Cosa può fare Biden per lo Yemen?

L’inviato speciale per lo Yemen, Timothy Lenderking, dal 22 febbraio fino al 3 marzo 2021 sarà impegnato nella regione del Golfo per incontrare figure senior dell’area e l’inviato speciale in Yemen per le Nazioni Unite. Secondo le dichiarazioni del Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti intendono adottare un approccio dual track nella guerra in Yemen per supplire aiuto umanitario e porre fine al conflitto. Tuttavia, alcune questioni necessitano di essere trattate con la massima urgenza ma rischiano anche di esacerbare le tensioni tra le parti.

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L’inviato speciale per lo Yemen spiega la strategia di Washington

Alcuni chiarimenti sulla strategia che gli Stati Uniti intendono adottare nei confronti della guerra civile in Yemen sono giunti dal rappresentante speciale per lo Yemen Timothy Lenderking che ha risposto alle domande dei giornalisti dal Dipartimento di Stato. Il rappresentante è stato incaricato dal presidente di rivitalizzare gli sforzi diplomatici per portare pace e sicurezza nello Yemen. Per fare ciò, il Dipartimento di Stato riporta che lavorerà a fianco dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Yemen Henzel, con altri partner regionali ma anche con colleghi di diverso profilo a Washington. L’Amministrazione democratica sta tentando di ingaggiare lo Yemen per arginare la crisi e stabilire una solida base per la fine del conflitto. Più precisamente, Lenderking ha dichiarato che gli Stati Uniti mirano a stabilire le condizioni per un cessate il fuoco e spingere le parti verso un accordo che metta fine alla guerra. L’approccio inter-dipartimentale, continua l’inviato speciale, è il più utile per conseguire una soluzione che sia duratura e inclusiva dei maggiori attori coinvolti. La posizione sarebbe condivisa da molti leader dell’area, e specialmente dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Grande attenzione è riservata agli attacchi, condotti tramite esplosivi, contro le navi mercantili nel Mar Rosso, droni sofisticati e missili che colpiscono il territorio dell’Arabia Saudita. Solleva altrettante preoccupazioni la capacità degli Houthi di piazzare mine che rendono impraticabili le vie navigabili nell’area. Nonostante Biden avesse annunciato nel suo primo discorso di politica estera che gli Stati Uniti non avrebbero supportato ulteriormente l’offensiva saudita in Yemen, l’Arabia Saudita rimane un alleato regionale cruciale. Ad ogni modo, anche se il supporto statunitense alla difesa dello stato rimarrà saldo, il presidente si è dimostrato critico nei confronti dei bombardamenti indiscriminati condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita a danno dei civili e delle infrastrutture yemenite.

Gli Houthi, organizzazione terroristica

Uno degli ultimi episodi che avevano unito Yemen e Stati Uniti era stata la designazione del movimento di ribelli sciiti Houthi, riconosciuto formalmente come Ansar Allah, quale organizzazione terroristica da parte del Dipartimento del Tesoro il 19 gennaio, prima dell’insediamento di Biden. La decisione aveva prevaricato le preoccupazioni del Congresso e delle Nazioni Unite che temevano un peggioramento delle condizioni dei civili nel Paese. Lo Yemen, infatti, è dilaniato da una guerra civile che dura oramai da sei anni e che “ha creato una catastrofe umanitaria e strategica”. Dal momento che gli Houthi controllano circa l’80% della popolazione yemenita, l’emergenza umanitaria necessita di essere gestita in via prioritaria, nonostante permanga il bisogno di incalzare l’organizzazione. Infatti, le pressioni sui leader del movimento non accennano a diminuire e questi rimangono sottoposti al regime di sanzioni delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, come stabilito dall’ordine esecutivo 13611. Inoltre, la rimozione temporanea degli Houthi dalla lista di organizzazioni terroristiche non ha fermato la violenza che ha colpito Marib, unica roccaforte nel nord dello Yemen controllata del governo legittimo. L’ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari sostiene che circa un milione di civili abbia trovato rifugio nella città per scappare alle violenze dei ribelli sciiti. Secondo una dichiarazione del Segretario di Stato, l’assalto testimonia l’azione di un gruppo che non intende impegnarsi per la pacificazione o la fine del conflitto. Anche durante la permanenza di Lenderking a Riad gli Houthi hanno lanciato un attacco contro la popolazione civile nel sud dell’Arabia Saudita. Finché una simile condotta sarà perpetrata gli Stati Uniti, hanno reso noto, non solleveranno le sanzioni poste in capo ai leader sciiti.

