Cosa è successo a Tripoli

Nei giorni scorsi accesi scontri tra milizie hanno messo a ferro e fuoco Tripoli, aumentando l’instabilità della Libia e scatenando un acceso dibattito tra i governi europei.

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Dal 29 agosto Tripoli è stata terreno di un intenso confronto armato tra milizie. La Settima Brigata, milizia anti governativa di stanza a Tarhuna, a guidato un’offensiva sulla capitale. Gli sconti si sono svolti contro diverse milizie che fanno parte delle unità speciali del ministero dell’Interno e della Difesa del governo Sarraj, come la Brigata Rivoluzionaria di Tripoli, la Forza Speciale di Dissuasione, la Brigata Abu Salim e la Brigata Nawassi.
L’offensiva della Settima Brigata è stata la più violenta mai registrata nel paese dal 2014: per questo Sarraj, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, ha chiamato d’urgenza l’aiuto della Forza Antiterrorismo di Misurata, nota per aver sconfitto l’Isis a Sirte nel 2016. La Brigata di Misurata, arrivata nella notte con circa 600 veicoli militari al seguito, si è insediata nei pressi dell’aeroporto di Mitiga, a 8 km ad est del centro di Tripoli. L’offensiva degli uomini di Misurata ha costretto la Settima Brigata a ripiegare diversi chilometri a sud della capitale. Al momento, il compito della Forza Antiterrorismo, è quello di controllare il cessate il fuoco a sud di Tripoli e favorire la transizione del controllo del territorio alle forze dell’esercito regolare, che dovrà completarsi entro il 30 settembre.

Nella giornata di ieri, dopo diverse trattative tra i capi brigate, si è raggiunto un accordo tra le milizie e l’inviato delle Nazioni Unite Salamè: un sorta di tregua, basata su un accordo in 7 punti che dovrebbe garantire il proseguimento del cessate il fuoco. E’ difficile che la tregua possa durare a lungo: le diverse milizie sono all’interno di un processo di ridistribuzione dei poteri, che assume per forza di cose connotati da guerra civile. Nella battaglia degli ultimi giorni hanno perso la vita 69 persone, e si registrano migliaia di sfollati. Fonti locali hanno avvertito della fuga di centinaia di detenuti dalle prigioni libiche, che hanno approfittato dei disordini per evadere.
L’ulteriore destabilizzazione di Tripoli, inoltre, ha messo in allarme le cancellerie europee, che temono una nuova ondata di partenze di migranti dalla Libia, date le evidenti difficoltà che la Guardia Costiera libica – ma anche italiana – possono riscontrare nel controllo della costa.

Il conflitto tra milizie libiche ha chiamato in gioco i grandi interessi degli attori internazionali: il governo italiano ha attaccato, neanche troppo velatamente, il ruolo della Francia, accusata di approfittare di una nuova destabilizzazione del paese africano per perseguire i propri interessi economici e politici. Oltre alla Francia, che insieme all’Egitto e alla Russia sostiene la figura del generale Haftar, c’è un nuovo attore che si affaccia sullo scenario libico: la Turchia di Erdogan.
Infatti l’attacco della Settima Brigata a Tripoli è coinciso con il ritorno in Libia di Salah Badi, uomo protagonista della guerra civile nel 2011 che ha portato alla caduta di Gheddafi, e strettamente legato ad Ankara. Badi, espulso dalla Libia nel 2016 perchè accusato di foraggiare milizie islamiste, è ricomparso nel paese proprio in coincidenza con l’inizio dell’offensiva su Tripoli, nella notte del 29 agosto: un suo discorso, nel quale incita la popolazione del quartiere di Qasr bin Ghasir a riprendere le armi per “ristabilire lo spirito della Rivoluzione del 17 febbraio e liberare la Libia”, è divenuto virale sui social. Il ritorno di Badi potrebbe significare la ricerca della Turchia di ristabilire un controllo sulle milizie di Tripoli, ora più vicine all’Arabia Saudita.

Un nuova frattura, quella fra correnti islamiche sunnite vicine ad Ankara o a Riad, che si aggiunge ai due fronti delineati, di Sarraj e Haftar, e aumenta la complessità dello scenario libico.