La corsa africana allo Spazio: implicazioni geopolitiche intra ed extra-regionali

Nel campo dello sviluppo economico ed umano, spesso si registra una forte divergenza tra opinione pubblica diffusa e addetti ai lavori circa la percezione e la coscienza dell’impatto che alcuni settori scientifici hanno sulle prospettive di crescita lato sensu: il campo delle scienze spaziali non fa eccezione. Pochi infatti sono a conoscenza dell’influenza che storicamente hanno avuto, e sempre più avranno, le svariate applicazioni delle tecnologie spaziali sulla vita quotidiana e sulla struttura e di interi sistemi economici. Di ciò tuttavia hanno acquisito coscienza ormai da anni anche alcuni Paesi sub-sahariani, che animano quella che, non senza una punta di esagerazione, ma pur sempre con un fondo di verità, viene giornalisticamente chiamata la “corsa africana allo spazio”.

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E proprio per i caratteri intrinseci del settore (necessità di elevatissime professionalità scientifiche e di ingenti risorse economiche, ampia varietà di applicazioni extra-scientifiche, etc), l’interesse delle realtà sub-sahariane per lo spazio è tutt’altro che scevro da implicazioni geopolitiche.

Dettagli non insignificanti: attori e iniziative nel campo dello Spazio

Aby Warburg, celebre storico e critico d’arte tedesco vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, ebbe a dire che il buon Dio si nasconde nei dettagli.

E’ quello che avrebbero potuto pensare i delegati dei Paesi membri dell’Unione Africana quando, riuniti a Pretoria e Johannesburg dal 7 al 15 giugno 2015 per il loro XXV° summit, hanno ricevuto del materiale informativo relativo sulla Pan African University (PAU), istituita su impulso dell’Unione Africana e composta da cinque istituti dislocati nel continente (l’ultimo dei quali, l’African Space Science Institute, avrà sede presso la Stellenbosch University -Sudafrica, e -cosa assai curiosa per una istituzione non ancora operativa e strutturata- è già oggetto dell’attenzione di Stati Uniti e Unione Europea con riferimento a possibili partnership scientifiche).

Non è un dettaglio insignificante neppure il fatto, sostanzialmente sconosciuto ai non addetti ai lavori, che a fornire per primo informazioni utili alle autorità statunitensi quando l’uragano Katryna investì New Orleans e il Golfo del Mississippi fu “NIG-SAT-1”, il primo satellite nigeriano costruito dalla Surrey Satellite Technology (UK) e messo in orbita sulle spalle di un vettore russo nel 2003.

Dettagli, questi come tanti altri elencabili, che isolatamente presi possono dire poco, ma che in realtà sono manifestazioni particolari di una tendenza che vede alcune realtà dell’Africa sub-sahariana sempre più attive nel campo delle scienze spaziali. Un attivismo che può avere rilevanti implicazioni dal punto di vista dei rapporti intra-africani e delle relazioni Africa-mondo.

Dall’inizio degli anni 2000, nella regione in oggetto, si assiste infatti all’emergere dell’interesse per le tecnologie spaziali, cui ha fatto seguito il convinto e non aleatorio impegno politico culminato in una serie di iniziative e progetti che concorreranno a plasmare il volto futuro dell’Africa sub-sahariana. Iniziative che hanno naturalmente attirato l’attenzione dei grandi attori globali che, non a caso, sono anche contemporaneamente i grandi playmaker di quella che viene chiamata “geopolitica dello spazio”, o “astropolitica”.

Per comprendere la portata del fenomeno basta pensare, anzitutto, all’istituzione di Agenzie Spaziali nazionali, come nel caso della NASDRA (Nigeria) e della SANSA (Sudafrica), operative rispettivamente dal 2001 e dal 2010, e già in possesso di propri satelliti in orbita. Altri Paesi (Ghana, Kenya, Angola ed Etiopia) stanno creando o consolidando strutture nazionali omologhe, tuttavia non ancora  (pienamente) operative. Di assoluta importanza è anche la recente approvazione in sede di Unione Africana, dopo più di un quinquennio di gestazione, della “African Space Policy and Strategy”, che negli auspici degli attori africani dovrebbe rappresentare il preludio all’istituzione di un’Agenzia Spaziale Africana su modello dell’ESA.

Sul piano delle infrastrutture cosiddette “a terra” (“ground-based”, contrapposte a quelle “space-based”), si segnala la designazione del Sudafrica e di altri otto Paesi sub-sahariani come sede di SKA, il più importante e ambizioso progetto nella storia della radioastronomia mondiale.

