Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro”

La “diplomazia del dollaro”, denominazione utilizzata nel dopoguerra e negli anni della decolonizzazione dai critici degli Stati Uniti per indicare l’azione volta a portare nel campo occidentale i Paesi di nuova indipendenza, è viva e vegeta grazie al protagonismo spregiudicato della Cina comunista. Appena pochi giorni fa, il 1° maggio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Dominicana, Miguel Vargas Maldonado, e quello cinese, Wang Yi, hanno firmato un comunicato che sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Lo Stato caraibico ha così chiuso 77 anni di relazioni diplomatiche con Taiwan “convinto” dalla promessa cinese di 3,1 miliardi di dollari da investire in progetti infrastrutturali e in una nuova centrale termoelettrica.

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La tattica cinese per conquistare nuovi Paesi è ormai vecchia e sperimentata: solo per restare negli anni più recenti, dal 2016 Pechino ha indotto quattro Paesi – Gambia e São Tomé e Principe in Africa; Panama e ora la Repubblica Dominicana in America Latina – a voltare le spalle a Taiwan. Come notato anche dall’Istituto per gli Affari Internazionali, con poche ma efficaci parole, la scelta dei Paesi che decidono di cambiare campo è evidente: “Inseguire le offerte economiche elargite da Pechino”. Il Governo di Santo Domingo potrà ora dormire sonni tranquilli in attesa dell’afflusso dei capitali cinesi per queste imponenti opere? Oggettivamente non c’è da esserne sicuri. Ciò che dovrebbe preoccupare la Repubblica Dominicana è che, in un passato anche recente, le promesse della Cina agli ex alleati diplomatici di Taiwan spesso non si sono trasformate in realtà rimanendo, purtroppo per loro, nel libro dei sogni.

Come è risaputo, infatti, la Cina non ha mai investito in Costa Rica la cifra di 1,4 miliardi di dollari promessi per costruire una raffineria e nuove autostrade. Peccato che siano trascorsi “appena” 11 anni da quando, nel 2007, la Costa Rica ruppe con Taiwan. Più recentemente, per stabilire nuove relazioni diplomatiche con São Tomé e Principe, Pechino ha detto che avrebbe inviato 140 milioni di dollari in aiuti, anche questi mai visti, e costruito importanti infrastrutture sulla base di un piano anch’esso rimasto sulla carta. Secondo il Ministero degli Esteri di Taipei “Le nazioni devono fare attenzione al pericolo di cadere nella trappola dei debiti nel momento in cui si impegnano con la Cina”. Commentando questi eventi, l’ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson, ha dichiarato che, nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, Pechino “Incoraggia la dipendenza facendo ricorso a contratti opachi, pratiche di prestito predatorie e accordi basati sulla corruzione che indeboliscono le nazioni e ne limitano la sovranità, negando loro la possibilità di una crescita a lungo termine e autosufficiente“.

Nel caso della Repubblica Dominicana, questi precedenti negativi dovrebbero inquietare pensando a come si è sviluppato, durante gli anni, il sostegno di Taiwan allo sviluppo di quel Paese sulla base di una cooperazione seria, fruttuosa e rispettosa della dignità dominicana, che ha contribuito  alla realizzazione di molti progetti di successo: l’enorme incremento della produzione di riso, che ha reso Santo Domingo un importante esportatore in tutto il mondo; la nascita del “distretto tecnologico” e del Cyber Park; il sostegno al turismo anche tramite l’expertise taiwanese per la prevenzione del crimine, un malanno endemico di molte realtà caraibiche; la costruzione di un moderno centro per la cura di bambini orfani e ammalati. Tutti progetti che hanno visto la partecipazione attiva di importanti settori della popolazione e che ora, con la cessazione delle relazioni con Taiwan, avranno un destino incerto e, probabilmente, infausto come insegnano i pessimi precedenti già avvenuti negli altri citati Paesi. Da Taipei guardano con amarezza a questi eventi e con preoccupazione all’uso prepotente – non solo nella progressione temporale ma anche nelle modalità senza scrupoli – della “diplomazia del dollaro” utilizzata dal regime di Pechino per irretire Nazioni che, nell’ottica imperiale cinese, non contano nulla, politicamente ed economicamente, se non per il fatto di essere ancora amiche di Taiwan e dunque destinatarie di una attenzione e di un desiderio frenetici destinati a svanire subito dopo l’effettuata conquista.

