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Il mondo a Glasgow per il clima. COP26 e la necessità di una cooperazione climatica globale

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La città di Glasgow si prepara ad accogliere le delegazioni internazionali che parteciperanno a COP26, la ventiseiesima Conferenza delle Parti dedicata alla lotta al surriscaldamento globale. Rimandata a causa del Covid, la Conferenza sul clima cade in un anno in cui gli effetti dell’emergenza climatica si sono fatti sentire a livello globale. L’appuntamento più importante dopo la Conferenza di Parigi del 2015 potrebbe rappresentare un punto di svolta per il contrasto al cambiamento climatico: quali le sfide? Quali gli obiettivi da raggiungere?

“L’ultima migliore occasione per il mondo per agire insieme” così viene presentato il COP26 da John Kerry, inviato speciale per la gestione del clima e delle emergenze climatiche per la Presidenza degli Stati Uniti.

Il 31 ottobre prossimo si aprirà infatti a Glasgow la ventiseiesima Conferenza delle Parti (Conference of the Parties – COP) esclusivamente dedicata alla lotta al cambiamento climatico. I Paesi facenti parte di United Nations Framework for Climate Change (UNFCCC) sono chiamati in assemblea nella città scozzese fino al 12 novembre: 197 delegazioni internazionali, 25 mila persone attese.

Nonostante COP26 fosse inizialmente previsto per novembre 2020, limitazioni dettate dalla pandemia hanno reso necessario il posticipo all’anno successivo. Nel frattempo, la consapevolezza riguardo alle tematiche ambientali, nel corso nel 2021, è cresciuta: ondate di calore, incendi (particolarmente severi quelli in Nord America) ma anche alluvioni e tempeste hanno dimostrato a sempre più persone la necessità di una risposta globale al cambiamento climatico. 

La ventiseiesima Conferenza delle Parti giunge dunque in un momento in cui l’attenzione sul clima è massima, e secondo alcuni costituisce l’occasione più importante per discutere a livello globale della salvaguardia dell’ambiente dalla Conferenza di Parigi del 2015 (COP21).

Gli accordi di Parigi avevano stabilito un obiettivo chiaro: mantenere il surriscaldamento globale al di sotto di 2° C in più rispetto ai livelli preindustriali, con l’ambizione di limitarlo ulteriormente a +1,5°C. Per fare ciò, occorre una combinazione di riduzione delle emissioni di CO2 da un lato e di assorbimento delle stesse dall’altro, attraverso le migliori tecnologie disponibili. L’Unione Europea si è sicuramente adoperata in questo: la Legge Europea sul Clima è infatti strettamente connessa con gli accordi di Parigi. Gli sforzi dell’Unione sola, tuttavia, non bastano.

Le questioni sul tavolo, a Glasgow, saranno molteplici. L’obiettivo principale è il rinnovamento dello sforzo globale a difesa dell’ambiente: i Paesi che già si sono impegnati per contrastare il cambiamento climatico cercheranno di reiterare i propri sforzi, mentre si cercherà di fornire maggiori finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo (per i quali, una conversione della propria economia in senso green sarebbe più costosa). Inoltre, si tenterà di coinvolgere nello sforzo comune le potenze senza le quali ogni sforzo sarebbe vano: una su tutte, la Cina, che può certamente sfruttare la propria posizione in materia ambientale per ottenere vantaggi strategici in altri campi. Ad ogni modo, più concretamente, a Glasgow si discuterà di un’accelerazione del passaggio alle auto elettriche, dell’eliminazione del carbone come fonte di energia, della diminuzione del numero di alberi tagliati e della protezione delle persone più vulnerabili alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Al termine della conferenza verrà rilasciata una dichiarazione finale comune, con obiettivi e impegni specifici per ogni paese. È ipotizzabile, comunque, che si cerchi di raggiungere un accordo per zero emissioni nette nel 2050 e un obiettivo intermedio nel 2030.

COP26 giunge, come accennato, in un momento in cui la cooperazione globale in materia ambientale è più che mai essenziale, ma anche in un contesto internazionale e diplomatico difficile. Infatti, la pandemia di Covid-19 potrebbe ancora porre seri ostacoli ad un dialogo condiviso. Le delegazioni di vari Paesi potrebbero non presentarsi, mentre è già certa l’assenza del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, che parteciperà alle discussioni da remoto. Incerta anche la presenza di Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese. 

Oltre a questo, i recenti accordi AUKUS, stipulati da USA, Regno Unito, Australia in funzione anticinese, potrebbero rendere l’atmosfera tesa, date le rimostranze da parte francese. 

In ogni caso, COP26 a Glasgow costituisce un’occasione irripetibile per trovare una soluzione condivisa a livello globale a protezione della Terra. Il Regno Unito può dimostrare al mondo, ed anche all’Unione Europea, che l’impegno per la lotta al cambiamento climatico è una delle sue priorità in politica estera, rasserenando forse il clima tra le due parti. Anche l’Italia (partner del Regno Unito per la Conferenza) può ambire ad una posizione di rilievo nel contrasto al surriscaldamento globale, ponendosi come ponte tra Unione Europea e Regno Unito. Il Presidente del Consiglio Draghi, in occasione del vertice per l’apertura dell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre scorso, aveva equiparato per gravità l’emergenza climatica a quella pandemica, sottolineando l’assoluta necessità di un’azione immediata e condivisa. “L’Italia farà la sua parte”, ha affermato Draghi, sia a livello finanziario che a livello politico.

L’opinione pubblica e gli esperti del settore, tuttavia, si dividono tra chi ritiene sia già tardi per prendere un’azione condivisa, e che in qualunque modo si scelga di procedere non sia più possibile limitare il surriscaldamento globale a +1,5° C rispetto ai livelli preindustriali, e chi invece è più positivo reputando ci sia ancora tempo per cambiare il trend.

COP26 è comunque l’occasione per imprimere una svolta, simbolica e concreta allo stesso tempo. Appuntamento a Glasgow il 31 ottobre.

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