Cosa ci fa il Medio Oriente in Caucaso?

Tra settembre e ottobre di quest’anno, la Turchia ha inviato centinaia – o addirittura migliaia – di mercenari siriani a combattere tra le fila dell’esercito azero contro l’Armenia, in Nagorno Karabakh. I motivi non sono chiari, ed entrano in gioco molti fattori: un regime indebolito dal Covid, due stati eterni rivali e una jihad “a pagamento”. 

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Il conflitto: dal 1992 ad oggi, in breve

Il Nagorno-Karabakh, o Repubblica dell’Artsakh, è una regione montuosa del Caucaso meridionale, in cui si combatte – ormai da trent’anni – una guerra geo politicamente complessa. Etnicamente armeno e a maggioranza cristiana ortodossa, il Nagorno-Karabakh è stato annesso, dalla dirigenza sovietica, all’Azerbaijan, paese musulmano sottoposto a influenze turche. Così, fin dalla caduta dell’impero sovietico, Armenia e Azerbaijan si contendono il controllo di questo territorio a colpi di offensive militari – sporadiche dopo il cessate il fuoco del 1994 – e feroce propaganda nazionalista.

Il Nagorno-Karabakh, però, non è terreno di battaglia solo per i due ex stati sovietici: anche la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan, potenze rivali e ingombranti, hanno preso apertamente parte al conflitto. Il Cremlino è alleato storico dell’Armenia, mentre la Turchia ha offerto “qualsiasi tipo di sostegno” all’Azerbaijan. A partire da settembre di quest’anno, per due mesi, la regione è tornata ad essere teatro di scontri: era dal 1994 che le due fazioni non si affrontavano così apertamente, e così a lungo.

Il caso: miliziani siriani sulle alture caucasiche

Ma c’è qualcos’altro che fa tremare l’Armenia e che spaventa la comunità internazionale: tra le fila dell’esercito azero, c’erano dei miliziani siriani. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan ha dichiarato: “centinaia di mercenari militanti provenienti da Siria e Libia hanno partecipato alla guerra in Artsakh con l’Azerbaigian; sono stati portati lì dalla Turchia”.

Cosa ci facevano dei soldati siriani sulle montagne dell’Artsakh? Cosa c’entra il Medio Oriente con il Caucaso?

Le forze straniere che hanno affiancato l’esercito azero sono quelle dell’Esercito Siriano Libero (ESL), una coalizione di gruppi armati che hanno combattuto nella guerra civile siriana, sostenuti dalla Turchia di Erdogan, che aveva già fatto uso di queste milizie nel corso degli scontri in Siria del nord e in Libia.

L’utilizzo di foreign fighters non è una novità neanche per i due paesi caucasici che si contendono il Nagorno-Karabakh. Infatti, durante il conflitto degli anni ‘90, al fianco degli azeri erano schierate forze irregolari afghane, volontari ceceni e bosniaci, Bozkurtlar turchi. Gli armeni, invece, si servirono di volontari osseti e bosniaci, insieme a membri della diaspora armena che, allora come ora, erano tornati nella madrepatria per combattere. Se è costume di guerra, allora perché la presenza di queste brigate nel Caucaso è diventata un caso internazionale, e perché cambia la natura del conflitto stesso?

Una questione interna azera?

Qualcuno vede nei recenti sviluppi sul fronte la prova di una crisi interna azera. Il regime del presidente Alyiev si troverebbe in un momento di estrema difficoltà a causa della pandemia e del crollo nel prezzo e nella domanda di petrolio. Infatti, l’economia del paese si basa principalmente sull’estrazione e l’esportazione – soprattutto verso i paesi europei – di idrocarburi.

Alyiev quindi, per una questione di propaganda interna, ha necessità di vincere questa guerra. L’esercito azero è, per questioni demografiche, molto più grande di quello armeno, ma questo non bastò nel ’94, quando l’Azerbaijan, nonostante fosse militarmente superiore, perse il controllo della regione contesa. Inoltre, schierare questi combattenti “fantasma” ha permesso ad Alyiev di aumentare l’efficacia delle azioni militari, diminuendo allo stesso tempo il numero di cittadini azeri morti sul fronte. 

