Corpi e potere, costruzioni simboliche. Intervista alla Prof.ssa Michela Fusaschi (UniRoma3)

Il 6 febbraio è stata la Giornata Mondiale contro le Mutilazioni/Escissioni Genitali Femminili. L’utilizzo del termine “Mutilazioni” porta con sé una narrativa di potere implicita, quale soluzione? Molti Stati hanno adottato una legislazione penale specifica in materia di MGF, ma riscontrano non poche difficoltà nell’applicazione pratica, come mai? Nel mondo sono circa 200 milioni le donne e bambine alle quali sono state praticate MGF/E, questo apre alla necessità, da parte degli attori internazionali, regionali e nazionali, di un dialogo multistakeholder che si avvalga di una “prospettiva antropologica”.

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Michela Fusaschi è professore associato e insegna Antropologia culturale e politica nel Dipartimento di Scienze politiche, Università Roma3 e nella sua Scuola di dottorato in Studi di genere. Da due decenni fa ricerche sulla questione delle modifiche culturali del corpo. Particolarmente coinvolgente nel contesto italiano ed europeo, è diventata una delle principali autrici dell’antropologia delle cosiddette pratiche MGF/C, proponendo un approccio interpretativo basato sui concetti di bio-politica ed economia morale. I suoi campi principali sono Ruanda, Mali e Italia. Ha ricevuto diversi premi per i suoi contributi su studi di genere e antropologici.

Nel corso degli anni la terminologia utilizzata per riferirsi alle Mutilazioni/Escissioni Genitali Femminili è stata oggetto di dibattito. Si è passati, nell’arena internazionale, dall’utilizzo di differenti termini quali, ad esempio, “cutting”, escissione, mutilazioni, ma la risposta delle donne soggetto di tali pratiche non è stata sempre positiva. Una delle critiche sull’utilizzo del termine mutilazioni è l’accezione implicitamente negativa, stigmatizzante. Per ovviare a tale problematica lei ha proposto l’utilizzo del termine “modificazioni”. Quale cambiamento può portare l’utilizzo di questo termine?

Quando ho iniziato il mio lavoro, in particolare in ambito sociosanitario, volevo studiare gli universi simbolici di questo fenomeno in termini di Mutilazioni e spesso le donne interessate, notavo, sentirsi offese. Grazie alla riflessività che è la caratteristica della mia disciplina, e anche ad una mia postura autoriflessiva, relativa al mio approccio sul campo in termini di soggettività, parlare con le donne e non sulle donne, mi ha permesso di arrivare al termine Modificazione. Questa espressione è stata (e rimane) utile a stabilire le condizioni per un dialogo libero da pregiudizi e denunce semplicistiche. Questo mi ha permesso di affrontare questioni generali sulla famiglia, la sessualità e la genitorialità, invece del tema in sé, ascoltando e cercando di capire cosa c’è dietro un fenomeno come questo che perdura nel tempo. Questa postura mi ha portato anche a rivelare i poteri in gioco: sia quelli che circondano queste pratiche nei rapporti tra i generi, quelli che si esercitano tra le donne, sia quelli che derivano dal linguaggio della globalizzazione sulla violenza di genere.

Il termine modificazione non è un modo di giustificare ma un modo per costruire insieme dei percorsi non ghettizzanti. Svelando anche gli atteggiamenti egemonici, talvolta imperialisti, quando si parla delle Altre.

Un altro fenomeno oggetto di dibattito è la criminalizzazione delle MGF/E e la conseguente legislazione penale specifica. Perché queste leggi non riescono a sortire quell’effetto dissuasorio per il quale sono state prodotte?

