Corea: cosa sta allontanando Seul da Washington – prima parte

Pochi contesti geopolitici regionali appaiono ad una prima analisi intrinsecamente influenzati dalle dinamiche e dalle scelte compiute durante la Guerra fredda quanto la penisola coreana. Eppure, le difficoltà e le tensioni incontrate a Seul e Pyongyang durante il primo anno del mandato presidenziale di Trump sembrano derivare proprio dal progressivo affrancamento di tutti gli attori coinvolti dalla tradizionale postura politica adottata nell’epoca bipolare. L’ascesa della Cina prima come partner economico e poi come credibile promotore di politiche di sicurezza regionali alternative a quelle statunitense mette in discussione la solidità dell’alleanza tra Washington e quello che Barack Obama definiva “uno dei più cari amici e stretti alleati dell’America del mondo”.

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Questo articolo costituisce la parte iniziale di un’analisi che verrrà pubblicata in due parti.

Variabili e costanti del dossier coreano

Posta all’interno della vasta macroregione indo-pacifica (Trump 2017) che la prima National Security Strategy dell’amministrazione Trump pone al centro degli interessi strategici oltremare degli Stati Uniti, la penisola coreana rappresenta uno dei centri focali delle tensioni geopolitiche del XXI secolo.

Non si tratta di una condizione inedita: al contrario, fin dalla dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra novecentesco, il dossier coreano è una presenza costante sulle scrivanie della Casa Bianca e del Pentagono. La sua bipartizione politica tra la Repubblica Popolare di Corea, regime socialista con un sistema economico pianificato e la Repubblica di Corea, democrazia semi-presidenziale ad economia di mercato alleata dagli Usa, costituisce il più visibile lascito della Guerra fredda nel planisfero del mondo post-bipolare. Nonostante dunque la conclusione della “guerra egemonica” (Gilpin 1981) tra Stati Uniti e Unione Sovietica abbia portato a uno stravolgimento dello scenario geopolitico e una radicale ridistribuzione del potere, la più esplicita minaccia statale alla sicurezza di Washington nei giorni nostri discende direttamente da un contesto e da eventi che precedono l’instaurazione dell’ordine unipolare americano. Proprio in virtù della bipartizione politica della penisola, si tratta un banco di prova su cui misurare le capacità dello smart power (Nye 2009) della potenza egemone da una duplice prospettiva.

Da un lato l’amministrazione Trump è chiamata a gestire il delicato dossier nucleare di una dittatura post-comunistica a guida dinastica che non riconosce de jure e che nel 2002 aveva inserito nel cosiddetto “asse del male” (G.W. Bush 2002) insieme ad Iran ed Iraq. L’interlocutore, nella stessa NSS trumpiana è definito come “uno spietato dittatore che non conosce riguardo per la dignità umana” alla guida di un paese che “da 25 anni sviluppa armi nucleari e potenza balistica in contrasto con gli impegni che ha assunto”. Nei passaggi successivi del testo si sintetizza con precisione la dimensione della minaccia e la centralità dell’impegno che gli Stati Uniti devono assumere con rispetto alla stessa: “Oggi quei missili e quelle armi mettono in pericolo noi e nostri alleati. Se ignoreremo gli Stati determinati a sviluppare armi di distruzione di massa, queste minacce peggioreranno e vedremo ridursi le opzioni a disposizioni con cui difenderci”.

Dall’altro gli Stati Uniti appaiono obbligati ad assicurarsi la costante benevolenza dell’alleato sud coreano, partner economico e militare di primo ordine, terzo paese al mondo per numero di soldati americani stanziati sul territorio e unica testa di ponte per gli stessi nell’Estremo oriente continentale. In un planisfero soggetto a dinamiche di regionalizzazione geopolitica (Buzan & Weaver 2003) che la stessa NSS 2017 riconosce, la priorità è quella di continuare nei decenni a venire ad autorappresentarsi come la “nazione indispensabile” da cui Seul non può prescindere per la propria sicurezza e sopravvivenza.

Uno scenario a lungo scontato, ma ormai reso incerto dalla presenza nel quadrante del principale sfidante dell’ordine unipolare, la Cina: ogni riflessione strategica e ogni azione che gli Stati Uniti intendono intraprendere al nord e al sud del 38° parallelo deve essere modellata nel contesto degli obiettivi della Grand strategy che Washington ha delineato per contenere l’ascesa dell’Impero di mezzo.

 

Washington-Seul: che cosa è cambiato

Il rapporto tra gli Stati Uniti e quello che Barack Obama nel 2016 ha definito come “uno dei più cari amici e stretti alleati dell’America del mondo” sta gradualmente assumendo una conformazione diversa da quella “alleanza asimmetrica” (Morrow 1991) che Seul aveva accettato nei mesi successivi all’armistizio del 1953 con la sottoscrizione del trattato permanente di mutua difesa tra i due paesi.

