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La contesa per Taiwan per il controllo del Mar Cinese

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La contesa Pechino-Washington si deciderà probabilmente nel Pacifico, oceano oggetto della contesa tra i due colossi della politica internazionale. L’Isola di Formosa assume un’importanza significativa per il controllo dello spazio marittimo conteso, data la sua collocazione geografica riveste difatti un valore strategico a seconda di chi la controlla, permettendo a costui di avere un vantaggio geopolitico sull’altro.

Il Mar Cinese è controllato da Washington e dai suoi alleati del Pacifico, elevando a discrasia semantica l’appellativo attribuito a questa porzione di oceano. Per il controllo di tale aerea è condizione necessaria ma non sufficiente possedere Taiwan, definita per antonomasia portaerei inaffondabile. Posizionata al centro del Mar Cinese costituisce l’isola principale della così detta prima catena di isole o anche definita prima linea di contenimento americano sulla Cina continentale. La Repubblica Popolare Cinese intende inglobare Taiwan, portarla sotto il proprio controllo, renderla una provincia ed utilizzarla come vettore di proiezione sul Pacifico. 

L’attuale Repubblica di Cina non è costituita meramente dall’isola di Formosa, appellativo attribuitole dai portoghesi intorno al XVI secolo, ma estende il controllo anche su altre isole di dimensioni minori che arrivano a lambire le coste cinesi della regione del Fujian. 

Le isole Pescadores, situate quasi al centro dello stretto di Formosa, sono strategiche per il controllo stesso dello stretto; mentre le Quemoy sono le più vicine alle coste cinesi e sono state oggetto, nel 1958, della seconda crisi dello stretto, terminata solamente dopo il rinforzo della Settima Flotta Americana operato da Eisenhower per mezzo di ulteriori due portaerei. Il timore di un incidente con Washington nello stretto spinse Mosca a smorzare le pretese di Mao Zedong, scongiurando un’escalation internazionale. Già tra il 1950 e il 1953 Mao ebbe l’occasione di riappropriarsi di Taiwan durante la guerra di Corea, ma quando il contingente onusiano ricacciò indietro le truppe di Pyongyang, per Pechino divenne un imperativo strategico riallocare le risorse militari a nord per evitare che le truppe americane si stanziassero sul fiume Yalu, cioè al confine sino-coreano. Infine, attorno al 1995-96 Pechino tentò di influenzare le elezioni, intimorita dalla possibile vittoria di Lee Teng-Hui, attraverso il lancio di missili verso Taiwan, ma ancora una volta il dislocamento della flotta americana, operata dal Presidente Clinton, respinse e intimidì ogni tentativo di Pechino, che ancora una volta non riuscì nell’operazione di riavvicinare politicamente l’isola. Compresa l’incapacità di riannettere l’isola, Pechino decise di porre in essere una riforma del suo apparato militare confluendovi fondi per apportare le migliorie necessarie a renderlo più efficiente in quel quadrante geostrategico. L’incapacità di rispondere adeguatamente alle intimidazioni statunitensi cristallizzò nelle menti del Partito Comunista Cinese la necessità di pareggiare le capacità belliche americane, con l’obiettivo di riportare il controllo dell’area nelle mani di Pechino. Ne discende così il piano di lungo periodo nel quale viene fissato per il 2049 – centenario della rivoluzione comunista – il ritorno di Formosa alla madrepatria. La Repubblica Popolare ha tentato per anni di utilizzare la grande leva economica che dispone per avvicinare Taipei, ma una serie di eventi hanno posto sempre più l’isola su posizioni indipendentiste. Allo stato attuale la maggioranza della popolazione non si sente neanche più cinese, sebbene provenga dal ceppo han della Cina continentale, ma taiwanese tout court. L’isola ha posto dunque un’ulteriore diaframma identitario, oltre che politico, alla riunificazione con la Cina continentale. Tale fenomeno porrebbe per la Cina, qualora intendesse riprendere Taipei con la forza, non poche difficoltà nel gestire una collettività così restia al controllo pechinese. Difficoltà politiche che si aggiungerebbero a quelle dello Xinjiang, del Tibet e di Hong Kong.