Da parte sua Taiwan, forte delle proprie ragioni, prosegue nella sua azione di sostegno a quei Paesi in via di sviluppo che, resistendo alle profferte di Pechino, decidono di proseguire sulla strada della cooperazione con Taipei. Un’azione che ha il proprio centro operativo nevralgico nel Fondo Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (ICDF), dedicato a promuovere il progresso sociale degli Stati partner, valorizzandone le risorse umane, incrementando il tessuto economico su base paritaria e offrendo immediata assistenza in caso di calamità naturali, aiuti effettivi per la ricostruzione post-calamità e assistenza, ove necessaria, nella gestione dei flussi migratori.

L’opera del Fondo si basa su prestiti e investimenti diretti e indiretti, cooperazione tecnica bilaterale e multilaterale, articolata in programmi di carattere umanitario, sociale ed economico nei campi della salute, dell’istruzione e formazione, delle nuove tecniche di coltivazioni agricole, di micro-impresa, della tutela ambientale, e delle più avanzate tecnologie informatiche. Ogni nuovo progetto del Fondo viene gestito con procedure rigorose e in collaborazione con partner locali, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno di essi. Il “catalogo” delle attività in corso da parte di Taiwan tramite l’ICDF è molto vasto. Per restare a quanto fatto nel solo ultimo mese citiamo lo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione in Nicaragua; l’avvio del progetto triennale per la cura e la prevenzione del diabete a Saint Vincent e Grenadine; la prosecuzione del programma pluriennale per il sostegno alle popolazioni del Nepal colpite dal terremoto del 2015; il restauro di parte del patrimonio urbanistico del Belize; il supporto monetario e tecnico per la costruzione di innovativi impianti fotovoltaici in aree remote del Myanmar.

Un capitolo fondamentale di queste attività riguarda la proficua cooperazione di Taiwan con gli organismi internazionali multilaterali – come la Banca Asiatica per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Interamericana per lo Sviluppo, il Sistema di Integrazione Centro-Americano  – e con le organizzazioni non governative. È recente, ad esempio, l’aggiornamento pubblicato dal Fondo del progetto finalizzato al “Miglioramento della gestione dei rifiuti solidi per le comunità ospitanti e per i rifugiati siriani nella città di Azraq (Giordania)”, portato avanti con “Action Against Hunger”. All’inizio dell’anno erano state già completate la stesura del memorandum con il Comune di Azraq e la cooperativa scelta per collaborare a questo progetto; lo studio di fattibilità per valutare la situazione attuale della gestione dei rifiuti solidi e il potenziale di un impianto di compostaggio; il coordinamento con i partner tecnici quali imprese locali, consulenti e organizzazioni senza scopo di lucro; la campagna di sensibilizzazione sul compostaggio per il personale governativo.

Quanto descritto induce a svolgere una riflessione conclusiva. La cooperazione allo sviluppo è legittimamente, per tutti gli Stati, un importante strumento di politica estera attraverso il quale rafforzare le relazioni bilaterali e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di Paesi e popoli che ancora soffrono condizioni di arretratezza sociale ed economica. In questo contesto spicca il ruolo positivo di Taiwan e, per contrasto, si evidenzia l’assurdità della politica cinese che, per odio al Governo democraticamente eletto dalla popolazione taiwanese nel 2016, ne impone l’emarginazione dai più rilevanti fori internazionali in spregio – come avviene nel caso dell’Assemblea Mondiale della Sanità – delle loro stesse norme fondative statutarie che, per quanto riguarda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, recitano solennemente: “Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale”.