Conversioni, rapimenti, riscatti: i 4 italiani liberati nell’ultimo anno e le poche polemiche. Il confronto con il caso Romano

Negli ultimi 13 mesi sono diversi i casi di italiani liberati dal lavoro del nostro servizio di intelligence esterna: casi simili tra loro, ma con un clamore mediatico ben diverso.

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Sergio Zanotti

Il 5 aprile del 2019 è tornato in Italia Sergio Zanotti, atterrato nell’aeroporto militare di Ciampino alle ore 23, senza nessuna personalità politica ad attenderlo. Era stato rapito al confine tra Turchia e Siria nell’aprile del 2016, e finito in mano a una non meglio specificata milizia della galassia di al-Qaeda. Zanotti racconterà di essersi recato in Turchia con l’intenzione di compiere un affare di compravendita di monete, e di esser stato tradito da un tassista locale. 3 anni di prigionia, due video registrati con la richiesta di liberazione, e un racconto della prigionia sostanzialmente simile a quello di Silvia Romano. Tanti nascondigli cambiati per far perdere le tracce, buone condizioni di prigionia (“sono stato trattato tutto sommato bene”), e l’annuncio poche ore prime di essere liberato dagli stessi carcerieri: “tra poco ti liberiamo”. Una decisione presa, quindi, alla fine di una trattativa lunga, durata mesi. Anche in quel caso Conte twittò ringraziamenti all’AISE, ma non presenziò all’arrivo dell’aereo. 

Sergio Favalli

Liberazione lampo, quella avvenuta il 10 aprile del 2019, per l’imprenditore Sergio Favalli, rapito il 30 marzo mentre era in viaggio in Taxi da Abuja a Kaduna, in Nigeria. Tweet di elogio all’AISE da parte di Conte, l’ex ministro della difesa Trenta, e di Di Maio, ma ancora una volta nessun politico ad accoglierlo la sera del 10 aprile a Ciampino, solamente alcuni uomini della Farnesina. 

L’imprenditore, secondo le indagini, pare sia stato rapito da una banda criminale, a semplice scopo estorsivo: secondo alcuni organi di stampa, la richiesta del riscatto arrivata all’azienda per la quale lavorava, e grazie a uno stretto lavoro con diverse intelligence (quella nigeriana e non solo), si è arrivati in fretta alla liberazione. 

Alessandro Sandrini

Il 33enne bresciano è stato rapito nell’inverno del 2006 al confine tra Turchia e Siria, dopo essersi recato in vacanza ad Adana (180 km da Aleppo) il 3 ottobre del 2016. Racconta di esser stato drogato perché aveva perso la strada per l’hotel dove soggiornava, e si è risvegliato in mano ai suoi aguzzini. Come per gli altri rapiti, gli è stato fatto girare un video, vestito con la classica tuta arancione che tristemente siamo stati abituati a vedere nel corso degli anni, dove chiedeva al proprio paese di far di tutto per salvarlo, altrimenti sarebbe stato ucciso. Il video è stato pubblicato dal sito Site, che monitora le attività jihadiste nel mondo. Secondo le ricostruzioni, il giovane è stato in mano a una banda criminale nel nord della Siria, in un territorio in mano alla galassia dei combattenti contro l’esercito siriano, area a forte controllo di al-Qaeda e dove c’è una notevole influenza della Turchia. Secondo diversi report l’intermediazione dei turchi è stata decisiva per la liberazione, ma non solo: come riferito in un comunicato del ministero degli interni del Governo di salvezza nazionale, (braccio politico di Hayat Tahrir Sham, milizia qaedista nel nord della Siria), la liberazione dell’ostaggio è stata resa possibile proprio grazie al negoziato tra i miliziani della galassia qaidista, che rivendicano il merito della liberazione, e una “banda di criminali” della zona di Idlib. Alessandro Sandrini è stato protagonista, prima di essere rimpatriato, di una conferenza stampa tenuta dal gruppo “governo di Salvezza nazionale”, (milizia antigovernativa nella zona di Idlib). In questa conferenza stampa Sandrini ha ribadito alcune delle modalità operative che abbiamo sentito anche con il caso di Silvia Romano: ripetuti cambi di luoghi di prigionia, inquietudine allietata grazie alla possibilità fornita dai carcerieri di tenere un diario su cui appuntare i pensieri, e un trattamento tutto sommato positivo. 

Anche in questo caso un tweet di Conte ha annunciato la liberazione del giovane, con i consueti ringraziamenti all’AISE a corollario del tweet. Il giovane bresciano, una volta rientrato, sarà costretto ai domiciliari a causa di due precedenti, rapina e riciclaggio, avvenuti nel 2016. 

