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La corsa agli armamenti in Asia Orientale: quali prospettive per il 2022?

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L’equilibrio regionale in Asia è in evoluzione. Al centro dell’attenzione sono soprattutto la rivalità tra Washington e Pechino e le crescenti tensioni nello Stretto di Taiwan. Oltre a questi hotspot, il rischio di instabilità nell’Indo-Pacifico è legato anche all’elevato livello di militarizzazione dell’intera regione. La modernizzazione militare e l’incremento dei budget di difesa dei paesi asiatici hanno innescato, infatti, una vera e propria corsa agli armamenti. Nel 2020, il budget complessivo stanziato per la difesa dai paesi dell’Asia Orientale e Sudest Asiatico ha raggiunto quasi i 397 miliardi di dollari, circa il 20% delle spese militari globali. Tale cifra sembra destinata a crescere, visto l’intensificarsi delle dispute territoriali nella regione e le preoccupazioni destate dall’emergere della potenza cinese. In un simile contesto, come si stanno muovendo i principali attori regionali in vista del 2022?

La potenza del dragone

Il budget di difesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC) è in continua crescita ed ha raggiunto i $252 miliardi nel 2020. Sebbene tale cifra continui a rimanere ben al di sotto dei $770 miliardi allocati dal Congresso americano per il periodo 2022-24, l’Esercito Popolare di Liberazione sta progressivamente riducendo il gap tecnologico con Washington. I principali campi da monitorare riguardano le capacità nucleari e missilistiche di Pechino. In un report pubblicato a novembre, il Dipartimento della Difesa americano ha segnalato che il potenziamento delle capacità nucleari cinesi sta prendendo forma più rapidamente di quanto presunto. Secondo i dati forniti, l’EPL potrebbe dotarsi di 700 testate nucleari operative entro il 2027 e ben 1000 entro il 2030, un aumento notevole rispetto alle stime di 350 testate del 2021. Oltre all’incremento quantitativo, Pechino sembra stia rimodellando la propria strategia nucleare verso una postura definita “early warning counterstrike” (预警反击). Tale approccio, che prevede il lancio di un contrattacco di rappresaglia precedente all’effettivo attacco da parte di missili nemici, avrebbe importanti implicazioni per la gestione di un’escalation delle ostilità tra le due potenze.

Un altro importante sviluppo riguarda il campo missilistico. Secondo il Financial Times, lo scorso luglio la RPC avrebbe testato un missile ipersonico utilizzando un FOBS, ovvero un sistema di bombardamento orbitale frazionale, un test che, seppur prontamente negato da Pechino, sembra aver colto di sorpresa l’intelligence americana. L’allarme è dettato dal fatto che un vettore ipersonico sganciato da un sistema FOBS è in grado di viaggiare ad altitudini più basse, e quindi più lentamente individuabili, e la sua traiettoria può essere modificata con manovre in volo. Tali caratteristiche lo rendono meno tracciabile e più difficile da intercettare. Un missile a planata ipersonica in grado di orbitare intorno alla Terra prima di colpire il bersaglio e armato con una testata nucleare potrebbe facilmente aggirare i sistemi di difesa missilistica americana, costituendo, pertanto, una seria minaccia per Washington e complicandone le capacità di deterrenza.

A questi due ambiti vanno infine aggiunti i continui progressi nello sviluppo di capacità di anti-access e area-denial (A2/AD), volte a prevenire l’intervento delle forze statunitensi e a limitarne la libertà d’azione in caso di contingenza, ad esempio, nello stretto di Taiwan. Ne sono un esempio i programmi per lo sviluppo di missili antinave, tra cui i cosiddetti “(aircraft)carrier killers”, capaci di colpire bersagli in movimento.

La “normalizzazione” del Giappone

Il rafforzamento delle capacità difensive di Tokyo trova ragione in una confluenza di diversi fattori: la modernizzazione militare cinese, il crescente pericolo nordcoreano, le pressioni americane e le ambizioni della leadership giapponese di trasformare il paese in un attore “normale”. Tale obiettivo, cavallo di battaglia dell’ex premier Abe, è continuato sotto Suga ed è stato riaffermato anche dal neo Primo Ministro Kishida. 

