Cosa sta accadendo in Bielorussia?

Gli scontri cui abbiamo assisto nella notte tra domenica e lunedì in Bielorussia hanno segnato l’ultimo atto delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 9 agosto, elezioni segnate tanto da diffusi brogli elettorali quanto da una marcata mobilitazione dell’opinione pubblica come non si vedeva dalla caduta del comunismo.

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Sebbene Aleksandr Lukashenko sia riuscito a mantenersi saldamente al potere, conquistando l’80,29% dei consensi, gli scontri che hanno fatto seguito alle elezioni e l’organizzazione di movimenti di protesta tanto profondi segnano un dato fondamentale nella vita dell’ex Repubblica Sovietica, che, 26 anni dopo l’affermazione del regime di Lukashenko, sembra vivere la sua più profonda crisi.

La campagna elettorale e gli scontri del 9 agosto

Nel corso dei due mesi dall’inizio delle procedure per la raccolta delle firme a sostegno dei candidati, al voto della scorsa domenica, molti sono stati i segnali di crisi incipiente del regime di Aleksandr Lukashenko, uno degli ultimi regimi eredi diretti dell’esperienza sovietica. Le elezioni Presidenziali di quest’anno hanno infatti visto la partecipazione, almeno inizialmente, del maggior numero di candidati dalla caduta del comunismo. Nel corso della campagna elettorale non sono però mancati tensioni e arresti. Secondo quanto riferito da fonti dell’opposizione, sarebbero state circa 1300 le persone fermate nelle settimane precedenti alle elezioni. Tra questi, Viktor Babariko, banchiere al vertice della Belgazprombank (filiale bielorussa della Gazprombank) e principale sfidante del Presidente uscente nonché uomo vicino al Cremlino, è stato incarcerato con l’accusa di evasione fiscale lo scorso giugno. Quasi contemporaneamente, Valery Tsepkalo, anch’egli importante esponente dell’opposizione “sistemica” bielorussa, ha abbandonato il paese per riparare a Mosca a seguito dell’arresto di Babariko e Sergei Tikhanovsky, il popolare blogger a capo di un vasto movimento di opposizione arrestato poche settimane prima del voto al fine di impedirne la candidatura alle elezioni.

L’arresto o la marginalizzazione degli esponenti più in vista dell’opposizione bielorussa, pur determinando un forte contraccolpo del crescente movimento avverso al regime, non ha fermato la mobilitazione dei gruppi organizzati contrari a Lukashenko. L’eredità di Sergei Tikhanovsky, la figura dal più ampio sostegno presso l’opinione pubblica tra le tre arrestate, è stata raccolta da sua moglie, Svetlana Tikhamoskaya che, suo malgrado, è divenuta la candidata principale dell’opposizione, con il supporto di Marina Kolesnikova, capostaff della campagna di Babariko, e Veronika Tsepkalo, moglie di Valery costretta anch’ella a riparare in Russia temendo per la propria incolumità il giorno del voto. Pur conquistando solo il 9,9% dei consensi, secondo i risultati ufficiali, Svetlana Tikhamoskaya è divenuta il centro della mobilitazione contro Lukashenko.

L’ex professoressa di inglese, già nella tarda serata di domenica, aveva infatti disconosciuto i risultati del voto, denunciando le diffuse e palesi irregolarità e chiamando a raccolta i propri sostenitori. Il risultato, suo malgrado, è stata però la rapida degenerazione della situazione. Una situazione già esacerbata nei giorni precedenti dalla politica adottata dal regime che, pur minimizzando la portata delle proteste, aveva, di fatto, blindato la capitale. Secondo quanto si è successivamente appreso, Minsk è stata infatti chiusa, con posti di blocco in prossimità delle principali arterie autostradali e lo schieramento di centinaia di uomini delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa nelle principali vie e piazze della città, al fine di evitare che possibili manifestazioni sfociassero nell’assalto ai palazzi del potere. Quando, nella tarda serata di domenica, le opposizioni sono tornate in piazza, lo scontro con le forze dell’ordine era di fatto inevitabile.

Per quanto si sia avuto notizia di poliziotti simpatizzanti con i manifestanti, i reparti antisommossa sono rimasti fedeli al governo e le opposizioni non sono riusciti a trovare un sostegno tale da obbligare Lukashenko a ripetere le elezioni o ricontare i voti espressi. Sebbene, nelle prime ore degli scontri, vi sia stata la sensazione di una possibile nuova “Rivoluzione Colorata” nello spazio post-sovietico, già nella mattinata di lunedì il risultato era tristemente evidente: 3000 persone arrestate, 50 poliziotti e 39 manifestanti feriti e un morto tra coloro che sono scesi in piazza contro il regime, mentre si attende ancora il bilancio degli scontri della scorsa notte. Lukashenko ha tenuto, ma le opposizioni non sembrano essere intenzionate a desistere e la scorsa notte a migliaia sono tornati in piazza contro il regime, organizzando le prime barricate e rispondendo alle cariche della polizia con molotov e fuochi d’artificio usati come armi. Ad oggi è impossibile prevedere gli sviluppi della situazione, ma dopo la scorsa notte, Svetlana Tikhamoskaya, al fine di tutelare la propria incolumità dopo che per ore non si erano avute sue notizie, è fuggita in Lituania, sotto la protezione del Governo di Vilnius che ha seguito fin da principio l’evolversi della situazione.

Tra la piazza e il palazzo: perché le opposizioni non sono riuscite nel loro intento (per ora)

Malgrado la forte mobilitazione dell’opinione pubblica, le opposizioni non sono riuscite a sfondare e quella che sembrava, solo poche settimane fa, una nuova speranza per la Bielorussia si è risolta in un nulla di fatto, almeno per ora. Malgrado le irregolarità del voto, che secondo le opposizioni sono state particolarmente evidente soprattutto rispetto al 40% dei voti espressi mediante il voto anticipato, a spiegare la tenuta del regime sono fattori strutturali di più lungo periodo.

