Cosa rappresentano le manifestazioni in Iran

Nella giornata caratterizzata dalle manifestazioni pro-governative, i Pasdaran tramite un comunicato stampa hanno annunciato la sconfitta delle proteste, tracciando di fatto una linea rossa che i manifestanti non possono superare. Inoltre nelle ultime ore, in Iran, si fa strada l’idea che dietro le proteste ci sia l’ex presidente Ahmadinejad. Cosa rappresentano le manifestazioni degli ultimi giorni?

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L’ultima settimana in Iran è stata caratterizzata da un gran numero di proteste, che hanno messo in discussione la legittimità del governo Rouhani. Le manifestazioni sono iniziate lo scorso giovedì a Mashad, città di due milioni di abitanti fortemente conservatrice e religiosa, che ospita il più importante mausoleo del paese, quello dell’Imam Reza. Per questo motivo, sin dall’inizio, la maggior parte degli opinionisti hanno sostenuto che le proteste siano state pianificate dagli esponenti politici ultra-conservatori, in opposizione al governo di Rouhani. Una strategia politica volta a de-legittimare l’attuale presidente iraniano, accusato di perseguire delle politiche troppo moderate nei confronti dell’occidente e di stampo neo-liberista in economia.

Nei giorni seguenti la protesta si è però allargata a tutto il paese, specialmente nella capitale Teheran e nella città di Isfahan, e negli ultimi due giorni è sfociata in una vera e propria guerriglia, che ha avuto come risultato oltre 20 morti e circa 450 persone arrestate. Le manifestazioni hanno avuto come filo conduttore il carattere sociale ed economico: i maggiori slogan che si sono uditi sono stati contro la disoccupazione, arrivata al 12% nel paese e contro l’inflazione. Si sono uditi anche cori contro l’attuale Guida Suprema del paese, Alì Khamenei, e contro il sistema teocratico, fortemente ampliati dalla grancassa mediatica e da immagini dal forte impatto simbolico che sono rimbalzate sul web, come il video della ragazza che si toglie l’hijab e lo sventola con un bastone.
Focalizzarsi solamente su questo aspetto delle proteste rischia però di essere fuorviante: il carattere prevalente delle rivendicazioni rimane quello economico.
A dimostrazione di ciò va analizzata la composizione delle manifestazioni: oltre ai giovani e agli studenti, di grande rilevanza è la classe operaia, i disoccupati e le fasce più povere della popolazione iraniana. Una composizione opposta a quella vista nell’Onda Verde del 2009, quando invece le proteste erano guidate dalla classe medie e dagli universitari, che protestavano contro i presunti brogli del conservatore Ahmadinejad.

Questo vuol dire che, a distanza di pochi anni, due grandi proteste hanno scosso l’Iran: la prima rappresentata dalla classe media del paese, la seconda dalla fascia più umile del paese. E’ la dimostrazione della presenza, in Iran, di una società civile matura e dinamica e di un dibattito politico ampio e completo. Dibattito, però, che rischia di rimanere intrappolato in un sistema politico ancora troppo chiuso dalla strette maglie della teocrazia, e che rende impossibile l’effettiva traduzione nel sistema del dinamismo della società civile del paese.
Carattere comune delle due proteste è la grande quota di partecipazione dei giovani: l’Iran, come gli altri paese del Medio Oriente, presenta una larga fetta di popolazione giovanile under 35. Il futuro delle politiche per i giovani in Iran saranno fondamentali per il futuro dell’intero sistema-paese: non a caso le maggiori rivendicazioni sociali e civili sono venute proprio da questa fetta di manifestanti, che mal digeriscono alcune imposizioni della teocrazia.
Anche in questo caso, però, si rischia di dare un’interpretazione fuorviante dei rapporti di potere in Iran: la maggior parte delle analisi verte sulla contrapposizione tra giovani e teocrazia, sovrastimando il ruolo del clero religioso di oggi. Il vero dualismo presente nella Repubblica Islamica è quello tra i giovani e le forze militari Pasdaran. Sono questi ultimi il vero motore politico ed economico del paese, e rappresentano l’ago della bilancia del sistema iraniano. Non a caso sono loro che oggi, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la “sconfitta delle proteste”, delineando una linea rossa che i manifestanti non possono superare, pena un inasprimento del carattere repressivo.

Nel breve termine sono due i possibili scenari che possono avvenire in Iran per concludere questo periodo di instabilità interna: il primo è quello caratterizzato da una totale repressione dei focolai di protesta. Una chiusura delle maglie del dissenso, facilitata dal ruolo dei Padaran e dalla grande capacità di mobilitazione dei Basij, le forze paramilitari vicine ai Guardiani della Rivoluzione. Questo scenario può essere spinto dalla consapevolezza del regime che la più grande vulnerabilità per l’Iran è la questione interna relativa alla popolazione. Un aumento dei focolai di protesta rischia di scaturire in divergenze etnico religiose che in passato hanno preoccupato gli Ayatollah: le potenze esterne potrebbero approfittare della situazione fomentando e manipolando vari gruppi etnico-religiosi al fine di destabilizzare il regime iraniano.
Il secondo scenario è quello caratterizzato da un approccio maggiormente moderato, e consiste nel riformulare una politica economica che possa aiutare le popolazioni dei ceti più bassi. Una politica economica che unisca i processi di liberalizzazione economica in atto, favoriti dagli investimenti esteri, a un allargamento dei sussidi diretti alle fasce più umili della società iraniana, reinserendo nel programma di sostegno al reddito alcune fette di popolazione escluse nel processo di spending-review avviato da Rouhani.

La chiave interpretativa per il futuro dell’Iran è l’evoluzione della contrapposizione tra i giovani e i Pasdaran. Quanto e come questo rapporto possa mutare, tramite concessioni sociali o eventuali repressioni, condizionerà fortemente le nuove traiettorie politiche della Repubblica Islamica. I giovani rappresentano il potenziale del paese, e possono favorire una futura crescita economica grazie allo sviluppo di know how interno dovuto alla grande alfabetizzazione universitaria, ma questa grande conoscenza deve essere assorbita dal mercato del lavoro interno, per non tramutarsi in un fattore di instabilità. Dall’altro lato, le analisi sul futuro del paese devono sempre più concentrarsi sul ruolo dei Pasdaran che sul clero religioso, onde evitare una rappresentazione falsata dei reali rapporti di potere interni alla Repubblica Islamica.