Cosa ci dicono le elezioni in Donbass?

C’è voglia di provare a delineare un futuro sociale e politico tra gli abitanti delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk e di farlo all’insegna della partecipazione e della democrazia.

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E’ quanto sembra emergere dai risultati delle elezioni che le due regioni russofone, separatesi dall’Ucraina, hanno celebrato domenica 11 novembre, allo scopo di rinnovare le leadership e i consigli popolari.

Naturalmente l’attenzione dei media internazionali è stata concentrata soprattutto su Donetsk, dopo che lo scorso 31 agosto il presidente Alexander Zakharchenko, eroe della rivolta del 2014 contro Kiev, è rimasto ucciso in un attentato terroristico, a causa dell’esplosione di un’autobomba.

Secondo i dati forniti dal presidente del comitato elettorale centrale della Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), Olga Pozdnyakova, i seggi allestiti sono stati in tutto 408: di questi, 143 nella capitale, 65 nella vicina Makeyevka, 45 a Gorlovka e altri 4 a Debaltsevo. Presso di essi si sono recati a votare oltre 1,6 milioni di elettori, pari all’80,1 per cento degli aventi diritto, a riprova del notevole coinvolgimento popolare.

I candidati alla presidenza della DPR sono stati ben cinque: Denis Pushilin, Elena Shishkina, Roman Khramenkov, Vladimir Medvedev e Roman Evstifeyev.

Il 37enne Pushilin, il favorito, che aveva retto la Repubblica nei mesi successivi la morte di Zakharchenko, ha confermato i pronostici della vigilia, ottenendo il 60,85% dei voti, mentre il suo partito “Donetsk Republic” si è aggiudicato le elezioni parlamentari con il 72,5%, seguito dal movimento “Free Donbass”, che ha ricevuto il 26% dei suffragi.

A Lugansk, dove pure l’affluenza è stata molto alta (il 77%), a vincere è stato Leonid Pasechnik con il 68,3% dei voti, che guidava la formazione Peace for Lugansk, che ha vinto le elezioni parlamentari conseguendo il 74,12%, seguita dalla Lugansk Economic Union (25,16%).

Il governo ucraino si è affrettato a disconoscere il risultato elettorale, dichiarando illegittime le votazioni. Posizione condivisa anche dall’Unione Europea e dagli USA. Da parte sua, invece, il portavoce del presidente della Federazione Russa, Dmitrij Peskov ha affermato che le consultazioni sono coerenti con gli accordi di Minsk 2.

A controllare la regolarità delle votazioni, erano presenti oltre 40 osservatori internazionali provenienti da vari paesi, tra cui Russia, Ossezia del Sud, Abkhazia, Belgio, Germania, Francia, Italia e Austria. Tra di loro, membri del Consiglio della Federazione Russa come Sergey Tsekov e Olga Kovitidi, i parlamentari belgi Jan Penris e Frank Creyelman, l’ex ministro della Difesa greco Kostas Isychos e il ministro dei Trasporti francese all’epoca di Nicolas Sarkozy Thierry Mariani.

Nelle dichiarazioni rilasciate ai media locali e stranieri, gli osservatori internazionali hanno confermato che le operazioni di voto si sono svolte regolarmente e nel pieno rispetto degli standard democratici, in entrambe le repubbliche e tanto nelle città quanto nelle campagne. Particolare stupore ha destato la massiccia affluenza alle urne. Il deputato belga Penris ha posto l’accento sul carattere di “festa civile” assunto dalle consultazioni, mentre l’ex ministro greco Isychos ha evidenziato l’”eccellente organizzazione” delle procedure e il loro carattere “aperto, trasparente, libero e democratico”.

Al di là delle considerazioni degli osservatori e degli Stati stranieri, è chiaro che le due repubbliche autoproclamate proseguiranno nel processo di costruzione di una vera e propria compagine statale. Entrambi i presidenti eletti hanno ribadito, inoltre, di non mirare a un’unificazione con Mosca, quanto piuttosto a sviluppare stretti legami di integrazione.

La situazione di totale stallo in cui versano i negoziati di Minsk e la completa chiusura diplomatica ostentata da Kiev imporranno, in ogni caso, a Pushilin e Pasechnik sfide non facili da affrontare, volte innanzitutto a garantire pace e stabilità politica ed economica ai loro territori.