COP24, la Santa Sede e la geopolitica verde

C’è una certa assonanza tra la denuncia di papa Francesco nella sua seconda lettera enciclica, Laudato Si’, e la posizione della diplomazia vaticana sull’esito del COP24, la conferenza delle parti sotto l’egida della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Lo scorso dicembre, a Katowice, in Polonia, l’ennesimo round di negoziati per l’attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015 (CITAZIONE: https://www.geopolitica.info/cop21/). Ad esso ha preso parte anche una delegazione della Santa Sede, Observer State dell’UNFCCC.

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La diplomazia petrina, guidata dal Segretario di Stato Pietro Parolin, ha sì riconosciuto agli Stati membri e alle varie cancellerie mondiali il merito di aver pubblicato il Rulebook, ovvero il documento che disciplina i passaggi per arrivare ad una concreta attuazione dell’Accordo di Parigi. Ma, soprattutto, ha lamentato la mancanza di volontà nel «mettere da parte i propri interessi a breve termine, economici e politici, e a lavorare per il bene comune». Parole che, come detto, riecheggiano quanto già scritto dal pontefice ormai sei anni fa nella sua enciclica. I leader, siano essi politici o economici, sono più concentrati nel «mascherare i problemi o nascondere i sintomi». Un atteggiamento, questo, che denota mancanza di responsabilità.

Ed è proprio questo, secondo Francesco, ciò che sta alla base del “problema mondo”. Una sincera responsabilità, collettiva ed individuale, verso quella che il papa definisce “casa comune”.  Nella Laudato Si’, il pontefice prende in considerazione i principali temi dell’ecologismo: il cambiamento climatico, la scarsità di acqua in alcune regioni del pianeta, l’inquinamento, la perdita di biodiversità e il deterioramento della qualità della vita umana. Questioni che solo apparentemente, per Francesco, non incidono sull’equilibrio politico-economico internazionale. Perché per il pontefice non vi è una crisi ambientale separata da una prettamente umana, bensì una crisi socio-ambientale.

Innanzitutto, è il sistema economico e finanziario a finire sotto la lente d’ingrandimento del pontefice. Ad oggi, Francesco vede in esso un promotore di quella cultura dello scarto che pone ai margini della società le fasce più deboli della popolazione umana: poveri, disoccupati, immigrati. È questa una faccia della crisi socio-ambientale, poiché nei numerosi summit mondiali organizzati in seno all’UNFCCC spesso ha prevalso la logica economica a quella umana: ad un’analisi di tipo sociale è stato preferito un calcolo di costi e benefici che, giocoforza, ha portato (e sta portando) a un lentissimo adeguamento agli standard di Parigi.

Quindi, è proprio il processo decisionale di questi vertici che viene indagato dal pontefice. All’interno dell’enciclica, Francesco insiste sullo sviluppo di un decision-making process rivolto ad un autentico “sviluppo integrale”. Procedure trasparenti per arrivare ad una governance mondiale di un fenomeno globale e transnazionale come quello del cambiamento climatico. Parole che vengono riprese anche dalla diplomazia vaticana nel documento conclusivo al COP24, quando viene invocata la creazione di “meccanismi più stringenti per ridurre le emissioni” e “promuovendo l’educazione alla sostenibilità, la consapevolezza comune e i cambiamenti nello stile di vita”.

In questo senso, la Santa Sede può giocare un ruolo fondamentale a livello internazionale. Da sempre attore dalla forte capacità di moral suasion e dotata di efficaci strumenti di soft power, la diplomazia papale può, da qualche mese, tornare a confrontarsi direttamente con uno dei principali produttori di emissioni nocive: la Cina. L’accordo siglato con Pechino sulle procedure di nomina dei vescovi – che ha aperto le porte anche al mutuo riconoscimento tra il Vaticano e il Celeste Impero – ha gettato le basi per un dialogo credibile tra le parti. Francesco, dunque, potrebbe spingere Xi Jinping a rivedere la politica energetica del proprio Paese, primo tra quelli che continuano ad impiegare massicciamente le risorse di carbone.

Margini di manovra che, dall’altra parte del Pacifico, Francesco difficilmente troverà. Gli Stati Uniti del presidente Donald Trump, secondi nella speciale classifica delle emissioni di CO2 a livello mondiale, da tempo sono in rotta di collisione con la Santa Sede. La questione dei migranti, la diffusione delle sette evangelico-pentecostali in America latina e la vicinanza di Francesco proprio alla Cina e, non ultima, alla Russia – grazie all’incontro a L’Avana con il patriarca Kirill – hanno scavato un solco nelle relazioni tra Vaticano e Washington. Solco che, sul tema della protezione dell’ambiente, sembra essere profondissimo.