Consiglio di Cooperazione del Golfo: il sogno (infranto) di Riyadh

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo fu fondato nel 1981, su impulso dell’Arabia Saudita, per controbilanciare la crescente influenza della neonata Repubblica Islamica dell’Iran e rafforzare la coordinazione economica, politica e sociale tra i sei paesi che si affacciano sul Golfo arabo-persico. Nel corso dei suoi 40 anni di attività, l’organizzazione è stata in grado di realizzare molteplici iniziative congiunte di carattere sociale ed economico, mentre una reale integrazione politica è stata ostacolata dalle profonde diversità emerse nell’ultimo decennio. Le piccole petro-monarchie infatti stanno mostrando la determinazione e la capacità di condurre una politica estera sempre più autonoma e indipendente da Riyadh.

Consiglio di Cooperazione del Golfo: il sogno (infranto) di Riyadh - Geopolitica.info

Nascita ed evoluzione dell’organizzazione

Il Consiglio di Cooperazione degli Stati arabi del Golfo, meglio conosciuto come Consiglio di Cooperazione del Golfo, è un’organizzazione a carattere regionale che riunisce Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Kuwait sulla base di valori, interessi economici e sistemi politici simili. L’organizzazione nacque all’indomani della rivoluzione iraniana che sancì il rovesciamento del regime dello Shah e la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, percepita, sin dalla sua fondazione, come principale rivale regionale. Sebbene la cooperazione in materia di sicurezza non fosse menzionata nel Trattato istitutivo firmato il 25 maggio 1981, l’avanzare del conflitto tra i vicini Iran e Iraq indusse i Paesi a creare nel 1984 un corpo militare congiunto che, ad oggi, conta all’incirca 40mila soldati divisi in due brigate, il Peninsula Shield Force. Tuttavia, l’unico dispiegamento significativo delle truppe avvenne nel marzo del 2011 quando l’esercito fu chiamato a soffocare le rivolte popolari contro la casa regnante Al Khalifa. Il Peninsula Shield Force infatti non fu in grado di difendere da solo il Kuwait durante l’invasione irachena del 1990 e non fu neppure richiesto in occasione del coinvolgimento militare di alcuni membri in conflitti regionali, pensiamo al ruolo giocato dell’Arabia Saudita e degli EAU in Yemen. Nel 2012 il tentativo di rafforzare la cooperazione nel campo della difesa, fortemente appoggiato dai sauditi, fu osteggiato da Oman ed Emirati Arabi Uniti. Il settore in cui il GCC ha registrato il maggior numero di successi è quello economico-finanziario. Nel 2001 infatti i sei paesi del Golfo stipularono il GCC Economic Agreement, un accordo articolato in diversi punti, tra i più importanti: 1. l’unione doganale, 2. le relazioni economiche internazionali con altri Stati e altre organizzazioni regionali/economiche, 3. il mercato comune e 4. l’unione monetaria. Tra questi progetti, i primi due vennero implementati. L’unione doganale, annunciata il 1° gennaio 2003 e perfezionata nel 2015, consentì l’armonizzazione delle procedure doganali in tutti i paesi membri e l’istituzione di una tariffa doganale uniforme sui prodotti provenienti dall’estero. Anche gli scambi commerciali tra i membri del GCC e altri Paesi e organizzazioni registrarono un sostanzioso miglioramento,  uno degli esempi più significativi è il commercio tra GCC e Unione Europea che tra il 2006 e il 2016 vide un incremento del 53%. In riferimento agli altri progetti sopra citati, la creazione di un mercato comune fu proposta nel 2008 con la finalità di facilitare gli scambi intra-GCC ma non ha trovato ancora riscontro nella realtà, così come l’unificazione dei Paesi membri sotto una moneta unica. Quest’ultimo ambizioso obiettivo, stabilito inizialmente per il 2010 e ispiratosi al modello dell’Euro, fu contrastato ancora una volta da Oman ed Emirati Arabi Uniti, contrari all’istituzione di una banca centrale comune a Riyadh.

