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TematicheStati Uniti e Nord AmericaCOP26: da phase out a phase down

COP26: da phase out a phase down

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Al termine della Cop26 vengono tirate le somme sulle decisioni prese a Glasgow e sui temi affrontati. Da un lato alcuni progressi sono stati notevoli, mentre dall’altro non sono mancate le perplessità. Il ruolo giocato dagli Stati Uniti in questa partita è stato ambivalente. Se da una parte la dichiarazione congiunta con la Cina sul clima ha avuto degli effetti positivi, dall’altro si sono acuite delle critiche all’interno del Partito Democratico.

Articolo precedentemente pubblicato nel diciottesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Il 13 novembre, con un giorno di ritardo rispetto alla chiusura prevista, si è conclusa la ventiseiesima sessione della Conferenza delle Parti, la Cop26 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Se, secondo alcuni, questo incontro internazionale non si è rivelato essere un successo scintillante, dall’altro non si è rivelato un fallimento come la Cop25 del 2019 a Madrid. Una conferenza al termine della quale le delegazioni hanno completato il “Paris rulebook”, cioè il libro di regole che l’Accordo quadro sul cambiamento climatico di Parigi aveva prodotto. In effetti, si è raggiunto un accordo rispetto all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, rispetto ai meccanismi che coinvolgono il mercato del carbonio, così da aprire le danze per attuare di fatto una riduzione delle emissioni di gas serra. Proprio sull’eliminazione graduale del carbone è stato raggiunto infatti un accordo che ha rappresentato così la prima dichiarazione esplicita specifica dei combustibili fossili in un accordo Cop. Questo e altri punti sono racchiusi all’interno del Patto per il clima di Glasgow, il testo firmato da tutti i 197 paesi partecipanti.

Di queste due settimane di lavori però non possono sfuggire alcuni importanti passi in avanti proposti all’interno dell’accordo, come il fatto che al suo interno sia stata inserito l’ambizioso progetto di riduzione del 45% delle emissioni di CO2 entro il 2030 (rispetto al 2010), elemento che a sua volta favorirebbe il mantenimento dell’aumento medio della temperatura globale entro i 1,5°C. Proprio quest’ultima temperatura, infatti, è stata sancita dalla comunità scientifica come tipping point, cioè come limite invalicabile oltre il quale potrebbe non esserci ritorno dall’attuale crisi climatica.

Gli argomenti spinosi affrontati nel corso della Conferenza sono stati numerosi, dagli NDCS (impegni volontari di riduzione delle emissioni) e finanza climatica al loss and damage, adattamento e trasparenza. Demoralizzante è senza ombra di dubbio l’intervento dell’ultimo minuto da parte del ministro dell’ambiente indiano Bhupender Yaday e sostenuto dalla Cina. L’intervento in questione, secondo alcune fonti, ha reso il testo dell’accordo “annacquato”: la formula contenuta nel testo che richiedeva l’eliminazione (“phase out”) del carbone è stata sostituita dalla sua riduzione (“phase down”). La tanto agognata eliminazione definitiva del carbone, assieme allo stop ai sussidi alle fonti fossili, viene dunque ridimensionata ad un rallentamento. Questo rallentamento viene definito, all’interno dell’accordo, come “unabated”, intendendo cioè che le emissioni del carbone non vengono abbattute, come con i sistemi di cattura e stoccaggio di CO2, in quanto queste sono tecnologie ancora non applicabili ad una produzione su larga scala. Per quanto riguarda i sussidi alle fonti fossili, nell’accordo si parla di bloccare unicamente quelli “inefficienti”. Al termine della conferenza, il presidente della Cop 26, il tory Alok Sharma, che si è definito “profondamente dispiaciuto”, si è scusato trattenendo le lacrime.

Joh Kerry, l’Inviato Speciale per il Clima americano, ha affermato che “la negoziazione perfetta è quella che scontenta tutti”. Secondo l’ex Segretario di Stato, infatti, quella di Glasgow è una dichiarazione potente, seppur imperfetta: non c’era altro da fare, ha affermato, se non mediare tra le diverse posizioni. E questo ha fatto proprio il rappresentante statunitense, cercando un linguaggio accettabile pur di trovarla, questa posizione mediana. In particolar modo, è stato dirompente ed inaspettato che i due paesi che attualmente emettono più gas serra al mondo, proprio gli Stati Uniti e la Cina (responsabili rispettivamente del 24,6 e 13,9 delle emissioni globali), riconoscessero che, rispetto al contenimento del riscaldamento globale, alle parole non sono sempre seguiti i fatti. Le due superpotenze hanno ufficializzato la loro intenzione di cooperare, nel corso dei prossimi mesi, per il rispetto e l’implementazione dell’Accordo di Parigi, avvalendosi dell’istituzione di un tavolo congiunto. All’interno del documento si legge, infatti, che entrambe le parti riconoscono a seguito del sesto rapporto di valutazione – prodotto nel corso del Intergovernmental Panel on Climate Change lo scorso 9 agosto – non solo la serietà, ma anche l’urgenza rappresentata dal cambiamento climatico. I due paesi, nonostante le divergenze degli ultimi anni, soprattutto a livello economico, sottolineano l’importanza di quanto sancito dall’articolo 2 dell’Accordo di Parigi, secondo cui, come ripreso dalla Cop26 di Glasgow, è imperativo mantenere la temperatura globale well below 2 degrees C, limitandola cioè a 1,5°C. 

L’intenzione di entrambe le parti è quella di cooperare, tanto a livello individuale quanto a livello multilaterale nel corso di questo decennio definito come decisivo, così da accelerare la transizione verso modalità più ecologiche e a bassa emissione di carbonio. A sottolineare in misura ancora maggiore la volontà di cooperazione è l’articolo 8, nel quale viene stabilito che i due paesi si scambieranno informazioni rispetto alle rispettive policies adoperate per la riduzione delle emissioni di metano. Gli stati guidati da Joe Biden e Xi Jinping, poi, organizzeranno un incontro nella prima metà del 2022 per discutere delle specifiche misure intraprese tanto nei confronti delle emissioni di metano quanto di quelle di CO2. 
Complessivamente, dunque, gli americani si definiscono soddisfatti dei risultati ottenuti dal Patto di Glasgow. Tuttavia, sembrerebbe che all’interno dello stesso Partito Democratico, i giudizi e le critiche non manchino. Da un lato, la speaker della Camera Nancy Pelosi si è detta ottimista, appoggiando la volontà del presidente Biden di “raccogliere la sfida del momento”, specialmente a seguito del piano che ha presentato per tagliare le emissioni di metano del 50% entro il 2030. Dall’altro, la giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, sostiene che gli Stati Uniti non abbiamo recuperato la loro “autorità morale”. Secondo l’esponente liberal del Partito Democratico dei passi sono stati compiuti verso la giusta direzione; adesso, però, per essere considerati a tutti gli effetti leader nella lotta ai cambiamenti climatici, saranno le emissioni a dovere essere ridotte sul serio.

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