termine di definizione “Mutilazioni Genitali Femminili”, che potrebbe risultare poco preciso, astorico e stigmatizzante. La parola “mutilazione” infatti ha una connotazione etnocentrica che nei confronti delle popolazioni autoctone potrebbe generare rifiuto e resistenza al cambiamento. Per questi motivi, le organizzazioni internazionali hanno recentemente mutato il proprio approccio, utilizzando il più generale termine “Female Genital Cutting”. 

L’ampio spettro delle modificazioni genitali rappresenta quindi un insieme retaggi culturali e religiosi che per quanto lontani al mondo occidentale, anche se non estranei (circoncisione o piercing genitali ne sono un esempio), colpiscono dai dati UNICEF tra le 100 e le 140 milioni di bambine, ragazze e donne in tutto il mondo, con un ritmo che aumenta in modo inquietante di tre milioni di unità l’anno. La maggiore incidenza si registra sul continente africano, con circa 91,5 milioni di casi, e nello Yemen, dove le pratiche vengono monitorate e documentate; tuttavia anche in alcune comunità di Paesi come India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele la FGC continua a essere praticata, ma mancano dati verificati e statistiche attendibili. Nello specifico il Gambia è uno dei Paesi con l’incidenza più alta del fenomeno, che ha colpito sinora circa il 75% delle donne tra i 15 e i 49 anni. Per questo nel 2015 era stata varata, tra i malumori delle istituzioni e dello stesso Presidente, una legge che vietava tali pratiche. Ciononostante, il 18 marzo 2024 questi malumori hanno assunto forma giuridica e il Parlamento monocamerale ha approvato un disegno di legge contro il divieto del 2015, con 42 voti favorevoli su 47. In realtà, ciò non stupisce o almeno si giustifica considerando che dal 1965, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, il Paese non ha mai trovato una stabilità politica ed economica in grado di promuovere un cambiamento nei confronti delle proprie strutture sociali gerarchiche.

La storia democratica del Gambia, infatti, è molto recente. Risale solo al 2017 la fine della parabola dittatoriale inaugurata nel 1994 dal presidente Yahya Jammeh, che nel corso suoi due decenni di dominio aveva costruito nel Paese un impero del terrore nei confronti degli avversari politici e dei propri cittadini. Uccisioni, arresti arbitrari, torture e corruzione avevano bloccato un già difficile flusso democratico, inasprendo le relazioni internazionali con il vicino Senegal e mantenendo intatta una cultura sociale fortemente patriarcale. Infatti, anche se approvata al termine della sua presidenza, la legge contro la FGC ne è un esempio: secondo alcuni osservatori, il divieto sarebbe stato fortemente voluto dall’allora moglie di Jammeh, proveniente dal Marocco, un Paese in cui la FGC non viene praticata. In seguito, la legge, nonostante prevedesse una detenzione sino a tre anni e una multa di 50.000 dalasi, ha comunque trovato scarsa applicazione legale a causa del minimo numero di condanne avvenute. Nel 2017, al dittatore è succeduto Adama Barrow, che nel tempo si è impegnato nel restituire al Paese un clima di maggiore serenità politica, provando a inaugurare un nuovo periodo di sviluppo: sono stati liberati tutti gli oppositori politici incarcerati, è stato promosso un piano di riforma per la magistratura (fortemente politicizzata) ed è stato avviato un piano di riunificazione con il Commonwealth. Tuttavia, al netto dei buoni auspici iniziali, la popolazione ha continuato e continua tuttora a rimanere tra le più povere del mondo, con un indice di sviluppo umano tra i più bassi e difficoltà anche solo nel reperire acqua o cibo e nel poter usufruire di servizi sanitari o scolastici.

In questo quadro risulta quindi più chiaro comprendere per quale motivo, ancora oggi, in Gambia sia ampiamente accettata la Female Genital Cutting e la democratizzazione appaia come un lontano miraggio. Esiste un legame tra assenza di sviluppo economico e assenza di sviluppo democratico nella scienza politica che ha dimostrato quanto possa incidere la precarietà economica sul mantenimento di strutture statali influenzate e diseguali. Le storiche certezze della propria religione e delle proprie tradizioni possono infatti offrire un rifugio dalla costante povertà economica, lavorativa e sociale – portando però a risultati discriminatori come quelli del 18 marzo. Solitamente si parla di pratiche che si tramandano da secoli, originate come espressioni del potere del più forte sul più debole e che permettono di trattare differentemente le persone considerate “diverse” rispetto alla maggioranza forte. In questo caso, la FGC ne è un esempio: se a dettare legge comune è l’interpretazione rigida dell’Islam, che – nel modo in cui viene insegnato – precetta la superiorità dell’uomo sulla donna, allora la società pubblica e civile rispecchierà questa diseguaglianza e giuridicamente la donna non potrà mai avere le stesse possibilità o garanzie di un uomo. Il risultato è un pericoloso intreccio tra Stato e religione che delegittima i diritti delle donne e di tutte le minoranze esterne ai dogmi tradizionali. Tuttavia, nelle aule parlamentari e tra la gente del Paese sembra emergere un quadro differente, così come espresso da Almameh Gibba, che ha presentato il testo di legge: “l’uso del divieto di circoncisione femminile è una violazione diretta del diritto dei cittadini di praticare la propria cultura e religione” e “il disegno di legge mira a sostenere la lealtà religiosa e salvaguardare le norme e i valori culturali”. Queste parole non solo esprimono la forza che la classe privilegiata ha su quella oppressa, ma disegnano anche un sistema truccato dalla forza della religione per tutti gli agenti esterni. Per questo, alle donne spetta una lotta anti-sistema contro una classe dirigente che ha non solo il potere, ma anche la capacità di cambiare le regole del gioco. Esempi di questa lotta sono figure come Fatou Baldeh, Jaha Dukureh e Sainey Ceesay: esponenti dei movimenti per la libertà e l’eguaglianza delle donne in Gambia e nel mondo che, con le loro testimonianze dall’esterno e dall’interno del Parlamento, hanno sottolineato la necessità di resistere all’oppressione non solo per le donne del Paese, ma per quelle di tutto il mondo

La FGC non rappresenta infatti un problema circoscritto ai confini del Gambia, ma è pratica comune in molte aree del mondo. E’ questo il motivo per cui una decisione dell’Assemblea Nazionale di un Paese che conta meno di tre milioni di abitanti potrebbe essere decisiva per centinaia di milioni di donne in tutto il mondo. Il Gambia sarebbe il primo Stato al mondo ad abolire le tutele in vigore contro queste pratiche, il che potrebbe rappresentare un precedente giudiziario da utilizzare per riabilitare la diffusione della FGC, mettendo a rischio la vita di numerose donne e promuovendo una cultura religiosa elettiva e selettiva. Il voto del Parlamento non rappresenta ancora l’approvazione finale del disegno, che ora verrà valutato da una commissione parlamentare che potrà introdurre emendamenti al testo, ciononostante si tratta di un passaggio considerato decisivo.

Ora si apre un periodo di circa tre mesi in cui gli attivisti e le attiviste dovranno sostenere una forte opposizione a questo possibile cambiamento – sottolineando l’importanza sanitaria, sociale e culturale che avrebbe non solo a livello nazionale ma anche internazionale. Le prove della pericolosità di tale pratica sono state da anni accettate dalla comunità medica internazionale e ulteriori approfondimenti hanno dimostrato come la giustificazione religiosa non sia altro che una maschera che società patriarcali utilizzano per esprimere la superiorità dell’uomo sulla donna.

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