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COP26, luci e ombre sul nuovo patto per il clima

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La Conferenza delle Parti sul clima di Glasgow si è finalmente conclusa dopo i “tempi supplementari” di questo weekend, lasciando grande incertezza sulla portata che essa potrà avere nella lotta contro il cambiamento climatico. Lo scontro mediatico già imperversa tra coloro che, come Greta Thunberg, lo ritengono “un fallimento” e chi, come il Ministro per la transizione ecologica Cingolani, cerca invece di difendere quanto è stato raggiunto pur non nascondendone i limiti.

Da un lato traspare la delusione, tanto a livello governativo che di società civile, di quanti speravano in risultati concreti che scongiurassero il rischio dell’ennesimo “bla bla bla politico”. Sono state molte le personalità illustri che sono intervenute in prima persona in questo senso; tra di esse anche l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale ha ammonito circa la necessità di uno sforzo ulteriore da parte dei paesi parti della Conferenza e dell’insufficienza delle proposte avanzate per salvaguardare il clima del pianeta.

Dall’altro lato invece, parte del personale politico e diplomatico che ha partecipato in prima persona alla Conferenza sottolinea le difficoltà tecniche del giungere ad un risultato condivisibile dalla maggior parte dell’assemblea, che riunisce tanto superpotenze economiche come gli Stati Uniti quanto piccoli Stati caraibici come Saint Kitt e Nevis. Infatti, la decisione conclusiva della Conferenza, dopo i numerosi rimaneggiamenti degli scorsi giorni, mostra i segni di una lotta diplomatica che si è consumata a scapito degli impegni concreti.

Ma a prescindere dagli aspetti tecnici, ciò che conta nella lotta climatica sono le azioni concrete che verranno intraprese. Perciò ci si chiede: non si poteva fare di più?

Il contenuto delle conclusioni della Conferenza

Nella decisione finale della COP26 vengono messi nero su bianco, pur col linguaggio vago tipico di questi summit, una serie di impegni tesi a limitare il surriscaldamento globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’ulteriore obiettivo di compiere ogni sforzo per giungere ad un surriscaldamento massimo di 1,5°C. L’obiettivo rimane quindi quello della Conferenza di Parigi, ma si precisa la necessità di ridurre rapidamente le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2010) e di raggiungere la neutralità climatica “attorno a metà secolo”. Le dichiarazioni unilaterali dei “grandi inquinatori” lasciano però a desiderare: l’India prevede la neutralità non prima del 2070, mentre Russia, Arabia Saudita e Cina intorno al 2060. I Paesi hanno poi deciso di ridurre entro il 2030 i gas serra diversi dal biossido di carbonio, incluso il metano.

Risultati positivi sono stati ottenuti nella lotta alla deforestazione, con il contributo rilevante di paesi come il Brasile, sulla scia di quanto già anticipato nelle scorse settimane in sede di G20. Questo punto è certamente meno divisivo di altri, come ad esempio l’istituzione del fondo da 100 miliardi di dollari che i paesi sviluppati (Stati Uniti ed Europa compresi) dovranno creare per supportare i paesi meno sviluppati, coadiuvati da investimenti di banche multilaterali, istituzioni internazionali e fondi privati. Nel corso delle negoziazioni, infatti, il termine del 2023 come data ultima per l’istituzione del fondo era dapprima sparito, poi posticipato al 2025.

L’allarme della scienza

Nonostante questi risultati, che il premier inglese Boris Johnson non ha esitato a definire “una svolta”, si moltiplicano le voci (tra cui quella di Nicholas Stern, autore dell’omonimo rapporto) che sostengono che essi non saranno sufficienti a contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto del famigerato livello di 1,5 C°. Stando alle proiezioni della Climate Action Tracker, benché la riduzione delle emissioni che si avrebbe rispettando appieno gli impegni di Glasgow corrisponda alle emissioni annue di Giappone, Regno Unito e Germania messe assieme, essa ci porterebbe solo il 9% più vicina agli obiettivi intermedi per il 2030. Questo dà certamente l’idea delle dimensioni dell’impresa che i governi del mondo devono affrontare, ma anche di quanto si sia lontani dai target prefissati.