Nel campo dell’istruzione si moltiplicano da anni i corsi universitari nel campo delle scienze spaziali e astrofisiche, anche in Paesi sprovvisti di apposite strutture governative deputate all’elaborazione e allo sviluppo di programmi spaziali. Da segnalare anche la fondazione della African Astronomical Society e la designazione (nel 2009) del Sudafrica come sede dell’Office of Astronomy for Development, organismo IAU operante su scala globale per la promozione delle scienze astrofisiche e spaziali come propulsori di crescita nei Paesi in via di sviluppo. Ma quali  sono quindi gli obiettivi e i protagonisti di questo “fermento spaziale”?

Dove porta – e chi guida – la corsa allo spazio a sud del Sahara

L’Africa sub-sahariana, che ospita attualmente sette dei dieci Paesi a maggiore tasso di crescita economica al mondo, e che si pone il problema di come rendere questa tendenza duratura e sostenibile, ha individuato una delle risposte nella diffusione delle discipline scientifiche di base e applicative, che consentirebbe ai Paesi sub-sahariani di agganciare la knowledge-economy. L’accento posto sulle scienze spaziali trova così facilmente spiegazione: trattasi infatti di un settore ad altissimo contenuto scientifico e tecnologico, contemporaneamente sia “consumatore” che “produttore” di competenze scientifiche di base. E tuttavia i benefici vanno ben oltre quelli legati alla mera diffusione della cultura scientifica.

In realtà, infatti, coltivare ambizioni spaziali per i Paesi sub-sahariani ha forti e positive ricadute (dirette e indirette) in termini di benessere economico, considerando come le odierne tecnologie spaziali (e l’impego dei satelliti artificiali in primis, che non a caso è il settore di maggiore interesse per gli attori africani) trovino applicazioni in molti ambiti in cui le realtà africane pagano lo scotto di decenni di sottosviluppo, che si è tradotto nella dipendenza dall’import di servizi ad alto contenuto tecnologico e conoscenza scientifica. Le applicazioni satellitari sono oggi impiegabili in agricoltura, nella protezione ambientale e nella prevenzione dei disastri ambientali, nella ricerca di acqua nel sottosuolo e nel monitoraggio della diffusione di epidemie e pandemie. Per non dimenticare l’impatto diretto che le scienze spaziali hanno sulle telecomunicazioni, uno tra i motori più performanti dell’odierno sistema economico mondiale, e un settore che conosce una forte crescita nella regione sub-sahariana, grazie ai benefici in termini di sviluppo commerciale e umano (basti pensare all’impiego delle comunicazioni satellitari nella telemedicina).

I benefici in termini di crescita economica derivanti direttamente dall’applicazione delle tecnologie spaziali e indirettamente dal conseguente ampliamento del mercato del consumo africano concorreranno, assieme ad altri fattori, a fare dell’Africa sub-sahariana una regione di rilievo via via maggiore sul piano dei rapporti economici e commerciali col resto del mondo, e a rendere il continente più indipendente dalla produzione scientifica del mondo sviluppato.

Un altro fattore rilevante sul piano geopolitico intra-africano che segna il presente ed il futuro della corsa subsahariana allo spazio è il protagonismo di Sudafrica e Nigeria. Nel campo delle scienze spaziali pertanto si ripropone il confronto a distanza tra Abuja e Pretoria, entrambe consapevoli che un programma spaziale nazionale costituisce uno strumento di sviluppo economico e di consolidamento della propria posizione nello scacchiere africano. Per due capitali che si contendono il ruolo di potenza regionale in un continente afflitto da plurime manifestazioni di statualità fragile o fallimentare e da conflittualità locali o estese, primeggiare nel campo dell’aerospazio e della tecnologia satellitare è un elemento irrinunciabile che consente di presentarsi agli altri attori regionali quale autonomo e affidabile “fornitore di sicurezza” sul piano continentale, oltre che propulsore della crescita economica.

La necessità della cooperazione

La difficoltà da parte degli attori africani di dar corpo alle proprie ambizioni spaziali con le sole proprie risorse fa in modo che all’Africa sub-sahariana guardino con una certa attenzione anche le potenze spaziali, desiderose di offrire la propria assistenza tecnico-scientifica e finanziaria. Si materializza così un ulteriore fattore di rilievo geopolitico lungo la dorsale della corsa sub-sahariana allo spazio: la sovrapposizione tra la grande partita geopolitica-geoeconomica delle potenze mondiali in Africa e la loro gara alla cooperazione con i Paesi sub-sahariani emergenti nel campo delle scienze spaziali.

