Si inasprisce la contesa tra Usa e Cina, nel Pacifico e nel mondo

Le cronache geopolitiche, dal dopoguerra ad oggi, raccontano un gran numero di tentativi, più o meno reali, di destabilizzare la vita politica ed economica di determinati Paesi da parte di altri Stati. Di analoga e attuale situazione tratta la recente pubblicazione, il 24 agosto, di un rapporto della US-China Economic and Security Review Commission.

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Il rapporto, intitolato “China’s Overseas United Front Work: Background and Implications for the United States”, evidenzia come il Partito comunista cinese sia sempre più aggressivo nel condurre una guerra informativa contro Taiwan per sopprimere i movimenti indipendentisti, minare il governo e reclutare politici, sia locali sia di Paesi terzi, in grado di compiere azioni strumentali all’obiettivo di Pechino: “riunificare”, ovvero annettere, Taiwan con la Cina continentale. Una finalità che presuppone una aggressione militare dal momento che i 23 milioni di taiwanesi non ne vogliono sapere, ovviamente, di perdere le proprie libertà democratiche e il proprio Stato di Diritto, fondato sulla “Rule of Law” e sul rispetto di tutti i diritti umani, civili, politici, sociali e religiosi, per finire sudditi del regime comunista cinese. “Come per altre campagne – si legge nel rapporto – l’obiettivo è “creare disordini a Taiwan che il Partito comunista possa addurre a giustificazione dell’intervento militare”, aggiungendo che l’operazione include “sforzi di lobbying nei Paesi terzi per cambiare la narrativa internazionale sullo status di Taiwan”.

Questo approccio, afferma il rapporto della Commissione, ha coinvolto la sponsorizzazione del crimine organizzato per destabilizzare la società e la democrazia taiwanesi. Viene citato, come ha sottolineato il quotidiano “Taipei Times”, il Presidente del China’s Unity Promotion Party, Chang An-le, di cui si sospetta il coinvolgimento in un tentativo di attacco contro attivisti democratici di Hong Kong in visita a Taiwan. Si tratta, come evidente, di affermazioni molto gravi che accrescono la preoccupazione, sempre più accentuata, di governi di ogni Continente difronte allo spregiudicato espansionismo e neocolonialismo cinese. Ma l’autorevolezza della fonte è indiscutibile in quanto la US-China Economic and Security Review Commission è stata creata dal Congresso degli Stati Uniti nell’ottobre 2000 (durante la Presidenza Clinton) con il mandato di monitorare le implicazioni sulla sicurezza nazionale derivanti dal commercio bilaterale e dalle relazioni economiche con la Repubblica popolare cinese, investigando e presentando una relazione annuale, con l’obiettivo di  fornire analisi, elementi fattuali e raccomandazioni a livello legislativo e amministrativo. Che Taiwan, guidata da un Governo, democraticamente eletto nel 2016, meno “pro-Cina” rispetto al precedente, stia vivendo una fase di crescente pressione e continue minacce da parte cinese, è fatto noto da tempo. Ma altrettanto certa è l’importanza che ha, per la sicurezza dell’Isola, la saldezza delle relazioni con gli Stati Uniti: per Washington e per tutti gli altri paesi democratici dell’Estremo Oriente, la sovranità e indipendenza di Taiwan sono un fattore imprescindibile per mantenere libera l’intera regione dell’Asia-Pacifico, diversamente destinata alla egemonia cinocomunista.

In proposito, una dimostrazione di questa consapevolezza e determinazione viene anche dalla decisione, la scorsa settimana, del Dipartimento di Stato americano di richiamare in patria i propri Capi Missione diplomatici di stanza in tre Paesi del Centro America che, negli ultimi tempi, cedendo alle ipnotizzanti offerte e promesse pechinesi, hanno rotto le relazioni con Taiwan: El Salvador, Repubblica Dominicana e Panama. Il Dipartimento ha espresso preoccupazione segnalando, a proposito della decisione di El Salvador, che si tratta di una grave interferenza da parte cinese nella politica interna di un Paese parte dell’emisfero occidentale. È comprensibile come gli Stati Uniti non possano non reagire difrontre agli spadroneggianti cinesi che, dove arrivano – e nel caso del Centro America si tratta del “cortile di casa” – condizionano interi ceti politici, stringono al collo di quei fragili paesi il cappio mortale di prestiti poi impossibili da rimborsare, e impiantano infrastrutture che, ben presto, si rivelano ad uso militare. La lista è lunga, nel Pacifico, in Africa e ora anche in America Latina e Caraibi.

E’ tenendo a mente la saldezza delle relazioni tra Taiwan e Stati Uniti che va letto un interessante commento, pubblicato giorni orsono nella pagina degli editoriali di Bloomberg, di James Starvidis, in passato Ammiraglio della Marina degli Stati Uniti, oggi dirigente presso il Carlyle Group e consulente della McLarty Associates. Starvidis, dopo una visita a Taipei, ha elogiato “il coraggio, l’ingegno e lo spirito indipendente della Repubblica di Cina”. “Taiwan è una vibrante nazione di 23 milioni di persone con un PIL di oltre mezzo trilione di dollari, ormai vicina al gruppo delle venti maggiori economie del mondo”, con un forte afflato allo sviluppo tecnologico. Il punto centrale dell’analisi di Starvidis è che, sulla carta, parrebbe plausibile, dal punto di vista degli Stati Uniti, diminuire il livello del proprio sostegno a Taiwan come cinica contropartita per alcuni dei delicatissimi problemi in piedi con la Cina (contese commerciali, tensioni geopolitiche nel quadrante asiatico e cyber-security su tutti). Sarebbe una opzione all’insegna della cruda realpolitik. Ma sarebbe anche una scelta assai pericolosa, oltre che per Taiwan, per gli stessi Stati Uniti. “Taiwan – aggiunge Starvidis – è stata un leale sostenitore degli USA per decenni e continua a comportarsi concretamente come un alleato centrale nell’arena geopolitica molto turbolenta e vitale dell’Asia orientale”.

Un alleato, aggiungiamo, che ora può contare sulla presenza, alla guida della Commissione Difesa del Senato, del Sen. Jim Inhofe, eletto il 7 settembre a seguito della scomparsa di John McCain (ai cui solenni funerali, in Campidoglio e nella Cattedrale di Washington, la delegazione taiwanese era guidata dal Presidente del Parlamento). Pochi giorni prima, e facendo seguito ai colloqui dei mesi precedenti avuti con la Presidente taiwanese Tsai Ing-wen, Inhofe aveva indirizzato, insieme al collega Sen. John Cornyn, una lettera al Presidente Trump a sostegno della fornitura di jet F-35 a Taiwan per rafforzarne ulteriormente le capacità di deterrenza e difesa.