Corea: giocatori, mosse ed errori dell’interminabile partita atomica – seconda parte

Il sostanziale fallimento dei negoziati multilaterali e il peggioramento dello scenario provocato dalle politiche muscolari alternamente promosse dalla Casa Bianca negli scorsi decenni ha imposto un accantonamento dei paradigmi strategici con cui Seul tradizionalmente si approcciava al problema nordcoreano. Quelli nuovi, stando a dichiarazioni e iniziative del Presidente Moon, sembrano trovare la propria matrice più a Pechino che a Washington. Un pericolo di cu l’Amministrazione Trump è ben al corrente.

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Seconda parte dell’analisi iniziata con l’articolo Corea: cosa sta allontanando Seul da Washington

Venti anni di (fallimentare) contrasto alla proliferazione

Benché i primi cinquanta anni di alleanza tra Washigton e Seul siano stati caratterizzati da una sostanziale comunanza di veduta rispetto al problema nordcoreano e alla sicurezza regionale (H. S. Moon 2004), una corrente di sfiducia verso le capacità americane di ottenere risultati su questi tavoli di trattativa ha iniziato ad affermarsi nei palazzi governativi di Seul.

Ciò appare comprensibile se si prende in considerazione l’andamento del dossier nucleare in un raggio temporale di almeno un ventennio. A partire dai primi anni Novanta il regime dei Kim ha costantemente sfidato la comunità internazionale ponendo lo sviluppo di proprie armi atomiche al vertice della sua agenda politica, minacciando e poi definitivamente abbandonando il Trattato di non-proliferazione nucleare nel 2003. A ciò avevano fatto seguito gli anni delle trattative del gruppo dei sei – Nord e Sud Corea, Usa, Cina, Giappone, Russia – sfociati in un nulla di fatto certificato dalla ripresa dei test balistici di Pyongyang e dall’abbandono del tavolo negoziale da parte di quest’ultima nel 2009.

Da allora i grandi attori regionali hanno iniziato a differenziare il proprio approccio e le proprie risposte nei confronti delle ambizioni nucleari nordcoreane. Con soddisfazione dei falchi americani, la prima reazione a sud del 38° parallelo è stata un allineamento della Corea del Sud ad una politica di intransigente condanna e inasprimento delle sanzioni internazionali che ha messo fine all’appeasement avviato a fine anni Novanta dal Presidente Kim Dae-jung. Se negli anni Duemila i negoziati multilaterali avevano portato al primo, storico, incontro tra i leader delle due coree, alla firma di un accordo di non aggressione e la crescita di iniziative diplomatiche e commerciali che erano valse allo stesso Kim Dae-jung il Nobel per la pace, nel 2010 ogni progresso è stato interrotto.

Simbolicamente i due maggiori segnali di rottura possono essere individuati nell’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan nel marzo 2010 – un attacco costato la vita a 46 dei 104 membri dell’equipaggio che Seul ha immediatamente attribuito a Pyongyang – e nei negoziati che nel 2016-2017 sono sfociati nell’installazione del sistema anti-balistico americano THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

Se però l’incidente navale aveva avuto delle ripercussioni sul solo piano bilaterale, il secondo evento è stato seguito da un peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con tutti i suoi vicini non allineati agli Stati Uniti, quali la Russia e soprattutto la Cina.

La presenza delle tecnologie di difesa americane a pochi chilometri dal proprio territorio ha infatti portato a manifestazioni di piazza a Pechino e negli altri centri urbani della Repubblica Popolare, ma anche al boicottaggio dei prodotti coreani e un calo drammatico dell’interscambio commerciale e del flusso di turisti tra i due paesi (Monaghan 2018).

Al danno economico si è aggiunta la constatazione che l’adesione all’atteggiamento intransigente promosso da Washington non aveva minimamente intimidito Kim yong-un e il suo entourage: al contrario proprio negli anni di maggior tensione si erano registrati i maggiori progressi tecnologici nello sviluppo delle armi atomiche e dei vettori aeree continentali e intercontinentali.

È in tale contesto che è emersa e si è poi affermata una nuova corrente politica sudcoreana favorevole alla ripresa dei negoziati che è oggi incarnata dal partito e della persona del presidente Moon.

Il convitato di pietra cinese

A partire dalla seconda metà del 2017, Seul ha quindi informalmente sposato quella politica di distensione promossa da Pechino che postula il progressivo abbassamento del livello di tensione tramite la rinuncia all’adozione di dure contromisure al programma nucleare nordcoreano, nella convinzione che ciò rappresenti l’unico presupposto capace di garantire, se no alla denuclearizzazione, quantomeno il sostegno di tutte le potenze coinvolte alla sicurezza della regione contro possibili attacchi nordcoreani.

