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Corsa al nucleare: perché gli Stati Uniti cercano un dialogo con la Cina

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Stati Uniti e Cina sono legati da un passato – e un presente – di incontri e scontri sotto numerosi aspetti. Se di recente le due superpotenze sono state in grado di mettere da parte alcuni rancori in nome di una comune strategia sul clima, altri temi, come lo sviluppo dell’arsenale nucleare cinese, potrebbero potenzialmente destare nuove preoccupazioni.

Articolo precedentemente pubblicato nel diciannovesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese hanno indubbiamente attraversato, nel corso degli anni, numerose tensioni, tra cui la competizione a livello ideologico ed economico. Se, a seguito dell’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutasi a Glasgow qualche settimana fa, le due superpotenze si sono rivelate propense a “mettere da parte” le loro difficili relazioni, sembra che stia emergendo un nuovo terreno di scontro.

Secondo quanto riportato dal The Guardian, la scorsa settimana ha avuto luogo il lancio, da parte della Cina, di un missile – dotato di capacità nucleare – in grado di trasportare un veicolo a propulsione ipersonica. Questo lancio, inoltre, avrebbe comportato anche il lancio senza precedenti di un missile separato da quello stesso veicolo. Il livello di sviluppo della capacità strategica nucleare cinese ha colto di sorpresa anche il Pentagono. Questo test sarebbe stato svolto lo scorso luglio, la notizia è emersa a livello mondiale il mese scorso, nel momento il cui il veicolo è stato in grado di volare nello spazio e completare un’orbita parziale della terra.

La sorpresa statunitense deriva anche da un ulteriore fattore: sembrerebbe che questo test missilistico abbia comportato anche un secondo lancio di un ulteriore missile che, una volta separato dal primo, è volato e successivamente caduto nel Mar Cinese Meridionale. Ad ogni modo, la novità assoluta non risiede solo nel fatto che Pechino è riuscita a portare a termine il lancio di un missile da un veicolo madre in grado di viaggiare a cinque volte la velocità del suono, ma soprattutto nel fatto che né Stati Uniti né Russia si sono dimostrati capaci di fare altrettanto.

Già la scorsa estate i test condotti dalla Pechino avevano destato numerose preoccupazioni: lo scorso 27 luglio ha avuto luogo un test ipersonico in cui un missile a lungo raggio ha trasportato la testata ipersonica per poi rilasciarla contro un obiettivo di prova all’interno del territorio cinese. In quell’occasione, il missile ipersonico ha mancato l’obiettivo di circa 32 km. Nonostante ciò, è stata categorica, in quell’occasione, l’espressione del Generale John Hyten – un alto funzionario del Pentagono – quando ha detto che, considerando che questo rappresentava unicamente un test iniziale, il missile “ci era andato abbastanza vicino”. 

Non c’è da stupirsi, dunque, del fatto che all’interno del Pentagono ci sia una notevole preoccupazione rispetto ai risultati di questo ultimo test di lancio. Secondo alcune fonti, inoltre, le due superpotenze non hanno mai avuto un vero e proprio dialogo in merito al nucleare. Anzi, proprio gli ufficiali cinesi hanno ampiamente abbandonato questa idea, in ragione del fatto che gli Washington ha dispiegato un numero di testate nucleari di cinque volte maggiore rispetto a quelle possedute da Pechino. Ed è proprio questa situazione che il presidente americano Biden vuole modificare, col tempo. Nel corso del summit virtuale tenutosi a novembre con il presidente Xi Jinping, è stato proprio Biden a mettere sul tavolo la possibilità di affrontare delle “strategic stability talks”. 

In effetti, sembra che la strategia di Washington sia – per ovvi motivi – una strategia di lungo periodo. L’idea, cioè, è quella di iniziare, a piccoli passi, a costruire un dialogo. Un dialogo che in un primo momento si focalizzerà sull’evitare qualsiasi tipo di conflitto accidentale tra le due superpotenze derivante da “miscommunication”; una volta instaurate le basi per un terreno di dialogo reciproco, si potrà iniziare a discutere circa le strategie nucleari di entrambi i paesi. Nella visione più ottimistica, in futuro si potrà iniziare un altro tipo di confronto sul controllo delle armi, arrivando persino ad un qualche tipo di accordo ufficiale.

Senza ombra di dubbio, gli ultimi esperimenti di lancio missilistico da parte di Pechino hanno reso il desiderio di dialogo ancora più urgente. Infatti, se da un lato la preoccupazione è aumentata in vista di una possibile corsa agli armamenti – intendendo specialmente armi ipersoniche, spaziali e cibernetiche – dall’altro, a preoccupare il Pentagono è proprio il fatto che un riarmo di questo calibro minaccerebbe in toto il desiderio di Biden di ridurre sempre di più il ruolo giocato dal nucleare all’interno della politica di difesa americana.

Ciononostante, nelle settimane successive all’esperimento di Pechino, gli Stati Uniti non hanno apertamente condiviso quale fosse la vera fonte di preoccupazione che realmente li attanagliava, a parte il fatto che era venuto alla luce il reale livello di sofisticazione tecnologica cui la Cina era approdata. Innanzitutto, a preoccupare è il fatto che l’aliante rilasciato dal missile (che potrebbe contenere una testata nucleare) è stato progettato proprio per eludere gli intercettatori missilistici primari degli Stati Uniti, che possono operare unicamente nello spazio esterno. Inoltre, destano apprensione le nuove tecnologie, soprattutto quelle potenzialmente utili per costruire armi non convenzionali. 

Da sempre, la Pechino ha preferito mantenere quello che il New York Times definisce come il “deterrente minimo”, cioè una forza nucleare in grado di proteggerla da un primo attacco nucleare da parte statunitense e russa. Tuttavia, secondo queste recenti novità, sembra quasi che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la Cina. Ad avallare questa tesi sembra esserci un calcolo ipotetico effettuato dal Pentagono secondo cui, entro il 2030, Pechino potrebbe persino triplicare il suo arsenale nucleare, arrivando ad un totale di 1.000 testate

Tutto ciò fa pensare che non si possa più parlare solamente di armi allo scopo di deterrenza, bensì a quello di sferrare un eventuale primo attacco. Da una parte il presidente Biden rifiuta l’idea che tra i due paesi sia in corso una nuova Guerra Fredda, mentre dall’altra il Generale Mark Milley afferma che gli Stati Uniti si sono trovati, in questo frangente, molto vicini ad uno “Sputnik moment”, facendo riferimento a quando, nel 1957, l’Unione Sovietica lanciò in orbita il primo satellite artificiale ponendosi in una posizione di vantaggio. Nonostante non ci sia unanimità rispetto a quest’ultima visione all’interno della Casa Bianca, certamente il pensiero diffuso è che sia necessario ripensare in toto la strategia americana sul nucleare. I presidenti Xi e Biden hanno trovato un accordo sul tenere un dialogo in futuro, ma non è stato preso alcun impegno rispetto al livello di profondità di questa comunicazione.

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