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Cornel West: chi è il Professore candidato alla Casa Bianca?

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Già da qualche settimana è ufficiale: i candidati dei due major parties in lotta per un posto alla Casa Bianca sono nuovamente Joe Biden (democratico), e Donald Trump (repubblicano), i quali hanno conseguito il numero di delegati necessario per ottenere la nomination alla convention del proprio partito. Alle Presidenziali, però, oltre ai major candidates, partecipano anche i candidati indipendenti e i partiti minori (“Green party”, “Libertarian Party” …), i quali vengono tutti raggruppati nel cosiddetto “Terzo Partito”.

Proprio tra i candidati unafilliated compare il nome di Cornel Ronald West, nato a Tulsa in Oklahoma il 2 giugno del 1953. Certamente, egli è una figura meno popolare di Robert Francis Kennedy Jr (altro candidato indipendente), ma altrettanto interessante da analizzare considerando il tipo di idee che promuove e il suo approccio di stampo fortemente intellettuale.

Allo scopo di definire e inquadrare un personaggio complesso come Cornel West, riteniamo fondamentale ripercorrere la formazione accademica e i momenti chiave che hanno caratterizzato il suo pensiero.

Dopo essersi laureato ad Harvard Magna Cum Laude nel ’73 in Lingue e Civiltà del Vicino Oriente, conseguì anche un Dottorato di ricerca in Filosofia a Princeton nel 1980, diventando il primo afroamericano dell’ateneo capace di ottenere il massimo titolo di studi in quella disciplina. 

Le materie su cui si concentrò maggiormente soprattutto ad Harvard furono la teologia e la sociologia che, unite alle conoscenze in filosofia acquisite successivamente, gli permisero di sviluppare un pensiero elaborato e profondo, riscontrabile nella maggior parte dei saggi da lui pubblicati: uno su tutti Race Matters del 1993 il cui obiettivo principale è quello di inserire la lotta per l’emancipazione degli afroamericani in un contesto più ampio e generale, trattando e argomentando temi di natura politica, economica e spirituale. 

“Brother” West, così soprannominato, fino ad oggi ha pubblicato 20 opere e molteplici articoli, quasi sempre inerenti a questioni o problematiche politiche e sociali che interessano particolarmente la comunità afroamericana; ad esempio, il suo ultimo libro “Black Prophetic Fire” offre uno sguardo risoluto ai leader afroamericani del ventesimo secolo e alle loro eredità visionarie.

Egli, però, in America, non è conosciuto solamente come scrittore, ma anche come docente universitario: nel 1988 ottenne il suo primo rilevante incarico a Princeton come professore di religione e direttore del Programma di Studi Afroamericani, successivamente insegnò in più occasioni teologia all’ “Union Theological Seminary” a Manhattan, istituto per cui lavorò come assistente da giovane.

Senza dubbio la cattedra più importante da lui ottenuta è quella del corso di studi afroamericani presso l’Harvard University, che ha ricoperto per ben due volte, dal ’94 al 2002 e dal 2016 al 2021. Il rapporto con il college del Massachusetts, già di per sé teso dopo la lite pubblica con il Preside ed economista Lawrence Summers, si è completamente deteriorato nel febbraio del 2021 quando gli è stato negato un incarico a causa di alcune sue dichiarazioni politiche contro il Governo israeliano e pro-Palestina. Infatti, Il 20 giugno dello stesso anno ha consegnato al Preside la lettera di dimissioni.

Concentrandoci, invece, sulle posizioni politiche di Cornel West, come intuibile dall’aneddoto precedente, egli sposa idee molto “liberal”, tanto che ha più volte criticato i Democrats per il loro approccio troppo moderato e accondiscendente nei confronti dei Repubblicani.

Per citare un esempio, in un’intervista, durante una sua conferenza a Princeton nel 2004, ha espresso tutto il suo dissenso verso le scelte in politica economica ed estera dell’amministrazione Bush e ha duramente attaccato i Democratici accusandoli di non essere uniti e, soprattutto, di non essere risusciti a formare una solida corrente “anti-Bush”.