Ciò ovviamente si è accompagnato a un consolidamento dei rapporti bilaterali tra la Corea del Sud e la stessa Cina.

Seguendo l’ormai tradizionale schema negoziale descritto da Richard Solomon in Chinese Political Negotiating Behavior (Solomon 1988), Pechino è riuscita ad ottenere dallo storico alleato americano due fondamentali aperture strategiche: la rinuncia all’implementazione del THAAD e il rifiuto all’adesione al quello progetto di costruzione di una “libera e aperta macroregione indo-pacifica” che il Presidente Trump e il Premier giappone Shinzo Abe hanno annunciato nel novembre 2017 (Minegishi 2017).

In cambio Moon ha ottenuto il sostegno del potente vicino alla perenne ricerca sudcoreana di sicurezza, formalizzato nell’accordo sottoscritto nella sua visita nella capitale cinese lo scorso dicembre. Quattro i punti focali dell’intesa:

  1. Nessuna guerra nella penisola coreana sarà mai più tollerata.
  2. Il principio della denuclearizzazione della penisola resta in vigore.
  3. Qualsiasi vertenza internazionale, incluse quelle legate alla denuclearizzazione, dovranno essere risolte per mezzo del dialogo e del negoziato.
  4. Il miglioramento delle relazioni tra le due coree dovrà essere incentivato in quanto funzionale alla pacificazione della penisola.

Senza un simile presupposto, quindi, sarebbe difficile dare spiegazione ad una politica di distensione che ha portato le due Coree ad essere rappresentate dalla stessa bandiera nei giochi olimpici invernali recentemente ospitati da Seul, ma anche allo storico incontro di giugno a Singapore tra Donald Trump e Kim jong-un.


Conclusioni: sfide e opportunità per Donald Trump

Proprio l’incontro di giugno, il primo fra i vertici politici dei due paesi, può essere letto come un evidente segno di avvicinamento dell’amministrazione Trump ai propositi pacifisti della presidenza Moon che mira innanzitutto a riguadagnare la fiducia di Seul e la leadership del processo di denuclearizzazione.

Un passo certamente storico, ma prettamente simbolico e incapace di produrre effetti immediati nella road map che dovrebbe condurre allo smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang e alla firma del trattato di pace che metterebbe formalmente fine alla decennale guerra con Washington, obiettivi finali di tutti i negoziati. Del resto, a riprova della forte diffidenza della Casa Bianca nei riguardi di Kim e del suo entourage c’è la lentezza con cui sono proceduti nei mesi successivi all’incontro i contatti diplomatici che avrebbero dovuto dare al simbolismo di Singapore la concretezza degli attesi risultati politici.

Uno stallo che Trump ha pubblicamente attribuito al suo interlocutore decidendo a fine agosto di annullare polemicamente la programmata visita in Corea del Nord del suo Segretario di Stato, Mike Pompeo. Ciononostante, pur continuando a mettere in guardia alleati e partner sulle intenzioni di Kim e sulla precocità di misure quali la riduzione delle sanzioni internazionali che ancora colpiscono la dittatura asiatica, gli Stati Uniti riconoscono la persistenza di una ferrea volontà degli alleati sudcoreani di proseguire a passi rapidi verso la normalizzazione dei rapporti con i propri vicini settentrionali.

Non sorprende allora constatare come alla recente notizia di una nuova visita di Moon a Pyongyang il prossimo 18 settembre abbia fatto seguito un’immediata distensione nei toni delle comunicazioni ufficiali: mentre Kim lasciava trapelare dichiarazioni in cui confermava assoluta fiducia verso gli intenti del Presidente Trump, quest’ultimo annunciava mezzo Twitter la sua soddisfazione per il rinnovato atteggiamento cooperativo dimostrato dalla controparte.

Si potrà obiettare che nell’era della comunicazione istantanea simili dichiarazioni lascino il tempo che trovano, tenuto anche conto delle ripetute minacce con cui lo stesso Presidente degli Stati Uniti commentava fino a pochi mesi fa i progressi missilistici dei nordcoreani. Eppure le dinamiche che in Asia spingono Seul verso la pacificazione e l’avvicinamento alla potenza cinese poggiano su considerazioni strutturali di lungo periodo che la Casa Bianca sa bene di non poter ignorare.

In fondo, preso dal ritrovato slancio diplomatico, Kim ha confidato pochi giorni fa a un inviato sudcoreano che il suo obiettivo è poter annunciare al mondo la denuclearizzazione nordcoreano prima del 2021. Un assist elettorale che The Donald saprebbe ben sfruttare nella sua – scontata – corsa verso un secondo mandato.