COP21: cambiamento climatico e povertà, una dicotomia inscindibile

Nei giorni scorsi si è tenuta a Parigi la XXI Conferenza delle Parti (COP 21) organizzata dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), un trattato sull’ambiente redatto dalla Conferenza su Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED). L’obiettivo principale della Conferenza di Parigi sarà quello di concludere, per la prima volta in oltre 20 anni di mediazione, un accordo vincolante sul clima, accettato da tutte le nazioni. In gioco non ci sono soltanto le questioni legate all’ambiente ma anche, e soprattutto, quelle legate alla povertà ed alla diseguaglianza di reddito.

COP21: cambiamento climatico e povertà, una dicotomia inscindibile - Geopolitica.info (cr: REUTERS/Stephane Mahe)

Distrubuzione di reddito e cambiamento climatico sono intimamente correlati. Tale questione è stata per lungo tempo elusa o non sufficientemente approfondita dai mezzi di comunicazione e dai decisori politici (con questa formula intendo tutte le persone che hanno avuto, ed hanno, una posizione di responsabilità politica a livello locale, nazionale ed internazionale). Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati segnali molto importanti nella direzione opposta: gli accademici hanno iniziato a studiare in maniera approfondita il legame esistente tra le due variabili, documentando le connessioni tra il livello di reddito (e il modello di consumo) con le emissioni di gas a effetto serra. Il cambiamento climatico non è soltanto un’effetto della povertà e della diseguaglianza di reddito, ne è esso stesso la causa. L’accordo che uscirà dalla Conferenza di Parigi sarà del tutto inefficiace se non affronterà anche la questione della povertà.

Nel loro ultimo rapporto, ‘Carbon and Inequality: from Kyoto to Paris’ Lucas Chancel e Thomas Piketty comparano gli andamenti delle emissioni di gas a effetto serra con quelli della distribuzione di reddito, dal 1998 al 2013. Tali comparazioni vengono fatte tra Paesi avanzati e in via di Sviluppo, ed all’interno di essi tra differenti classi di reddito. Il dato che più di tutti rileva è quello riguardante la concentrazione delle emissioni di gas serra: il 10% della popolazione più ricca emette il 45% circa delle emissioni globali, mentre il 50% della popolazione mondiale più povera (circa 3,5 miliardi di persone) sono responsabili soltanto del 13%. È del tutto evidente come il livello di emissioni è legato al modello di consumo individuale dei Paesi più avanzati e di quello che si sta affermando tra le classi agiate dei Paesi in via di Sviluppo.

Ma il modello di consumo spiega soltanto una parte, seppur preponderante, del fenomeno. L’altra, è quella delle influenze che i settori energetico e dei trasporti hanno nel processo decisionale dei Paesi sviluppati che impedisce l’adozione delle misure necessarie al contenimento dei gas serra. Nell’ultimo rapporto di Oxfam ‘Disuguaglianza Climatica’ viene riportato un dato importante sulle ricchezze degli uomini impegnati nel settore delle fonti fossili: il numero di miliardari legati a tale settore è passato dai 54 del 2010 agli 88 del 2015, mentre l’ammontare delle loro ricchezze individuali è aumentato di circa il 50% da poco meno di 200 miliardi di dollari a più di 300.

Nel loro studio, Chancel e Piketty propongono una serie di strategie da adottare per far fronte al fenomeno delle emissioni di gas serra. L’idea di base è quella di rafforzare ed incrementare i fondi per il Cambiamento Climatico, in larga parte finanziati dai Paesi più sviluppati (l’Europa contribuisce con il 62%), attraverso una tassa globale progressiva sull’inquinamento (analoga alla tassa globale sulle transazioni finanziarie) a cui dovranno impegnarsi tutti i Paesi. Chancel e Piketty calcolano che i dollari richiesti annualmente per l’adattamento climatico siano 150 miliardi. Il principio di base è quello di incentivare i singoli individui a consumare di meno attraverso una tassa che li colpisca direttamente.

Su tali basi, gli autori articolano tre strategie che si differenziano in base alle contribuzioni in capo ai vari Paesi ‘inquinanti’. La prima strategia prevede che al superamento della soglia delle 6.2 tCO2 per anno si inizi a pagare una tassa progressiva in base al reddito: il Nord-america contribuirà per il 36% del totale, l’Unione Europea per il 21%, la Cina per il 15% e il resto per il 20%. La seconda strategia prevede l’impegno soltanto dei Paesi che rappresentano il 10% degli ‘inquinanti’ (tutti gli individui che emettono più di 2.3 volte la media mondiale delle emissioni): il Nord-america contribuirà per il 46% sul totale, l’Unione Europea per il 16%, la Cina per il 12%. La terza strategia prevede l’impegno soltanto dei Paesi che rappresentano l’1% degli ‘inquinanti’ (tutti gli individui che emettono più di 9.1 volte la media mondiale delle emissioni): il Nord-america contribuirà per il 57% sul totale, l’Unione Europea per il 15%, la Cina per il 6%.

Quale che sia l’accordo che verrà raggiunto a Parigi, sarà fondamentale l’impegno di tutti i Membri della Comunità Internazionale e la responsabilizzazione crescente dei singoli cittadini, tenendo presente che la questione dell’inquinamento potrà essere risolta soltanto se si presterà particolare attenzione al problema della povertà. Gli strumenti che gli Stati hanno a disposizione sono numerosi. Il grado di impegno che impiegheranno nell’utilizzo di tali strumenti determinerà il successo o meno della Conferenza.