Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo

Le pandemie non rispettano confini, barriere o dogane e sembrano sfuggire al tentativo degli studiosi di racchiuderle in framework teorici che le descrivano, spieghino, e ne prevedano le conseguenze meno immediate sulla vita politica internazionale. Tuttavia, a parere di chi scrive la teoria delle Relazioni internazionali fornisce strumenti concettuali utili a districare la complessità della presente epidemia da Coronavirus e del suo impatto sulle dinamiche politiche che prendono forma oggi tra gli Stati.

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo - Geopolitica.info Coronavirus Disease 2019 Rotator Graphic for af.mil. (U.S. Air Force Graphic by Rosario "Charo" Gutierrez)

I tre spazi della vita politica degli Stati

In questo senso, la tripartizione dello spazio politico internazionale avanzata da Alessandro Colombo in La disunità del mondo può rappresentare un prezioso punto di partenza per l’analisi del tema. Secondo Colombo, lo spazio politico internazionale si può meglio rappresentare come l’intersezione di tre livelli: i) il sistema internazionale; ii) la società internazionale; iii) la società transnazionale.

Il primo livello coincide con la rete di interdipendenze strategiche, ovvero lo spazio in cui gli stati sono suscettibili di essere coinvolti in una stessa guerra e nella conseguente pace. In un sistema di stati così definito, ogni unità diventa un fattore necessario nel calcolo di un’altra e, pertanto, le azioni di una determinano conseguenze su quelle dell’altra. In questo senso, Raymond Aron ci sottolinea come sia facilmente intuibile che le azioni di due stati limitrofi siano intimamente interconnesse mentre quelle di due paesi situati ai capi opposti del globo siano probabilmente più disgiunte. L’estensione di tale sistema di Stati dipende da alcuni elementi: in primis, la portata degli armamenti di attacco e difesa disponibili tra gli attori del sistema ovvero il raggio in cui gli attori sono in grado di recare danno ad altri o prevenire il danno da parte di altri; la geografia degli attori ovvero se essi mantengano una presenza significativa al di fuori della propria regione attraverso basi all’estero, colonie, domini; la rete di alleanze e partnership militari che questi intessano per cui si impegnano ad essere coinvolti in amicizie ed inimicizie di altre regioni.  Pertanto, si può distinguere tra sistemi internazionali regionali, ossia quelli in cui gli attori sono coinvolgibili in guerre regionali date le loro limitate capacità di proiezione di potenza e l’assenza sia di basi sia di alleanze esterne alla regione d’appartenenza, e globali, in cui gli armamenti permettano la minaccia e l’utilizzo della forza anche a distanze continentali, uno o più attori mantengano il piede in più continenti e la rete di alleanze abbia lunghezze globali.

Il sistema internazionale, ovvero la rete di interdipendenze strategiche, nato nel triennio 1989-91 con la fine della guerra fredda è, stando a tali indicatori, un sistema internazionale globale dove, diversamente da quello del periodo 1945-1989, è un solo attore a svolgere la funzione di “globalizzatore” strategico, gli Stati Uniti. Solo Washington, infatti, è oggi capace di una proiezione di potenza globale grazie all’enorme divario militare accumulato durante e dopo la guerra fredda rispetto alle altre potenze. Infine, solo gli Stati Uniti dispongono di una costellazione di basi e di alleati e partner militari in ogni angolo del globo. Ciò non toglie, ovviamente, che possano esistere attori di raccordo quali la Russia, la Turchia, o la Cina in grado di intervenire oltre la propria regione. Nessun altra potenza al giorno d’oggi, tuttavia, eguaglia il respiro globale di Washington ovvero è in grado di intervenire, per dirla con le parole di Barry Buzan e Ole Wæver in tutte le dinamiche regionali di securitizzazione e de-securitizzazione, che si tratti dei complessi di sicurezza americano, mediorientale, sub-sahariano, indo-pacifico, europeo, o post-sovietico. Chiarito cosa si intenda per sistema internazionale e come quello odierno sia globale grazie alla presenza di un attore predominante con una efficace proiezione globale, si può passare a definire le altre facce dello spazio politico internazionale.

Il secondo livello, la società internazionale, rappresenta un grado maggiore di integrazione tra le unità politiche statuali ed esiste quando esse condividano valori ed interessi comuni. Ovviamente all’interno della società internazionale si possono ritrovare forme di convivenza internazionale poco più integrate del sistema internazionale (come il Concerto europeo successivo al 1815) o forme altamente integrate come la società euro-atlantica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui si manifesta un elevato livello di isomorfia e una grande condivisione di valori, obiettivi, istituzioni, ed organizzazioni comuni. All’interno di questa comunità atlantica a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, proprio in virtù del primato di potenza detenuto dagli Stati Uniti, è stato riconosciuto a Washington il ruolo di guida, o, meglio, di egemone. L’egemonia nelle relazioni interstatali, infatti, esiste quando ad una primazia di potere si associ il riconoscimento da parte della comunità di potenze dell’egemone come guida legittima della vita internazionale. In cambio, esso è chiamato a garantire la fornitura di alcuni beni pubblici internazionali considerati collettivamente come indispensabili. Con la fine della Guerra fredda la società internazionale a guida americana è stata estesa attraverso una fitta rete di interazioni bilaterali e multilaterali al mondo intero, fatta eccezione per alcuni casi “devianti”.

