Corea del Nord: l’impasse della diplomazia americana

Il giovane leader della Corea del Nord Kim Jong-un rimane fedele alla tradizionale linea di condotta degli affari internazionali dei suoi predecessori. Egli è, in particolare, irremovibile riguardo all’obiettivo primario della politica militare (military-first) che è la trasformazione della Corea del Nord in uno «stato nucleare». E a nulla sono valsi finora gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti per convincerlo ad abbandonare le sue «ambizioni nucleari».

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Il presidente americano Barack Obama, che sta esercitando forti pressioni sul collega della Federazione Russa Vladimir Putin nel tentativo di dirimere con la diplomazia la «questione ucraina», si è recato in visita ufficiale a Tokyo (in Giappone) e poi nella capitale sud-coreana, Seoul, al fine di rassicurare gli alleati dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per «denuclearizzare» la Penisola di Corea.

Dal 1993, cioè da quando il regime di Pyongyang minacciò per la prima volta il suo ritiro dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT), la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea è diventata uno degli obiettivi prioritari della politica estera americana in Asia Orientale. Gli Stati Uniti sono, difatti, i principali promotori del regime internazionale di non proliferazione degli armamenti nucleari.

La Corea del Nord, che testò il suo primo ordigno nucleare il 9 ottobre 2006, è, dunque, seriamente intenzionata ad acquisire lo status di potenza nucleare. Sul suo territorio sono presenti impianti per il «riprocessamento» chimico delle barre di combustibile utilizzato per alimentare il reattore di 5 Mwe di Yongbyon (che si trova 80 km circa a nord della capitale Pyongyang) e da cui viene separato il materiale fissile (Pu-239) per i test nucleari, l’ultimo dei quali è stato effettuato nel febbraio del 2013. Inoltre lo stato eremita del nord-est asiatico ha costruito le sue centrifughe gassose per l’arricchimento dell’uranio naturale (Highly Enriched Uranium). Un ulteriore duro colpo inflitto dalla Corea del Nord al regime internazionale della non-proliferazione nucleare di cui il NPT è dal 1968 il pilastro portante.

La minaccia militare della Corea del Nord è, peraltro, resa più credibile dallo sviluppo della tecnologica missilistica. Essa continua ad effettuare lanci missilistici per verificare i progressi compiuti nella miniaturizzazione delle testate che dovrebbero essere condotte a bersaglio con assoluta precisione. Gli ultimi sono stati eseguiti lo scorso marzo mentre erano in corso le periodiche esercitazioni aero-navali congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.

La tensione nella Penisola di Corea rimane, pertanto, alta. Lo testimoniano i recenti scambi di colpi d’artiglieria lungo la linea di demarcazione marittima tra le due Coree (Northern Limit Line), ad ovest della penisola. Il regime di Pyongyang vuole che sia spostata più a sud rispetto al limite attuale delle acque territoriali tra i due paesi stabilito dagli Stati Uniti, nel luglio del 1953, a Panmunjom, un piccolo villaggio situato a ridosso della zona smilitarizzata (DMZ) che corre lungo il 38° parallelo, dove fu firmato l’armistizio che pose fine alle ostilità della guerra di Corea scoppiata nel giugno del 1950.

La presenza di una Corea del Nord dotata di armi di distruzione di massa (WMD) è concausa di una spasmodica corsa al riarmo degli Stati del nord-est asiatico (effetto domino). Cina, Corea del Sud e Giappone hanno incrementato notevolmente le loro spese militari. Ad esempio, il governo di Tokyo, che in passato aveva utilizzato meno dell’1% del Pil per scopi militari, ha pianificato un ragguardevole aumento della sua spesa militare, raggiungendo il 2.8% entro il 2015. Aspetto non trascurabile quando si menziona una delle prime economie al mondo.

Tuttavia, un attacco preventivo per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon equivarrebbe, per il regime di Pyongyang, a una dichiarazione di guerra. Kim Jong-un non esiterebbe un solo istante a utilizzare le sue armi atomiche pur di garantire la sicurezza e l’integrità territoriale del Paese, nonché per allontanare lo spettro della dissoluzione ideologica e materiale del suo potere. Una seconda guerra di Corea, le cui operazioni militari potrebbero questa volta interessare anche gli stati limitrofi, con conseguenze catastrofiche per l’intero nord-est asiatico.

Senza l’intervento degli Stati Uniti la guerra civile tra le due Coree (1950-53) si sarebbe conclusa in modo diverso per la superiorità militare della Corea del Nord. Da allora, il governo di Washington ha provato a isolare il regime di Pyongyang sul piano internazionale per destabilizzarlo, ma senza riuscirvi. Esso, infatti, continua a beneficiare del sostegno economico del governo di Pechino. Inoltre, l’alleanza militare con la Cina, formalizzata nel 1961 con la stipulazione del Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance, costituisce un solido scudo difensivo. La Corea del Nord è storicamente, per la sua vicinanza geografica, uno Stato ricadente nella sfera d’influenza di Pechino.

L’Armistizio di Panmunjom non è mai stato sostituito da un trattato di pace tra le due Coree. I due paesi sono “tecnicamente” in guerra. E sebbene Washington dichiari di propendere per una soluzione diplomatica della crisi nucleare nord-coreana, non è possibile escludere, a priori, altre opzioni soprattutto se i negoziati multilaterali di Pechino, cui prendono parte gli Stati Uniti, la Cina, la Federazione Russa, il Giappone e le due Coree, e in impasse dal 2009, non dovessero sancire la rinunzia di Kim Jong-un all’arma atomica.