Oltre la crisi umanitaria, la crisi ecologica

La risoluzione del conflitto civile yemenita ha subito un’accelerazione a causa dell’incombente disastro ecologico che coinvolgerebbe il tratto di mare controllato dagli Houti. Infatti, in quella zona è ancorata sin dal 2015 una petroliera carica di greggio, SAFER. Secondo le stime, questa conterrebbe 1.1 milioni di barili colmi di petrolio che se si riversassero nel mare causerebbero una catastrofe ecologica e umanitaria dalla portata disastrosa. Circa 30 milioni di persone sarebbero colpite, di cui circa 1.6 milioni di yemeniti. Se i porti nell’area di Hodeidah fossero chiusi, gli aiuti umanitari al Paese sarebbero recisi.

Le trattative condotte dalle Nazioni Unite per la messa in sicurezza dell’imbarcazione si erano totalmente arenate quando l’ex presidente Trump aveva designato gli Houti come organizzazione terroristica. La missione, prevista da ultimo per febbraio, è stata posposta a causa di nuove richieste in merito alle disposizioni logistiche e securitarie avanzate dai ribelli sciiti. Inoltre, anche le Nazioni Unite hanno riscontrato ritardi burocratici. L’Organizzazione continua a lavorare per mitigare i rischi legali che potrebbero sorgere dalla partecipazione di contractors alla missione. Gli Houthi hanno affermato che lasceranno che la delegazione delle Nazioni Unite ispezioni la petroliera a marzo.

Il caso del giornalista che faceva il suo lavoro

Adel al-Hasani è un giornalista yemenita detenuto da più di cinque mesi, come acclarato in precedenza. Secondo le ricostruzioni, il giornalista sarebbe stato fermato nei pressi di Aden il 17 settembre dello scorso anno. In quel periodo il giornalista, che aveva lavorato con preminenti emittenti, era impegnato per il rilascio di due giornalisti europei che erano stati trattenuti nella città portuale di Mocha e in seguito deportati. Come è trapelato, il giornalista è detenuto nella prigione di al-Mansoura dal Consiglio di Transizione del Sud, organizzazione secessionista supportata dagli Emirati Arabi Uniti, che detiene il controllo della maggior parte della parte meridionale del Paese. La detenzione è considerata arbitraria, tra gli altri, dallo Human Rights Watch. Hasani è stato accusato di cospirazione con agenti stranieri e di avere ottenuto fondi illegali. Benché le accuse siano decadute per mancanza di prove, le corti locali si sono rifiutate di rilasciarlo. Mentre aumenta la preoccupazione per il giornalista, il Segretario di Stato Blinken ha condannato la pratica della detenzione arbitraria in quanto in violazione dei diritti umani.


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Conclusioni

La guerra in Yemen si è protratta per sei anni, il costo umano è stato e continua ad essere altissimo. La scelta dell’Amministrazione Biden di affrontare la crisi umanitaria in primis e risolvere il conflitto rappresentano un grande passo per la guerra che viene spesso considerata una semplice guerra per procura. Nonostante la fine del supporto all’offensiva saudita nel Paese, molti attori richiedono che più aiuti raggiungano la popolazione yemenita. In tal senso, vi è grande attesa per la conferenza internazionale per la raccolta di aiuti umanitari per lo Yemen che si terrà i primi di marzo e per il ritorno dell’inviato speciale Lenderking dalla regione. Tuttavia, non è chiaro cosa gli Stati Uniti faranno concretamente oltre ad offrire aiuti umanitari. La strategia sembra essere stata dichiarata ma i dettagli sono cruciali per il raggiungimento degli obiettivi strategici.

Elisa Maria Brusca,
Geopolitica.info