Cooperazione ambientale dell’Ue, quali obiettivi?

Dopo la kermesse danese, conclusasi a detta dei più con un nulla di fatto, sono ancora in corso le trattative per il futuro del Protocollo di Kyoto. La strada appare in salita: dai principali player coinvolti non giungono segnali incoraggianti, ed alla sbandierata disponibilità al dialogo fa da contraltare la chiusura verso impegni vincolanti ed onerosi. Il Wall Street Journal ha già decretato la fine del “catastrofismo climatico”, considerandolo una moda ormai desueta, destinata ad essere sorpassata, nell’immaginario collettivo, da nuove calamità. La stessa parabola dell’ecobusiness ha un destino incerto, benché le amministrazioni del mondo intero la assumano quale direttrice della ripresa economica. Il New York Times constata che la Giornata della Terra, nata decenni or sono con chiari intenti anticapitalisti, è oggi un appuntamento sfruttato dalle multinazionali per mostrarsi ambientalmente responsabili. L’Unione europea persevera nei suoi sforzi tesi a garantirle la leadership nei settori strategici delle rinnovabili e dell’innovazione ecocompatibile, ma va registrato che la Cina, senza proclami, già detiene un primato produttivo che pochi si aspettavano.

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Anche la cooperazione allo sviluppo promossa da Bruxelles e dai Paesi membri fa leva sulla protezione ambientale: l’Europa primeggia tanto negli investimenti CDM quanto nelle risorse destinate alla cooperazione internazionale. La volontà di Bruxelles di assumere la leadership globale in fatto di politiche ambientali è ormai consolidata. Non ci si soffermerà, in questa sede, sulle motivazioni che hanno spinto le istituzioni dell’Unione europea a battersi con tale costanza ed audacia per la promozione dello sviluppo sostenibile. Basti rilevare che la tutela ambientale richiama oggi l’attenzione della pubblica opinione in varie zone del mondo, e che un’assunzione di responsabilità in questo ambito può restituire al Vecchio Continente parte del soft power perduto.
Nell’ambito di un settore di intervento tanto vasto come la conservazione ambientale, i cambiamenti climatici rappresentano una priorità indiscussa della politica europea: sono stati addirittura menzionati nel Trattato di Lisbona, sancendone la definitiva consacrazione a leitmotiv dell’agenda internazionale di Bruxelles. 
Le misure in fase di attuazione a livello interno sono note anche al grande pubblico, in particolare gli obiettivi 20+20+20 contenuti nel cd. pacchetto clima/energia proposto dal Consiglio europeo nel gennaio 2007, entrato definitivamente in vigore lo scorso giugno.

Ma le istituzioni sovranazionali europee non si sono limitate a stimolare un radicale cambiamento nei Paesi membri, prestando altrettanta attenzione alle forme cooperative con gli Stati extra-Ue. 
E’ acclarata la portata dell’impegno europeo in tema di cooperazione allo sviluppo: più precisamente, il 59% della quota mondiale di aiuti proviene dalla sponda orientale dell’Atlantico. Ciò significa che un cittadino europeo dona 93 euro l’anno a fronte dei 53 di un americano e dei 44 di un giapponese. Parte di questi fondi è direttamente indirizzato al contrasto al global warming, mentre un’altra porzione degli stessi, mirando al raggiungimento degli obiettivi del millennio, si situa comunque lungo la direttrice della sostenibilità. Si è posto il problema dell’addizionalità, ossia della necessità di prevedere risorse ulteriori per la lotta ai cambiamenti climatici rispetto a quelle già stanziate per le attività di cooperazione allo sviluppo nel loro complesso.

In una recente comunicazione intitolata “Maggiori investimenti internazionali per il clima: una proposta europea in vista di Copenaghen”, la Commissione ha esposto le più aggiornate previsioni in materia di flussi finanziari destinati ad adattamento e mitigazione. Oltre a sottolineare la necessità di un deciso impegno europeo in termini di donazioni, la comunicazione in esame pone l’accento sui metodi di reperimento del denaro necessario ad attuare le misure previste. I circa 100 miliardi di euro l’anno sino al 2020 ipotizzati dalla Commissione deriveranno per un 40% dai finanziamenti nazionali, pubblici e privati, nella stessa misura dai proventi dei mercati del carbonio, mentre il 20% rimanente dovrà provenire dalle casse degli organismi internazionali. Nella tabella allegata alla comunicazione sono stati evidenziati i settori di intervento prioritari: nel lungo termine (2020), sarà probabilmente l’adattamento a ricevere il maggior sostegno, seguito dalla mitigazione. Anche l’agricoltura riceverà una fetta cospicua degli stanziamenti, mentre minore sarà l’apporto dei contributi internazionali alla ricerca e diffusione di tecnologie, al rafforzamento delle capacità ed al settore energetico ed industriale.

Non sono ancora stati accertati i risultati conseguiti dalla cooperazione ambientale dell’Ue. Il rischio è che il settore si caratterizzi, alla pari dell’aiuto allo sviluppo in accezione più lata, per una difficoltà nel raggiungere gli obiettivi talvolta così palese da far dubitare del suo stesso potenziale. Il rischio è che le risorse accantonate per incentivare la tutela dell’ambiente siano assorbite nella fase progettuale o dal mantenimento delle strutture (governative e non), restando lacunose sul piano attuativo.

Così, la cooperazione ambientale dell’Unione europea ripropone alcune questioni centrali nel dibattito: le attività di aiuto allo sviluppo sono in grado di ottenere risultati concreti? E’ necessario rivedere i presupposti per la concessione dei fondi? La mitigazione del cambiamento climatico è una strada concreta da percorrere, o è meglio puntare sull’adattamento? Si può affermare che nel campo della protezione ambientale le possibilità di successo siano superiori, legando a filo doppio il territorio, gli aiuti e le azioni di tutela, nell’intento di creare le condizioni per lo sviluppo. Azioni contestualizzate, che parrebbero di corto respiro, assumono nel mondo interconnesso rilevanza sempre maggiore. Un’opera irrigua in una zona dell’Africa a rischio di desertificazione non impedirà un cambiamento climatico ormai in atto, ma favorirà l’agricoltura, scongiurando il pericolo di migrazioni e conflitti per le risorse. Contenere l’innalzamento della temperatura è un nobile obiettivo, irraggiungibile però singolarmente. In assenza di un accordo globale, l’adattamento è la via maestra da percorrere: all’interno dei confini europei come al di fuori degli stessi.