Durante la campagna elettorale di ottobre, il Partito Liberal Democratico ha espresso interesse ad incrementare il budget di difesa al 2% del Pil. Se tale promessa dovesse concretizzarsi, si tratterebbe di un cambiamento senza precedenti dato lo storico limite dell’1% sulle spese difensive di Tokyo. Sicuramente il governo Kishida non potrà immediatamente raddoppiare il budget. È più probabile, invece, che tale incremento venga portato avanti progressivamente viste le difficoltà economiche dovute alla pandemia e al livello attuale del debito pubblico. Sebbene un budget corrispondente al 2% rimanga ancora una realtà lontana, il governo rimane però fermamente dell’idea che l’allocazione dei fondi necessari a garantire la difesa del paese non debba essere condizionata da considerazioni sul Pil. 

A dimostrazione di ciò, Tokyo ha recentemente approvato un budget supplementare di circa $6 miliardi da destinare al settore della difesa. Tale cifra sommata all’allocazione precedente ha portato il budget totale per il 2021 a circa $53 miliardi, oltre quindi l’1% del Pil. Il budget supplementare verrà utilizzato per anticipare l’acquisto di armamenti originariamente inclusi nel budget richiesto per il 2022, la cui cifra al momento ammonta a $50 miliardi. Inoltre, fonti del governo confermano che Tokyo sta vagliando la possibilità di aumentare il contributo monetario dell’Host Nation Support (HSN), attraverso cui Tokyo sostiene la presenza militare statunitense nel suo territorio. Secondo le fonti, tuttavia, il governo di Tokyo avrebbe richiesto che i fondi aggiuntivi vengano stanziati per il mantenimento di strutture ad uso congiunto, e per altre attività quali esercitazioni bilaterali, piuttosto che per il finanziamento di basi e attività ad uso unilaterale americano. Se l’accordo venisse confermato, tale contributo consentirebbe di approfondire ulteriormente l’interoperabilità delle due forze alleate, beneficiando quindi entrambi gli alleati.

Continuano, inoltre, la conversione delle portaelicotteri classe Izumo e Kaga in portaerei in grado di operare F-35B, ed il rafforzamento delle capacità di difesa nella regione sud-occidentale del paese, in particolare le capacità di sorveglianza e missilistiche dispiegate nelle isole Ryukyu. Secondo quanto dichiarato dal Ministro della Difesa Kishi, entro il 2022 Tokyo punta a schierare unità missilistiche antinave sull’isola di Ishigaki e sta valutando la possibilità di aumentare le unità dispiegate a Yonaguni entro il 2023. Infine, in seguito all’ultimo test missilistico nordcoreano, il premier Kishida ha riacceso il dibattito sulla possibilità che il paese si doti di capacità di attacco missilistico contro basi nemiche, un tema alquanto sensibile nell’opinione pubblica giapponese. 

Il dilemma di Taipei

La potenza militare cinese non può che suscitare apprensioni soprattutto a Taipei, visto che Pechino ha apertamente dichiarato di non escludere l’opzione militare. Pertanto, anche Taiwan sta rafforzando le proprie capacità difensive, puntando in particolare su quelle asimmetriche. Queste gli consentirebbero, infatti, di controbilanciare il vantaggio qualitativo e quantitativo incolmabile di Pechino. Nel 2020, Taiwan ha speso $12 miliardi in difesa, quasi il 2% del PIL, una somma destinata a salire a $17 miliardi nel 2022. Taipei ha inoltre recentemente approvato un budget supplementare di circa $8 miliardi. I fondi aggiuntivi verranno utilizzati per l’acquisizione di una serie di sistemi difensivi, tra cui missili antinave e SLAM (standoff land-attack), e per modernizzare la flotta di F-16 A/B. 

Nonostante ciò, la capacità di Taiwan di difendersi autonomamente in caso di un eventuale aggressione cinese rimane limitata. Consapevole della vulnerabilità di Taipei, il Ministero della Difesa di Taiwan ha segnalato in un report pubblicato a novembre che Pechino possiede mezzi e capacità per isolare l’isola, e in particolare bloccarne i principali porti e aeroporti sospendendo le linee di comunicazione aeree e marittime e limitando il flusso delle forniture militari e di risorse logistiche. A prescindere dall’incremento del budget di difesa, la sopravvivenza di Taipei in un simile scenario rimane quindi legata ad un eventuale intervento degli USA e dei suoi partner e alleati regionali.