Le “primavere arabe” e la frattura con il Qatar

L’Arabia Saudita, la più vasta e potente tra le ricche monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha sempre ricoperto il ruolo di leader politico ed economico. A dare nuovo vigore alla sua rilevanza geopolitica contribuirono le cosiddette “primavere arabe” la cui eco raggiunse anche il Golfo. Sebbene l’Arabia Saudita non fosse testimone di manifestazioni popolari violente simili a quelle che sconvolsero gran parte dei Paesi mediorientali, essa intervenne nei vari teatri di crisi in veste di garante della stabilità regionale. Nell’obiettivo di mantenere lo status quo, Riyadh avviò una mediazione diplomatica in Yemen e scese in campo militarmente in Bahrein, dove convinse in Consiglio a dispiegare le truppe del Peninsula Shield Force. Sul versante nordafricano invece manifestò il suo sostegno nei confronti dei vecchi regimi e condannò l’emergere di partiti di ispirazione islamica. L’ascesa della Fratellanza Musulmana in Egitto, alleato di lunga data del Regno dei Sa’ud, fu avvertita infatti come un fattore destabilizzante per la regione. Di tutt’altro avviso fu il Qatar che, schierandosi con Muhammad Morsi, fu tra i principali sostenitori dei Fratelli Musulmani. Il sostegno finanziario destinato alla Fratellanza e la vasta copertura mediatica offerta dall’emittente qatariota Al Jazeera alle rivolte di piazza Tahrir convinsero l’Arabia Saudita, in accordo con Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, a designare formalmente la Fratellanza come organizzazione terroristica e a ritirare i propri diplomatici da Doha. Questa prima frattura all’interno del GCC divenne addirittura più profonda quando nel 2017 il “quartetto arabo”, composto Arabia Saudita, Bahrein, EAU ed Egitto, impose un embargo economico e diplomatico sul Qatar. L’emirato degli Al Thani venne accusato di finanziare il terrorismo e di intrattenere un rapporto troppo amichevole con la Turchia e lo storico rivale Iran (per saperne di più, ti consigliamo di leggere l’articolo a questo link). L’embargo tuttavia non ebbe l’esito atteso dai “blockade countries”: il Qatar infatti negli ultimi tre anni e mezzo ha continuato a perseguire una politica estera non allineata con il resto dei Paesi del Golfo ed ha addirittura incrementato il rapporto con Turchia e Iran. In questo quadro Oman e Kuwait hanno agito come mediatori per porre fine alla crisi.

Gli accordi di Abramo e il disequilibrio regionale

Un’ulteriore minaccia all’integrità dell’organizzazione è rappresentata dalla disgregazione del fronte congiunto contro quello che, fino a pochi anni fa, era considerato un nemico comune: Israele. La normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e gli Emirati Arabi Uniti seguiti dal Bahrein, di fatto, ha messo in luce discrepanze sempre più evidenti. Sebbene nelle scorse settimane l’amministrazione Trump abbia invitato ripetutamente Qatar e Arabia Saudita a prendere parte agli Accordi di Abramo- pensiamo alle visite del Segretario di Stato Pompeo e del Senior Advisor Kushner- essi sembrano, per motivazioni diverse, ancora lontani dall’intraprendere relazioni diplomatiche con Israele. Da una parte Doha ha sostenuto a gran voce la causa palestinese e ha denunciato, attraverso un’imponente campagna mediatica, gli accordi e la decisione degli EAU, dall’altra parte Riyadh ha assunto una posizione più ambigua a causa dei contrasti all’interno della stessa casa regnante. Se la vecchia guardia, rappresentata dal Re Salman e dal Ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al Saud, si dichiara disposta a riconoscere lo Stato di Israele solo nell’ambito di un accordo permanente che garantisca ai palestinesi uno Stato nei confini del ’67, la posizione del principe ereditario Muhammad Bin Salman è decisamente meno ostile. A dimostrarlo una dichiarazione rilasciata nel 2018 in cui affermò “condividiamo diversi interessi con Israele e se c’è pace ci saranno molti interessi tra Israele e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo” e un presunto incontro con il Premier Netanyahu tenutosi nella “città del futuro” di NEOM alla presenza del Segretario di Stato Pompeo.


Quale sarà il mondo dopo Trump?

Per scoprirlo, approfondisci i temi della geopolitica e delle relazioni internazionali, con la XV Winter School di Geopolitica.info


L’Arabia Saudita sembra aver perduto la capacità di imporsi su quelle che, dapprima satelliti chiamati a gravitare attorno agli interessi di Riyadh, sono diventate potenze in grado di perseguire i propri interessi nazionali e imporsi a livello internazionale.

Jessica Pulsone,
Geopolitica.info