 Luca Tacchetta

L’ultimo liberato in ordine cronologico prima di Silvia Romano. Rapito nel dicembre 2018 insieme alla compagna in Burkina Faso, è stato prigioniero nel deserto maliano di un gruppo di sei uomini armati che si è autodefinito “affiliato ad al-Qaeda”. Come per gli altri racconti, e secondo quanto riportato anche da Silvia Romano, i due ragazzi sono stati trattati bene, tenuti in salute e forniti quotidianamente di cibo. Il gruppo che li ha rapiti “sembrava esperto”secondo le informazioni fornite dal ragazzo, in quanto erano uomini abili a far perdere le tracce spostandosi ogni due settimane su invisibili tracce nel deserto maliano. 

A differenza degli altri casi, la liberazione è avvenuta in maniera differente: approfittando del fatto che tutti i loro carcerieri si fossero allontanati, o addormentati, nello stesso momento, i due giovani sono fuggiti fino ad incontrare un camion che li ha portati in una base militare. Nonostante questo racconto, sono diverse le ipotesi che vedono una vera e propria trattativa condotta da Italia e Canada nel tentativo di pagare un riscatto: ipotesi che da Vancouver hanno perentoriamente negato. 

Cosa è cambiato?

Come visto, le dinamiche rispetto al rapimento di Silvia Romano, come ho cercato di specificare nell’articolo relativo al modus operandi dei rapimenti, sono sostanzialmente le stesse. 

Le differenze principali con i precedenti casi sono 5: 

primo, il contesto in cui ci troviamo. La vera eccezionalità è la condizione di estremo disagio nella quale si ritrova al momento la popolazione italiana, vessata da due mesi di lockdown, che ha acuito sicuramente sentimenti di disagio. Tali sentimenti sono stati intensificati anche dai capannelli di giornalisti nell’aeroporto e sotto casa della giovane cooperante, in un periodo in cui tali assembramenti sono vietati per legge. Inoltre la stessa quarantena ha portato ogni evento mediatico ad esser seguito con maggiore trasporto, come una forma di distrazione di massa che ci ha reso maggiormente protagonisti dei dibattiti sui social, facendoci interessare agli argomenti più disparati, dal virus ai rapimenti passando per i perimetri costituzionali messi in pericolo dall’uso dei DPCM.

Secondo, la differenza di copertura mediatica rispetto agli altri casi: basta fare una semplice ricerca negli archivi digitali dei giornali, per notare come sul caso di Silvia Romano ci sia stata una sovrapproduzione di contenuti. Molti più articoli, molte più riflessioni, molte più indiscrezioni fuoriuscite dagli interrogatori. E inoltre la copertura mediatica non si è fermata ai giornali, ma ha visto protagonisti anche i talk show televisivi, che hanno dato ampio risalto al dibattito giornalistico e politico sulla vicenda. 

Terzo, la postura del governo: mentre negli altri casi sopra citati, l’arrivo a Ciampino delle persone liberate è stato in sordina, per Silvia Romano indiscrezioni giornalistiche riportano di una vera e propria corsa per essere presenti. Sia il Premier Conte, sia il capo della Farnesina Di Maio, entrambi esponenti politici di primo livello nel nostro paese e dell’attuale esecutivo, erano presenti ad accogliere la giovane rientrata. Questo ha comportato il notevole afflusso di giornalisti, le varie dirette televisive, che hanno alimentato quel dibattito di cui ho parlato nel punto precedente. 

Quarto punto, estremamente collegato al terzo: la conversione all’Islam simbolicamente rappresentata dal jilbaab e ripresa in diretta da tutte le tv italiane. Non è certo il primo caso di conversione in prigionia: in numerosi casi di persone liberate dopo mesi si riscontra una conversione all’Islam, e anche alcuni dei casi riferiti in questo articolo mostravano alcuni segnali anche fisici di conversione, ma non è stato dato un tale risalto mediatico. In questo caso l’indiscrezione sulla nuova religione abbracciata da Silvia Romano era già filtrata nel corso degli scorsi mesi, accompagnata a voci di matrimoni forzati (voce smentita dagli inquirenti, ascrivibile a una strategia criminale con il fine di alzare la posta in gioco). 

Quinto, ed ultimo, la questione del riscatto: per la prima volta è stato dato per assodato il pagamento. A differenza dei casi dell’ultimo anno descritti nell’articolo, tutti i giornali hanno aperto il giorno dopo la liberazione della Romano con cifre e certezze sul pagamento del riscatto. Di solito specifiche trattative e modalità operative dell’intelligence, essendo per forza di cose (e per fortuna) secretate, non filtrano. E se lo fanno, lo fanno in maniera poco chiara, e vengono conseguentemente smentite. Questa volta si parte dall’assunto che il riscatto sia stato pagato: una variabile non di poco conto, che sommata ai punti precedentemente descritti, ha contribuito ad aumentare il clamore sulla vicenda.

Lorenzo Zacchi,
Geopolitica.info