Qual è il trend nel sudest asiatico?

Anche molti paesi del sudest asiatico hanno intrapreso la modernizzazione delle proprie forze armate. Nell’ultimo decennio, Vietnam, le Filippine, Indonesia, Singapore e Malaysia hanno progressivamente incrementato il proprio budget di difesa. Tra i fattori che contribuiscono a tale tendenza vi è sicuramente l’intensificarsi delle tensioni nel Mar Cinese Orientale, dove le Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei avanzano rivendicazioni territoriali in contrasto con quelle di Pechino. Hanoi e Manila sono già state coinvolte in una serie di incidenti in queste acque. Ad esempio, nell’aprile 2020, un’imbarcazione della guardia costiera cinese speronò e affondò un peschereccio vietnamita al largo delle isole Paracelso. Lo scorso novembre, la guardia costiera cinese ha, invece, utilizzato cannoni ad acqua contro imbarcazioni filippine impegnate in una missione di rifornimento. 

Il Vietnam mira a rafforzare le capacità navali delle proprie forze armate e della guardia costiera. In funzione di tale obiettivo, Hanoi sta diversificando le proprie forniture militari, acquisendo armamenti non solo dalla Russia, ma anche dagli Stati Uniti ed i suoi partner. Negli ultimi anni, il Vietnam si è avvicinato sempre più a Washington: Hanoi partecipa a varie esercitazioni bilaterali e, dal 2018 ha aperto i propri porti alle navi della marina statunitense. Negli ultimi anni, ha inoltre consolidato i rapporti con Tokyo. Sotto Abe, il Giappone si era già impegnato a fornire sei navi alla guardia costiera vietnamita ed aveva incluso Hanoi nel programma di “capacity-building” finanziato attraverso l’aiuto pubblico allo sviluppo. La collaborazione tra Tokyo e Hanoi è stata ulteriormente consolidata lo scorso settembre quando i due paesi hanno firmato un accordo per il trasferimento di equipaggiamenti e tecnologia di difesa. 

Anche per le Filippine si delinea una simile traiettoria. Sebbene, sotto Duterte, i rapporti con Washington si siano parzialmente raffreddati, il riallineamento tra i due alleati storici sembra essere in corso. Come Hanoi, Manila sta inoltre diversificando le proprie forniture militari ed approfondendo la cooperazione con Tokyo. Oltre all’acquisizione di navi da pattuglia giapponesi, nel 2020 le Filippine hanno firmato un contratto con la Mitsubishi Electric Corporation per la fornitura di un sistema radar di sorveglianza aerea. Lo scorso luglio, inoltre, Tokyo e Manila hanno tenuto per la prima volta esercitazioni aeree congiunte

Cosa possiamo aspettarci per il 2022?

Il riarmo nella regione asiatica sembra essere un ciclo destinato ad accelerare. Il potenziamento delle forze militari cinesi combinato con l’atteggiamento sempre più assertivo di Pechino alimenta il ripensamento delle misure di difesa e sicurezza negli altri paesi della regione, dando vita a quello che gli esperti di relazioni internazionali chiamano il dilemma di sicurezza. A complicare tale tendenza è il fatto che per molti degli attori regionali, rafforzamento e modernizzazione delle proprie forze armate non sono soltanto una questione di bilanciamento in risposta ai cambiamenti nel panorama securitario regionale. Molti dei paesi coinvolti si trovano a fronteggiare rischi diversificati e non semplicemente riconducibili a dinamiche di sicurezza tradizionale. Allo stesso tempo, il riarmo regionale si interseca con questioni di status e prestigio. Per molti di questi attori, la realizzazione di forze moderne e ben equipaggiate è, infatti, simbolo delle proprie aspirazioni ed orgoglio nazionale. Un’accelerazione del riarmo in Asia porta con sé vari rischi, da un possibile inasprimento delle rivalità regionali al rischio di fraintendimenti. Anche per il 2022, la corsa agli armamenti in Asia rimane quindi una tendenza fondamentale da tenere sott’occhio.

di Alice Dell’Era
Florida International University; Centro Studi Geopolitica.info


Articolo originariamente pubblicato su China Files

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