Benché il perimetro degli interessi reciproci resti lo stesso per entrambi – difesa dal pericolo di un invasione dal Nord e mantenimento dello status quo geopolitico nei mari del Pacifico asiatico – sette decenni di storia e il mutamento di variabili esogene ed endogene hanno alterato reciprocamente la percezione dell’alleanza, in particolar modo nel contesto socio-politico coreano.

Con un significativo sforzo di sintesi, è possibile individuare almeno cinque direttrici di cambiamento che stanno incidendo su tale mutamento (Congressional Research Service 2010):

  1. la rigogliosa crescita economica che ha portato la Corea del Sud ad affermarsi come l’undicesimo Stato al mondo in termini di PIL nominale (Fondo Monetario Internazionale 2017), un risultato ottenuto soprattutto grazie ai successi di un tessuto industriale tecnologicamente competitivo e orientato all’esportazione. Quest’ultimo elemento ha in parte consolidato la dimensione di interdipendenza con gli Usa, uno dei mercati di riferimento per le multinazionali di Seul, ma al tempo stesso ha reso più frequenti frizioni e dispute commerciali (Manyn 2004);
  2. il crescente desiderio delle elite politiche sudcoreane di sfruttare il consolidamento economico e politico come potenza regionale per ottenere maggior peso nelle trattative bilaterali e multilateri che coinvolgono i suoi interessi asiatici e non;
  3. la definitiva affermazione della Cina come potenza globale capace di influenzare politicamente ed economicamente le scelte della Corea del Sud, ma anche di presentare alla stessa un modello alternativo al tradizionale paradigma dell’alleanza con gli Stati Uniti;
  4. l’affermazione nel contesto interno di un processo di democratizzazione che ha portato l’opinione pubblica a prestare maggiore attenzione alla politica estera e alle scelte internazionali dei propri governi;
  5. il consolidamento della leadership dinastica e delle aspirazioni nucleari della Corea del Nord e la perpetua necessità sudcoreana di assicurare la proprio sicurezza a prescindere dagli obiettivi tattici e strategici nella regione dell’alleato statunitense.

Le direttive mostrano punti di intersezione significativi soprattutto sul lato delle variabili economiche. Se è innegabile che il trattato di libero scambio ha rafforzato l’interdipendenza tra Washington e Seul e anche vero che analoghe intense sono state raggiunte con Pechino nel 2015. Un accordo che trova spiegazione nella dimensione dell’interscambio commerciale tra i due paesi: già nel 2004, secondo la KITA (Korea International Trade Association), la Cina ha superato gli Stati Uniti come primo mercato di esportazioni e numero crescente di multinazionali sudcoreane ha delocalizzato le proprie produzioni sul territorio della Repubblica Popolare, dove il costo della manodopera è nettamente inferiore a quello nazionale.

Il successo dei rapporti commerciali è uno dei fattori che ha alterato più nettamente l’equazione costi-benefici di una politica muscolare e di una possibile escalation militare nella regione, complicando il dialogo tra Usa e Corea del Sud (Nanto e Chanlett-Avery 2015).

Tuttavia i fattori di irrigidimento delle relazioni tra i due alleati abbracciano anche considerazioni di natura più prettamente politica. Benché il Pew Research Center continui a certificare la persistenza di un sentimento filo-americano nella popolazione sudcoreana, emerge tra l’opinione pubblica una certa insofferenza sia verso lo stazionamento permanente delle truppe statunitensi sul proprio territorio, sia verso gli obblighi che la garanzia di sicurezza offerta comporta in termini di impegno internazionale delle proprie forze armate.

Non giova alla salute delle relazioni anche la sistematica distanza politica tra le amministrazioni in carica: quasi sempre negli ultimi venti anni gli inquilini democratici e liberali della Casa Bianca si sono trovati a Seul a dialogare con governi di impronta conservatrice e viceversa. Una dinamica che si protrae fino ad oggi e che sembra emergere ancor più evidente a causa della distanza, anche personale, tra Donald Trump e Moon Jae-in, un democratico con un passato da avvocato e attivista per i diretti umani.

Sebbene i rapporti interpersonali abbiano una natura contingente nelle relazioni internazionali, è innegabile che la leadership e la politica di Moon si fondino su presupposti di discontinuità rispetto il tradizionale approccio accondiscende mostrato dai suoi predecessori verso l’alleato statunitense. Giunta al potere dopo l’impeachment che nel 2016 aveva costretto alle dimissioni Park Geun-hye, il nuovo Presidente coreano ha disegnato la propria campagna elettorale su slogan che ribadivano la necessità di maggior indipendenza della politica estera di Seul.

Ciò attira l’attenzione sull’ultimo dei cinque elementi che stanno contribuendo ad alterare il rapporto tra i due alleati, ovvero il presupposto stesso dell’esistenza dell’alleanza: la sicurezza della Corea del Sud di fronte al progredire del programma nucleare di Pyongyang e la postura da adottare con rispetto a tale minaccia.