Il terzo livello racchiude la società transnazionale ovvero lo spazio dove i singoli individui ricevono e trasmettono credenze comuni e si percepiscono come simili. Questo processo di scambio e interazione se da un lato trascende gli stati, dall’altro è facilitato, se non del tutto permesso, dalla più o meno libera circolazione di persone, merci e informazioni garantita dalle politiche statali mentre al contrario svigorisce quando questa sia ostacolata da barriere, confini, differenze. Tale flusso è realizzato dai popoli, dalle società commerciali, dalle organizzazioni internazionali e mette in relazione come scrive Angelo Panebianco «Persone e mondi».


Vuoi approfondire i temi della politica internazionale?

Scopri il nostro Corso online in Geopolitica e Relazioni internazionali!


Il virus: l’epifenomeno del mutamento in corso

L’epidemia da coronavirus, come ogni momento di crisi, spinge gli Stati ad operare scelte cruciali in tempi brevissimi e, similmente a quanto avviene per gli individui, a perseguire gli obiettivi più impellenti per la propria comunità di sicurezza. Pertanto, i momenti critici svelano interessi ed obiettivi e, conseguentemente, i rapporti di forza vigenti in un ambiente internazionale politico ed economico caratterizzato da scarsità di risorse. In questo senso, lo scoppio e la diffusione globale del Coronavirus cattura un’istantanea del mondo odierno che  in questa sede si cercherà di ricostruire.

Per quanto riguarda il sistema internazionale, gli Stati Uniti mantengono il primato strategico, rimanendo impareggiati per quanto riguarda sia la difesa sia l’offesa, la proiezione geografica globale attraverso la miriade di basi e installazioni militari all’estero, la partecipazione ad alleanze e partnership militari in ogni regione del mondo. Washington rimane il globalizzatore strategico, ovvero l’elemento di intermediazione tra i diversi complessi regionali di sicurezza. Nonostante il tentativo di erodere il primato americano, le due potenze revisioniste di Cina e Russia ancora faticano a eguagliare la potenza americana, sia tecnologicamente, sia nella globalità della presenza geografica, sia nella proposta di e nella partecipazione a alleanze militari extra-regionali (nel caso della Cina ad alleanze militari tout-court).

Lo stesso non si può dire per la società internazionale sia globale sia euro-atlantica. In entrambi i contesti, l’epidemia ha scoperto un nervo, un problema insoluto ovvero il delicato rapporto tra avere le capacità materiali per guidare e la volontà di leadership. Con l’Amministrazione Trump sembra aggravarsi infatti il divorzio tra l’ordine internazionale e il suo centro propulsore, gli Stati Uniti, che non appare più disposto ad accettare tutti i costi derivanti dal ruolo di garante. Inoltre, se a maggior grado di integrazione della società internazionale è associata una maggiore isomorfia è evidente che oggi molti degli attori di punta del sistema internazionale, fatta eccezione per gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, presentino tratti istituzionali che si distanziano dal modello della democrazia liberale di stampo occidentale. Come evidenziato dal report 2020 di Freedom House, inoltre, «più della metà dei paesi che sono stati classificati come liberi o non liberi nel 2009 hanno subito un declino netto negli ultimi dieci anni». Non si prospetta, quindi, oggi un mondo più democratico e più libero del passato. All’interno della comunità euro-atlantica, poi, assistiamo ad una progressiva divaricazione tra le due sponde dell’Oceano. Gli Stati Uniti, infatti, hanno tardato a manifestare solidarietà nei confronti degli alleati europei e non sembrano intenzionati a guidare un ampio sforzo internazionale per debellare l’epidemia, limitarne i danni, e guidare la ripresa una volta che il contagio si sia arrestato. E come ci insegna Hans Morgenthau in Politica tra le nazioni, i vuoti di potere sono uno dei fattori principali che spingono i paesi revisionisti a farsi avanti, ad aumentare l’intensità della sfida. La stessa dinamica di sfilacciamento della comunità di Stati è rinvenibile all’interno dell’Europa dove la fatica dell’Unione a procedere verso una maggiore integrazione continua a dimostrare la difformità di interessi tra i paesi membri e la fragilità dell’architettura giuridico-istituzionale. Mentre la nuova Presidente della Banca Centrale Europea, proprio nel commentare gli effetti finanziari della crisi causata dal virus, affossava con un distico le borse italiane ed europee, infatti, ri-emergeva chiaramente la difficoltà a tenere nella stessa barca Italia e Germania.

Infine, nella società transnazionale, quella popolata da individui, società, organizzazioni che hanno sin qui valicato facilmente confini e dogane, si registra un arretramento della somiglianza, dell’omogeneità, della vicinanza. Come pronosticato da Henry Farrell e Abraham Newman, infatti, il virus potrebbe compromettere le catene del valore e, quindi, i network commerciali e finanziari consolidati mettendo a dura prova la società transnazionale globale. Promuovendo, inoltre, la chiusura all’apertura dei confini, il contagio potrebbe inquinare il terreno fertile per l’espansione della società transnazionale ovvero l’insieme di accordi, politiche, regole che assicurano l’interazione tra i gruppi umani.

In conclusione ed evitando inutili catastrofismi, se tra venti anni si dovesse materializzare una qualche declinazione di quello che David Wilkinson definisce “unipolarismo senza egemonia”, ovvero una preponderanza americana nelle dimensioni materiali del potere ma non in quelle dell’influenza e della legittimità, ciò sarà dovuto a momenti come quello presente ovvero a crisi che muovono lo spazio politico internazionale e lo spingono alla trasformazione. In uno scenario del genere, si assisterebbe ad un polo dominante interessato ai pattern regionali di amicizia e conflitto ma contemporaneamente ad un proliferare di centri diversi di influenza e legittimità senza un reale respiro globale. Il tempo dirà se il virus contribuirà ad un simile risultato.