Già terreno di scontro a distanza tra Stati Uniti e Cina sul piano politico e commerciale, l’Africa sub-sahariana offre così a Washington e Pechino, con la corsa allo spazio, una ulteriore occasione di confronto, principalmente per due motivi: la “fame” africana di know-how industriale e di expertise tecnico-scientifica e la proiezione militare della tecnologia spaziale (soprattutto in termini di messa a disposizione delle proprie capacità di lancio e dell’impiego delle tecnologie satellitari nei settori della difesa e dell’intelligence – IMINT, ELINT, SIGINT). Da non sottovalutare inoltre il ruolo di altre potenze spaziali, Federazione Russa in primis, attori europei (sia individualmente intesi che collettivamente operanti come ESA). Meritevoli di considerazione sono anche le prospettive di cooperazione con l’India, che, essendo in grado di raggiungere obiettivi tecnologici molto ambiziosi (come la messa nell’orbita marziana di un satellite al primo tentativo) pur con un limitato impiego di risorse rispetto alle grandi potenze tecnologiche, si presenta come un caso di scuola agli occhi delle realtà africane impegnate nel settore spaziale.

Lo scenario spaziale sub-sahariano, attirando interessi di tale portata e natura, si presenta pertanto denso di eterogeneità e complicazioni. Non è infrequente assistere a collaborazioni africane con attori globali tra loro politicamente e commercialmente contrapposti dentro e fuori dalla regione sub-sahariana. Satelliti nigeriani vengono costruiti da industrie britanniche e, come si è detto, vengo messi in orbita da vettori cinesi; l’agenzia spaziale sudafricana collabora alla missione NASA Mars Curiosity, ma lancia satelliti su vettori russi.

Prospettive future

La ambizioni spaziali perseguite dagli attori sub-sahariani attivi nel settore rappresenteranno, ancorché a macchia di leopardo, un fattore di “messa in sicurezza” dell’attuale sviluppo economico e di ampliamento dei mercati di consumo, grazie alla diffusione della cultura scientifica e soprattutto al contributo della tecnologia satellitare a settori di primaria importanza, su tutti quello delle telecomunicazioni. Ciò consentirà alla regione globalmente intesa di emergere sul piano mondiale quale area di maggiore interesse economico, politico e commerciale. Le due capitali che oggi si contendono il ruolo di potenza regionale continueranno il loro confronto a distanza anche nel campo spaziale. Nessun vantaggio politico sostanziale invece paiono poter acquisire, grazie alle tecnologie spaziali, le altre realtà sub-sahariane che hanno annunciano di volersi impegnare nel settore, per quanto possano trarre sicuri benefici in termini di higher education e consolidamento delle proprie economie nella transizione, difficile e tutt’altro che terminata, dal passato assetto post-coloniale ad un modello più incentrato sulla knowledge-economy.

Dal punto di vista internazionale e dei rapporti tra grandi potenze, la scacchiere sub-sahariano attuale, che vede la forte penetrazione cinese nel continente e l’ingresso (o il ritorno) di importanti attori sul piano geopolitico (India, Russia) potrebbe essere ulteriormente complicato anche dalle prospettive di cooperazione spaziale. Ciò di per sé non dovrebbe tuttavia determinare mutamenti di particolare rilievo nella collocazione internazionale dei principali attori africani, anche se, nel lungo periodo, non si possono escludere variazioni nelle rispettive capacità di influenza politica da parte delle potenze spaziali su taluni soggetti sub-sahariani; crescenti volumi di collaborazione in questo campo possono infatti rappresentare un efficacissimo canale di penetrazione scientifica, commerciale e strategica.

Difficile infine decifrare se prevarrà la dimensione competitiva o quella cooperativa tra Paesi sub-sahariani, Nigeria e Sudafrica in primis. Gli stessi sforzi di cooperazione continentale su larga scala (su tutti, lo sviluppo di una politica spaziale continentale e l’istituzione di una Agenzia Spaziale Africana) appaiono difficilmente attuabili. Mancano ad oggi le necessarie risorse per creare un quadro di governance regionale o addirittura continentale su modello ESA, e il contributo scientifico sarebbe comunque limitato, al meno nel breve-medio periodo, a quello garantito da pochissimi attori.

E’ pertanto prevedibile che la dimensione cooperativa intra-africana si limiterà nel medio periodo a singoli progetti scientifici e tecnologici che meglio si prestano ad essere realizzati tramite la condivisione di risorse tra più Paesi (come  nel caso dell’ARMC, costellazione di satelliti per l’osservazione terrestre). La competizione tra Abuja e Pretoria continuerà ad essere alimentata in parte dai progressi tecnologici domestici, ma soprattutto dalla capacità dei due Paesi (Nigeria in particolare) di aprirsi prospettive di collaborazione con le potenze spaziali più sviluppate.

E’ probabile pertanto che la corsa africana allo spazio porterà, almeno nel breve-medio periodo, alla corsa dei Paesi avanzati ad assicurarsi stabili prospettive di cooperazione con le realtà sub-sahariane seriamente impegnate nel campo dello spazio, più che al raggiungimento di una ancora lontana autosufficienza spaziale, che necessita di capacità di lancio e tecnologico-industriali oggi generalmente assenti o insufficienti a sud del Sahara.