The Economist

L’uso della forza inoltre, nonostante i grandi passi avanti operati dall’Esercito Popolare di Liberazione, sarebbe intrisa di notevoli problematiche anche militari. Le difficoltà proverrebbero in primo luogo dalle caratteristiche orografiche dell’isola di Formosa. Difatti solo il 10% dell’isola consentirebbe lo sbarco anfibio e per lo più la flotta della Repubblica Popolare dovrebbe resistere al fuoco di sbarramento in mare aperto. 

Taiwan concentra i suoi sforzi per prepararsi ad una guerra asimmetrica. Cosciente di non poter competere con la vasta quantità di uomini e di risorse belliche, il governo taiwanese concentra i suoi sforzi nel pianificare una strategia di difesa che elevi i costi politici per Pechino, dotandosi così di una deterrenza strategica. A tal fine Taiwan punta in misura crescente a dotarsi di sistemi missilistici anti-aerei, antinave e terra-terra. Tali sistemi difensivi permetterebbero loro di acquistarne in grandi quantità a costi relativamente più economici e sostenibili rispetto ad altri. Pensa addirittura a dotarsi di sistemi missilistici a medio-lungo raggio per colpire il suolo della Rpc sperando di rendere politicamente insostenibile una decisione poco ponderata di Pechino, che solo nell’ultimo anno ha attraversato più volte la zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan. In breve: non potendo competere simmetricamente con Pechino, Taiwan ha come obiettivo principale quello di inibire in qualsiasi modo un eventuale attacco. L’acquisto dei missili capaci di colpire la Cina continentale sembrerebbe privo di senso, poiché non recherebbe vantaggi diretti sul piano difensivo, ma la possibilità che una città del Fujian possa essere colpita inibisce Pechino che vedrebbe pregiudicata la sua capacità di difesa.

Infine, lo strumento di deterrenza su cui Taiwan ha sempre contato – anche durante la riconversione tattica americana del 1971, quando Nixon aprì a Pechino per usarla in funzione anti-sovietica – è il sostegno proveniente da Washington. Dal 1979 l’America poggia la sua politica verso l’isola taiwanese sulla così detta “ambiguità strategica”. Difatti in quell’anno dovettero rinunciare al trattato di mutuo soccorso stipulato con Taipei nel 1954. Due mesi dopo il riorientamento verso Pechino il Congresso statunitense emanò una nuova legge volutamente vaga: il Taiwan Relations Act. Secondo la legge gli Stati Uniti non sarebbero obbligati ad intervenire in caso di attacco a Taiwan, ma dovrebbero solo fornirle quanto necessario per la difesa. Saranno poi le amministrazioni a giudicare e interpretare in che modo sostenere l’indipendenza dell’isola. Questa indeterminatezza rende la postura americana molto più flessibile, ma potrebbe far pervenire le due potenze del Pacifico a incomprensioni indesiderate. 

Dunque, in virtù dell’impegno assunto dal Congresso americano, Washington sostiene l’apparato bellico taiwanese vendendole i sistemi difensivi di cui necessita. Qualora Taiwan riuscisse a difendersi autonomamente eviterebbe il possibile intervento statunitense. Tale scenario è tuttavia ritenuto da molti analisti quasi improbabile, per questo l’obiettivo principale rimane quello di rallentare l’avanzata di Pechino permettendo agli alleati dell’isola – compreso il Giappone – di intervenire al suo fianco. 

Per il Presidente Xi Jinping la rinascita cinese sarà completata con la presa dell’isola. Al di là delle considerazioni propagandistiche del caso, lo Stretto di Taiwan resta un obiettivo strategico per la Cina. Da qui passa parte l’import-export marittimo cinese, considerando che molti dei porti più importanti si trovano a nord del suddetto stretto e quindi a rischio strangolamento americano. Controllare Taiwan significherebbe per il Partito Comunista Cinese allontanare Washington dalle coste cinesi, proteggere uno degli stretti dai quali dipende il commercio pechinese, usare l’isola come vettore di proiezione sul Pacifico. Su tale quadrante geografico dipende sostanzialmente l’economia e la stabilità interna della Cina.

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