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Prospettive e limiti della cooperazione euro-atlantica in relazione al dossier Cina

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Il recente annuncio in merito all’invio della portaerei italiana Cavour nel mar Cinese meridionale tra fine del 2023 e l’inizio del 2024 si inserisce nel quadro di una più ampia cooperazione tra Washington e le cancellerie dei suoi alleati europei. Come già accaduto nell’ultimo biennio con le navi da guerra di Gran Bretagna, Germania e Francia, inviate nella regione indopacifica per partecipare a esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti e i loro alleati locali, anche l’ammiraglia italiana giungerà fino al Giappone insieme al suo naviglio di scorta. Tuttavia, la sfida geostrategica tra Washington e Pechino non passa solo attraverso la competizione militare, poiché gli Stati Uniti intendono mettere a punto un sistema di contenimento a tutto tondo nei confronti del revisionismo cinese, percepito come minaccia decisiva per l’egemonia statunitense. In tale contesto geostrategico, è sempre più incerto il ruolo futuro dell’Europa, sospesa tra fedeltà atlantista e aspirazioni di autonomia strategica da Washington, impossibili da concretizzare nel caso in cui al disaccoppiamento dalle poco dispendiose forniture energetiche russe si dovesse aggiungere anche quello dal ben più ampio e redditizio mercato cinese.

Mentre la Cina rafforza il suo complesso militare e industriale con l’obiettivo di creare una forza di combattimento in grado di operare a livello globale entro il 2050, gli Stati Uniti e i loro alleati europei stanno mettendo a punto un sistema di contenimento multisettoriale incentrato sull’impedire che Pechino ottenga il know how e le tecnologie adatte a raggiungere i propri scopi. Oltre alla cooperazione militare con nazioni asiatiche quali il Giappone, le Filippine e gli altri Stati dell’area che hanno delle dispute territoriali in corso con Pechino, la strategia statunitense si articola anche nel coinvolgimento dei maggiori alleati europei nel mantenere la libertà di navigazione nelle aree marine contese tra la Cina e gli Stati costieri adiacenti. È nell’ottica di mantenere la stabilità in un’area economicamente importante per i Paesi europei che il governo italiano si appresta quindi a inviare la portaerei Cavour e il relativo naviglio di scorta nel mar Cinese meridionale, così come già avvenuto negli ultimi due anni con le squadre navali inviate da Gran Bretagna, Germania e Francia per partecipare ad esercitazioni congiunte con gli alleati degli Stati Uniti in loco.

La sfida geostrategica tra Washington e Pechino non passa tuttavia solo attraverso la competizione militare e il soft power esercitato dall’una o dall’altra sui governi delle nazioni indopacifiche, ma coinvolge un ampio spettro di settori come la produzione di materie prime essenziali per le nuove tecnologie, una leva questa che consentirà al futuro detentore di determinare gli equilibri globali. Al fine di mantenere lo status quo, la difesa della libertà di navigazione nell’Indopacifico rappresenta tuttavia una parte essenziale nella strategia di contenimento della Cina messa a punto dalla Casa Bianca, e rientra altresì nell’interesse degli Stati europei. Questi ultimi hanno infatti trovato nella regione alcuni importanti sbocchi commerciali per i loro prodotti, senza contare che più della metà dei traffici commerciali globali passano attraverso le rotte che incrociano in quest’area geografica. In tale contesto, la decisione presa da Roma appare come una sorta di rischio calcolato che va a collocarsi nel solco di analoghe iniziative, poco più che simboliche, intraprese anche da altre cancellerie europee, desiderose di salvaguardare i propri commerci senza tuttavia dar segno di voler rinunciare all’ampio mercato cinese.

Di tono differente appaiono invece le recenti mosse dei Paesi Bassi, che hanno raggiunto insieme al Giappone e agli Stati Uniti un’intesa informale volta a limitare le esportazioni dirette verso la Cina di semiconduttori e del relativo materiale atto a produrli. Quest’iniziativa si pone nel solco della normativa statunitense, che subordina a una specifica licenza rilasciata dal Dipartimento del Commercio la possibilità di esportare al di fuori del territorio nazionale i chip usati nei moderni sistemi di intelligenza artificiale, visto il rischio che non vengano impiegati ad uso civile, bensì per realizzare dei moderni sistemi di armamento atti a rafforzare la capacità bellica della Cina. Il Dragone, dal canto suo, si è dichiarato pronto a rispondere all’intesa tra Washington, l’Aja e Tokyo per mezzo di divieti all’esportazione dei magneti in terre rare ad alte prestazioni, usati per la costruzione di veicoli elettrici, turbine eoliche e altre tecnologie essenziali ai fini della transizione energetica pianificata dall’Occidente. Dinanzi a tale scenario, oltre a stabilire intese con i Paesi direttamente minacciati dall’espansionismo cinese, gli Stati Uniti guardano dunque all’Europa per lanciare la sfida economica e tecnologica decisiva nei confronti di Pechino.

La postura assunta dai Paesi Bassi costituisce tuttavia un caso quasi isolato a livello europeo, poiché, a differenza di quanto accadrebbe per gli Stati Uniti, il disaccoppiamento dal mercato cinese rappresenterebbe alle condizioni attuali un costo insostenibile per gli Stati europei, che oltre la Muraglia trovano ancora uno dei maggiori sbocchi per le loro produzioni. Limitare o persino azzerare i rapporti economici con Pechino porterebbe infatti a conseguenze finanziarie difficilmente affrontabili per i Paesi Ue, le cui economie sono ancora in fase di ripresa dalla crisi energetica innescata dall’interruzione delle forniture russe e dal calo della produzione causato dalla precedente crisi pandemica. Di conseguenza, le posizioni assunte dai leader europei in merito alla “questione cinese” non potrebbero essere più discordanti tra loro, con il presidente francese che nel corso della sua recente visita a Pechino ha richiamato il concetto di autonomia strategica europea e il cancelliere tedesco che si è di fatto dissociato da queste esternazioni. La mancanza di unità di intenti tra le istituzioni del Vecchio Continente si è riflessa nel congelamento del Comprehensive Agreement on Investments (CAI) sugli investimenti tra Ue e Cina, siglato nel 2020 ma entrato quasi subito in una fase di stallo per via delle sanzioni europee nei confronti di personalità cinesi coinvolte nella repressione degli uiguri nello Xinjiang.Nel contesto internazionale attuale, le prospettive di autonomia strategica per i Paesi membri dell’Ue appaiono difficili da concretizzare, frenate anche dall’incapacità di esprimere una posizione univoca di fronte alla concorrenza sino–americana. Se Washington potrebbe dal canto suo gestire i contraccolpi del disaccoppiamento dalla Cina anche grazie a misure protezionistiche come l’Inflation Reduction Act, le industrie europee, già provate dai maggiori costi dell’energia seguiti all’interruzione delle forniture russe, perderebbero ulteriori quote di mercato. Nell’attuale contesto internazionale gli Stati europei non sono dunque nelle condizioni di aderire alle iniziative di contenimento dell’economia cinese, dal momento che la politica statunitense di accorciamento delle catene delvalore non tiene minimamente conto degli alleati europei. Inoltre, l’incapacità europea di esprimere una posizione univoca in merito a questioni decisive per i propri interessi come l’Inflation Reduction Act statunitense o il futuro dell’accordo sugli investimenti con la Cina (CAI) rischia di relegare gli Stati membri dell’Ue in una posizione marginale da cui faticheranno a riemergere.

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