Una prospettiva simile viene riportata dalla BBC, la quale sottolinea che uno scenario in cui la temperatura di fine secolo possa assestarsi sui +2,4 °C (il che secondo le considerazioni della Conferenza di Parigi sarebbe “insostenibile”) non sia da considerarsi troppo remoto. Pur tuttavia, la versione finale del documento della COP26 ha definito solo una “graduale riduzione” nell’uso dei combustibili fossili, tra cui il carbone, proposito a cui Stati Uniti e Cina non hanno in ogni caso acconsentito. Certamente è da accogliersi come positivo il fatto che per la prima volta quest’ultimo sia stato incluso nelle decisioni al vertice sul clima; nondimeno le critiche alle logiche troppo realiste degli Stati coinvolti non sono mancate, anche se si è consapevoli che una riduzione immediata della produzione di petrolio, gas e carbone andrebbe ad esacerbare l’aumento dei costi di energia e materie prime verificatosi negli ultimi mesi.

L’accordo USA-Cina

L’inaspettata dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina è arrivata nei giorni scorsi a rafforzare la cooperazione climatica nella prossima decade per evitare “impatti catastrofici”. Si tratta perlopiù di un accordo simbolico, ma che comunque impegna le due superpotenze globali a limitare il surriscaldamento climatico a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. In ogni caso, l’annuncio si rivela particolarmente importante in quanto rappresenta il punto di incontro tra due Paesi le cui posizioni parevano inconciliabili, oltre a generare aspettative di un possibile inizio di effetto “bandwagon” (ossia, di emulazione degli altri Paesi).

La dichiarazione arriva in un momento in cui le tensioni tra USA e Cina non mancano di farsi sentire, tra l’istituzione dell’alleanza Aukus, chiaramente anticinese, e le dichiarazioni di Xi Jinping sulla prossima riannessione di Taiwan. Benché simbolo di una comune volontà politica di distensione, la dichiarazione scredita in parte la COP26, intesa come forum di dialogo multilaterale, riaffermando che ciò che più conta, anche in campo climatico, sono le decisioni bilaterali. Nella stessa ottica si colloca il partenariato annunciato da Stati Uniti e Unione Europea per ridurre l’emissione di gas metano entro il 2030.

Non di meno, alcune iniziative di gruppi più ristretti di Paesi lanciano segnali molto positivi. Tra queste spicca quella, denominata “Beyond Oil and Gas”, capeggiata da Costa Rica e Danimarca che prevede lo stop alle nuove concessioni petrolifere e carbonifere, nel tentativo di evitare l’apertura di nuovi impianti di combustibili fossili. L’iniziativa non ha tuttavia incontrato il favore di un ampio numero di paesi (solo 12 l’hanno approvata), così come il progetto di stop alla produzione di veicoli a benzina e diesel, cui non hanno partecipato i grandi produttori di automezzi, tra cui Stati Uniti, Germania, Cina e Francia. Sembra però che, almeno per quanto riguarda gli Stati dell’Unione Europea, ciò si possa spiegare alla luce della recente proposta della Commissione Europea orientata ai medesimi obiettivi, contenuta all’interno del pacchetto legislativo “Fit for 55” che prevede la riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990. La Conferenza delle Parti si conclude quindi tra luci ed ombre, anche se è lecito sospettare che le prime siano ben meno consistenti delle seconde. Ciò che si può affermare con certezza riguarda invece lo “stato di salute” della comunità internazionale, che si dimostra frammentata e reticente di fronte alle complesse sfide che il cambiamento climatico le pone di fronte. La speranza è che i leader del mondo facciano loro le parole del Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres a seguito della Conferenza: “COP27 starts now”.

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