Un conflitto geo politicamente complesso: tra religione e relazioni internazionali

Tuttavia, ciò che è avvenuto in Caucaso, va ben al di fuori dei confini regionali: ha radici e conseguenze che sono rilevanti a livello internazionale.

Per prima cosa, i combattenti siriani in questione non sono miliziani ideologizzati. Al contrario, sono stati reclutati con la promessa un compenso tra i 900 e i 2000 dollari, l’equivalente di anni di stipendio nella loro madrepatria. Per questo, non è corretto definirli jihadisti: la loro motivazione non è religiosa. Questo è confermato dal fatto che l’Azerbaijan è un paese musulmano ma a maggioranza sciita, e per i fondamentalisti jihadisti “gli sciiti sono nemici più dei cristiani e degli ebrei”.

Lo sceicco Abū Muḥammad al-Maqdisī, uno dei massimi esponenti nella sfera di Al Qaeda, ha inoltre affermato che la guerra in Nagorno Karabakh non è considerabile come una jihad, o “guerra santa”, dal momento che è combattuta al fianco di due stati secolari – Azerbaijan e Turchia – che non governano secondo la Sharia.

I possibili scenari: il Caucaso sarà il nuovo Medio Oriente?

In mancanza di una forte componente ideologica, i paesi sunniti non hanno interessi ad immischiarsi ulteriormente nel conflitto. È emblematico, infatti, il caso dei combattenti siriani: mandati allo sbaraglio sul fronte, molti sono ritornati in fretta in patria. Altri, non sono neanche partiti, perché mancava il sostegno delle loro autorità religiose.

Tuttavia, l’Armenia ha adottato un tipo di propaganda nazionalista che insiste molto sul carattere di “guerra sacra”, e che ritrae i cittadini armeni in patria e in Nagorno-Karabakh come vittime del “nemico musulmano”. Questa auto narrazione si è intensificata con gli accordi di pace firmati all’inizio di questo mese, che vedono tornare il Nagorno-Karabakh in mano azera.

La trama, quindi, si potrebbe infittire se la Turchia di Erdogan riuscisse a porsi in modo efficace come leader panislamico contro “l’avversario Cristiano. Quella in Nagorno-Karabakh potrebbe diventare una guerra di religione a tutti gli effetti e spingere molti più attori a combattere per quel piccolo lembo di terra, riaccendendo il conflitto.

L’Iran, in cui vivono oltre 15 milioni di azeri, ma che confina con l’Armenia e ha sempre cercato di agire da paciere, potrebbe sentirsi minacciato e schierarsi da una parte o dall’altra, cambiando gli equilibri nella regione.

Anche la Russia ha sempre adottato una politica cauta in merito al conflitto nell’ex zona sovietica, soprattutto perché Putin – seppure suo alleato – non è entusiasta del presidente democratico attualmente a capo dell’Armenia, Nikol Pashinyan. Il problema è, quindi, che l’atteggiamento sempre più interventista della Turchia potrebbe cambiare le carte in tavola e modificare la strategia del Cremlino.

Turchia e Russia sono già rivali in Medio Oriente. In Libia e in Siria, Putin ed Erdogan giocano una battaglia sanguinosa e si trovano d’accordo solo su una cosa: non ammetterel’intervento dell’Occidente.Quello che è chiaro, quindi, è cheil conflitto tra i due stati va ben oltre le questioni territoriali in Artsakh, e probabilmente non finirà con gli accordi di pace appena firmati.


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Dunque, se il conflitto si dovesse riaccendere, è possibile che la Russia scelga di passare a misure più aggressive. La regione contesa, così, diventerebbe a tutti gli effetti il nuovo campo di battaglia per le due potenze rivali e i rispettivi interessi politici ed economici. Se non lo è già.