L’élite riunita intorno a Lukashenko si è infatti dimostrata storicamente piuttosto coesa. A differenza di quanto è avvenuto fino al 2014 in Ucraina o in Russia fino ai primi anni Duemila, in Bielorussia non si è mai sviluppata una “contro-élite” in grado di concentrare su di sé parte del potere mediatico o economico-finanziario. L’ex Repubblica Sovietica è stata infatti tradizionalmente sprovvista di una classe di oligarchi o politici che, forti di una propria base di consenso, potessero sfidare la classe dirigente legata a Lukashenko. Di conseguenza, in circostanze come queste, i movimenti di piazza non possono godere del supporto “interno” di gruppi di pressione che possano mettere in minoranza il regime, come ad esempio è accaduto in Ucraina nel 2004/2005 e, più recentemente, nel 2014.

Inoltre, le manifestazioni degli ultimi giorni, piuttosto che essere simili a Euromaidan, il vasto movimento di contestazione che nel 2014 ha sconvolto l’Ucraina, sono state più simili alle proteste del 2011/2012 in Russia. Tali proteste videro infatti, come oggi in Bielorussia, la mobilitazione di una parte dell’opinione pubblica contro la “Tendemocrazia Putin-Medvedev”, senza però incontrare il supporto di larga parte della popolazione che vedeva nel putinismo una garanzia di stabilità e benessere. Analogamente, a scendere in piazza contro Lukashenko è oggi la parte di popolazione che ha più sofferto l’asfissia del regime, relegato alla marginalità nel contesto europeo e ridotto ad un paria della comunità internazionale, rilevante nella misura in cui risulta determinante nel confronto tra l’Occidente e la Russia. Differentemente, Lukashenko mantiene stabilmente il proprio consenso tra la maggioranza della popolazione dei centri più periferici e nelle campagne, ovvero in quelle regioni che più hanno goduto del regime paternalistico guidato dal leader bielorusso, sebbene anche in queste aree si sia registrato un calo del consenso verso il potere, in virtù del peggioramento delle condizioni economiche della popolazione.

Se le opposizioni non diverranno un vero e proprio movimento di massa, in grado di mobilitare tutta l’opinione pubblica, e se non guadagneranno l’appoggio di parte delle élite al potere, difficilmente il regime potrà cambiare, a meno che la polizia e l’esercito non dovessero ribellarsi e fraternizzare con la piazza, aprendo così ad una più profonda crisi. Attualmente, la situazione risulta particolarmente incerta e difficile da prevedere. Gli scontri della notte appena trascorsa hanno ulteriormente acuito il confronto tra le opposizioni e il regime e, nella giornata di oggi, Lukashenko riunirà il Consiglio di Sicurezza Nazionale con la proposta di proclamare la legge marziale per due settimane come principale punto all’ordine del giorno.  

Le reazioni internazionali

Dal punto di vista internazionale, gli schieramenti sono rimasti piuttosto legati alle posizioni tradizionali. Se Vladimir Putin e Xi Jinping si sono congratulati con Lukashenko per la vittoria alle elezioni, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il Segretario di Stato americano Mike Pompeo hanno espresso la propria preoccupazione per quanto sta avvenendo in Bielorussia, chiedendo la sospensione delle violenze e un nuovo conteggio dei voti, coerente con gli standard internazionali. Ancora sul fronte europeo, la Polonia, per voce del Presidente Andrzej Duda, ha chiesto la convocazione d’emergenza del Consiglio Europeo per definire sanzioni e contromisure da attuare verso Minsk, dopo aver ricevuto, dallo stesso Lukashenko, l’accusa di aver sostenuto, insieme alla Repubblica Ceca e al Regno Unito, le diverse formazioni dell’opposizione.

Paradossalmente, a meno che non avvenga un vero e proprio regime change, con le inaspettate conseguenze che ciò potrebbe comportare, Lukashenko sembra essere la miglior prospettiva per le principali potenze coinvolte nell’Europe Orientale. Dal punto di vista russo, malgrado le intemperanze del regime, spesso visto come un alleato un po’ troppo reticente a conformarsi alla volontà del potente vicino, il leader bielorusso ha garantito, e continua a garantire, l’impermeabilità del paese agli ideali occidentali. Ideali percepiti come pericolosi a Mosca, che, fin dalle “Rivoluzioni Colorate”, ha temuto un eventuale “effetto contagio”, tale da mettere in discussione la stabilità dell’attuale classe dirigente, senza contare la profondità strategica che la Bielorussa garantisce nel contesto politico-militare dell’Europa Orientale. Allo stesso modo, il “multivettorialismo” tentato più volte da Lukashenko, al fine di mantenere la propria autonomia da Mosca, è stato finora la migliore opportunità per l’Occidente di incunearsi nello spazio post-sovietico, che dal 2014 è stato “blindato” dalla Russia. La recente nomina di Julie Fisher come ambasciatrice statunitense a Minsk, carica vagante da quando Karen Stewart fu dichiarata persona non grata nel 2008, e l’arrivo, poche settimane fa, dei primi cargo americani trasportanti petrolio statunitense vanno proprio in questa direzione, provare ad allentare la presa di Mosca sulla Bielorussia, senza destabilizzare la regione.

La situazione resta quindi pericolosamente incerta e solo le prossime ore potranno fare luce su quanto avverrà ai margini dell’Europa, dove la Bielorussia sembra essere divenuta, in modo quasi inaspettato, il nuovo terreno di scontro tra la Russia e l’Occidente.

Lorenzo Riggi

Geopolitica.info