Proprio per quanto dicevo prima, ovvero non bastano le norme a vietare fenomeni che hanno a che vedere con visioni del mondo complesse. La criminalizzazione di pratiche cosiddette “culturali” ha avuto conseguenze diverse nei contesti locali. Queste conseguenze, così come l’impatto delle norme ci debbono riguardare come studios* visto che tendono spesso, anche quando sono poste in atto per la protezione delle donne (e delle bambine), a ricreare in maniera ancor più desoggettivante la figura della vittima vista in termini morali. Sappiamo che le idee circa i diritti umani sono recepite a livello locale più facilmente se vengono vernacolarizzate attraverso termini familiari e se mettono in discussione le premesse sui cui poggiano i rapporti di potere. Eppure i discorsi basati su diritti umani, e le leggi locali che ne derivano, non fanno che sottolineare le asimmetrie tra i contesti (i nord vs i sud) e i generi (le donne come vittime vs gli uomini come predatori). Facendo leva su nozioni globali di giustizia, riproducono rappresentazioni essenzializzate e antistoriche dei generi che vengono sempre rilette alla luce della Cultura quale aggravante, se si tratta del Sud del mondo. In questo senso se da un lato si “fa prendere coscienza” ai/lle locali di quali siano i “loro diritti”, dall’altro la criminalizzazione fa perdere di vista il dialogo. Questo perché lo stesso registro dei diritti non è al di fuori dei poteri, essendo in grado di costruirne altri in chiave ideologica e performativa, perché fondati per l’appunto sulla morale e non sul riconoscimento delle soggettività.

Uno degli elementi che evince dei suoi lavori è la necessità di adottare uno “sguardo antropologico” nella prevenzione e nel contrasto alle MGF/E, perché?

Lo sguardo antropologico necessariamente si fonda sul dialogo e sulla relazione. E poi sul fatto che le culture sono sistemi simbolici dinamici che sono in continuo divenire.

Ritornano in mente le parole dell’antropologa Lila Abu-Lughod quando scrive che accettare le differenze, non significa insinuare «che ci si dovrebbe rassegnare ad abbracciare un relativismo culturale che giustifichi qualsiasi cosa che succede altrove come “tipico della loro cultura” […]  le “loro” culture sono parte della storia e di un mondo interconnesso esattamente come lo sono le nostre.», quanto piuttosto comprendere riconoscere e rispettare le differenze «come prodotti di storie diverse, come espressioni di desideri differentemente strutturati. Noi possiamo volere la giustizia per le donne ma possiamo accettare che potrebbero esserci idee differenti riguardo alla giustizia e che queste donne diverse potrebbero volere, o scegliere, futuri diversi da quelli che noi consideriamo migliori? Dobbiamo considerare che queste donne potrebbero essere richiamate all’attenzione dell’umanità, così per dire, per mezzo di un linguaggio differente» (L. Abu-Lughod 2008).[1] Il problema è che, il più delle volte purtroppo, questo linguaggio differente, che esiste, o non balza agli onori della cronaca rimanendo nei meandri della ricerca scientifica (Per esempio si veda il numero di Feminist Africa, tutto dedicato a Sexual culture, in particolare Sylvia Tamale, «Eroticism, Sensuality and Women’s Secrets’ Among the Baganda: A Critical Analysis» in Feminist Africa , n. 5, 2005, pp. 9-36.), oppure viene ricondotto al discorso egemonico delle economie morali, in chiave subalterna e quindi, invisibile.


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Quali cambiamenti auspica nel 2021 per le politiche pubbliche internazionali in materia di MGF/E, anche alla luce della crisi sanitaria in atto?

La pandemia ha reso evidente quanto ci sia ancora da fare in termini di politiche attente al genere, là dove le donne sono state penalizzate perché poi “rimesse” nel mondo che sembra destinato loro per “natura”, ovvero la sfera domestica.

Questa visione va superata e messe in campo tutte le azioni che consentano alle donne di vedere delle politiche che strutturalmente cambino questa visione davvero arcaica. Lo si deve fare a partire dal mondo del lavoro, della scuola e così via.

E soprattutto occorre far emergere le voci che invece spesso le politiche silenziano pensando che basti salvare i corpi, invece occorre “salvare” le soggettività diverse, intanto ricocendole.

Alessia Sposini,
Centro Studi Geopolitica.info


[1] L. Abu-Lughod, Le donne musulmane hanno veramente bisogno di essere salvate? Riflessioni antropologiche sul relativismo culturale e i suoi altri, in «ACHAB – Rivista di Antropologia», n. XIII,  2008, p. 5.