“Brother” West ha assunto posizioni molto estremiste e nella maggior parte dei casi in controtendenza rispetto alla sinistra tradizionale americana, difatti si è a lungo definito come “Socialista non Marxista” e ha militato nel Partito “Democratic Socialists of America”, per poi unirsi al “Green Party” appoggiando attivamente il candidato Ralph Nader alle elezioni del 2000, in quanto forte oppositore di Bush.

In tempi più recenti, ha sostenuto anche due candidati blue: nel 2008 Barack Obama, da lui considerato come il nuovo leader afroamericano e nel 2016 e nel 2020 Bernie Sanders, esponente dell’ala più a sinistra del Partito che tra le altre cose proponeva un piano di redistribuzione della ricchezza di Wall Street a beneficio dei soggetti meno abbienti, quindi anche alle comunità afroamericane.

Come già accenato all’inizio dell’articolo, dopo anni di attivismo politico, nel 2023 Mr. West, il 5 ottobre dello scorso anno, ha annunciato la sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti come candidato indipendente ponendosi agli occhi degli americani come un candidato differente per carriera e caratura morale, che non vuole rinunciare alle proprie idee seppur ritenute divisive o troppo radicali.

Tuttavia, come lo si può anche constatare dai canali comunicativi, la campagna elettorale dell’intellettuale è quasi completamente incentrata sul piano ideologico, senza quasi mai porre l’accento su proposte di tipo concreto e legislativo. 

La mission è chiara: l’obiettivo di West è quello di garantire la giustizia e i diritti civili anche alle fasce più deboli della società, però, anche in questo caso le modalità con cui raggiungere questo fine sono molte vaghe e generali.

 “Il nostro obbiettivo è e sarà sempre quello di unirci in solidarietà con i movimenti di giustizia che cercano una scelta oltre l’imperialismo, la supremazia bianca, il capitalismo, il patriarcato e i confini del sistema bipartitico dominato dalle multinazionali”

Questo elenco per quanto rafforzi la mission e rispecchi le idee del candidato, non risulta molto incisivo, e non riesce a trasmettere un’immagine chiara e definita agli elettori delle idee di Cornel West, il quale, invece, ha optato per una tecnica di questo genere proprio per cercare di ottenere maggiori consensi, indipendentemente dall’ideologia politica delle persone.

Malgrado questa particolare gestione comunicativa della campagna elettorale, diversi sondaggi evidenziano che il candidato afroamericano può comunque contare su una base elettorale composta per lo più da afroamericani e musulmani, la cui percentuale si aggira sul 2%.

Cavalcando l’onda del movimento “Uncommitted”, allo scopo di rafforzare il legame con la comunità arabo-americana e la propria posizione in merito alla questione palestinese, Cornel West, lo scorso 10 aprile, ha nominato la ricercatrice e docente universitaria Melina Abdullah come “running mate”, la quale è di fede musulmana ed è un membro del consiglio di amministrazione Black Lives Matter Grassroots.

Questa scelta ha inevitabilmente accentuato i contrasti con Joe Biden, più volte accusato di essere complice del “genocidio” compiuto da Israele.

D’altro canto, invece, i Democratici attaccano duramente West, definendolo uno “spoiler candidate”, cioè, in gergo politico americano, un candidato che non ha possibilità di vincere le elezioni, ma che riesce comunque a “rubare” voti cruciali negli “swing states” ad uno dei due “major parties”, in questo caso ai Democrats, agevolando la fazione completamente opposta, ovvero, i Republicans.

Tutto considerato, le probabilità di vedere Cornel West alla Casa Bianca sono molto molto basse, tanto che i media italiani e, in primis quelli americani, non si sono soffermati sulla figura, sulle idee e tantomeno sul background intellettuale del candidato; tuttavia, anche alla luce delle proteste degli uncommitted voters, non bisogna affatto sottovalutare l’impatto di quel 2% di possibili elettori che crede fermamente in lui per motivazioni etniche, morali e di giustizia e che di conseguenza difficilmente cambierà idea all’election day.

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