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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoConsenso interno russo all’invasione dell’Ucraina

Consenso interno russo all’invasione dell’Ucraina

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Mentre ci si avvicina all’inizio del secondo mese dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, ci si chiede quale sia la situazione sociale e, soprattutto, quale sia il livello di supporto della popolazione russa rispetto a quella che viene chiamata “operazione militare speciale” dai vertici del Cremlino. Fare delle stime veritiere in situazioni come questa è chiaramente complesso e i risultati dei sondaggi sono da prendere indicativamente e non come un dato scientificamente comprovabile. Tuttavia, in situazioni di sbilanciamento come quella russa, dati anche solamente indicativi sono interessanti da prendere in considerazione. 

Cosa dicono i sondaggi sui cittadini russi?

La capacità dei sondaggi di opinione pubblica di riflettere accuratamente il sentimento in uno stato sempre più autoritario è limitata, soprattutto durante crisi estreme come la guerra. Nelle autocrazie, i cittadini hanno spesso paura di rispondere alle domande dei sondaggisti, per non parlare delle domande sulla politica. Possono decidere di mentire, dando le risposte più sicure e accettabili, oppure possono evitare del tutto di rispondere, soprattutto se ritengono che la loro opinione sia in contraddizione con il consenso pubblico. Infatti, uno dei parametri più efficaci per riconoscere un grado di libertà di espressione basso è valutare la percentuale di “non so, non rispondo” ai vari sondaggi: più alta è la percentuale, più alta è la possibilità che le risposte siano figlie di paure o pressioni da parte delle autorità (spesso indirette). Considerando che molte piattaforme mediatiche sono state bandite o costrette a smettere di coprire le “operazioni speciali” della Russia, è evidente che l’opinione pubblica russa non è targettizzata da pluralità di fonti e pareri costruttivamente discordanti. Una cosiddetta legge sulle fake news è stata firmata da Putin il 4 marzo scorso: essa criminalizza le posizioni che contraddicono quella ufficiale del Cremlino sulla guerra; la pena è una condanna a 15 anni di reclusione.

Alcune fonti parlano di un 65%-71% di cittadini a sostegno dell’invasione: un risultato molto alto che, se veritiero, metterebbe in dubbio la credenza occidentale che a supportare la guerra siano solamente i falchi del Cremlino, mentre la popolazione russa ne sarebbe contraria (CEPA, 11.03.2022). Purtroppo, dobbiamo segnalare che anche fonti diverse da quelle ufficiali russe confermano in qualche modo la tendenza: Alexey Levinson, direttore del dipartimento socioculturale del Levada Center, l’ultimo istituto demoscopico indipendente rimasto in Russia, che per questo è stato inserito dal governo nel 2016 nella lista degli “agenti stranieri” rileva i seguenti dati per il mese di marzo: l’83% dei russi sostiene Putin, il 53% sostiene decisamente la guerra in Ucraina, il 28% la sostiene “abbastanza”, per il 43% la guerra serve a “proteggere i civili russofoni delle repubbliche autonome”, per il 25% è una “guerra di difesa”, per il 21% è “un modo di combattere il nazionalismo” (Corriere della Sera, 04.04.2022). Nonostante non venga espressamente usata la parola “guerra” nei sondaggi, i risultati parlano chiaro. 

Discorso diverso vale per le autorità più vicine a Putin: è chiaramente molto difficile interpretare la loro posizione, ma al momento sembra prevalere un consenso molto forte per il Presidente. Non ci sono stati esodi e le dimissioni volontarie sono, ad ora, ridotte nel numero. Certo, ci sono notizie di dissenso isolato e insoddisfazione (sia verso Putin che da parte di Putin), ma il capitano sembra avere e mani ben ferme sul timone.

Il perché dei risultati osservati

Tuttavia, non ci si può esimere dal chiedersi il perché di questi dati: più nello specifico, fino a che punto la macchina propagandistica della Federazione russa è riuscita ad annebbiare la realtà dei fatti agli occhi dei cittadini russi? I giovani e le persone che non seguono i telegiornali sono meno inclini a sostenere le azioni del governo russo. L’istruzione e la posizione residenziale sono fattori che influiscono sul grado di supporto alle azioni governative: le persone più istruite che risiedono nelle grandi città esprimono un minore sostegno all’operazione militare. Mosca ha i tassi di sostegno più bassi. Interviste approfondite forniscono alcune informazioni aggiuntive per completare questo quadro. Dimostrano che la propaganda di stato è stata piuttosto efficace nel creare paura degli attacchi degli Stati Uniti e della NATO. Tuttavia, ci sono differenze importanti tra chi sostiene e chi si oppone all’operazione militare. Gli oppositori credono che le sanzioni distruggeranno l’economia russa. Hanno paura della guerra nucleare e non pensano che uccidere le persone possa mai essere giustificato. In generale, i russi contrari alla guerra provano un senso di shock, devastazione e depressione. I sostenitori, al contrario, credono che l’economia russa sarà in grado di far fronte alle sanzioni e che alla fine non avranno un enorme impatto sulla vita delle persone. Pensano che i pesanti accenni di Putin sull’uso delle armi nucleari siano stati semplicemente progettati per impedire il coinvolgimento della NATO e non si tradurranno in una guerra più ampia. Infine, tendono a minimizzare il numero di morti e perdite di materiale subite dall’esercito russo (CEPA, 11.03.2022).  

Si sta manifestando uno dei tratti più caratteristici della popolazione russa, già osservato durante i decenni di ristrettezze economiche durante il periodo dell’Unione Sovietica, ovvero un senso di rassegnazione e impotenza che tende a far accettare passivamente gli eventi poiché ritenuti non influenzabili dal singolo cittadino. Considerando questo aspetto, forse si potrebbe dare una lettura diversa ai risultati delle indagini sociali di cui sopra: l’entusiasmo per l’aggressione russa potrebbe essere sincero solo per una parte inferiore della popolazione rispetto a quanto fornito dai dati. In effetti, la risposta del “raduno intorno alla bandiera” è molto inferiore al 91% per l’annessione della Crimea da parte di Putin nel 2014. Nonostante le nuove leggi e più di 13.000 persone detenute durante le proteste contro la guerra, i russi continuano a partecipare a manifestazioni contro la guerra.

Sanzioni ed economia potrebbero influire sul sostegno popolare?

Cosa potrebbe far pendere l’ago della bilancia verso un malcontento più consistente? Probabilmente, un deteriorarsi ulteriore delle condizioni economiche di chi (pochi) appartiene alla classe media russa e un sensibile cambiamento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti – ricordiamo, al proposito, le proteste degli anni scorsi per l’assottigliamento delle quote pensionistiche con le quali una grandissima percentuale di popolazione sopravvive – significherebbe far nascere una maggiore consapevolezza rispetto alla reale salute economica della Federazione. I russi sono tradizionalmente un popolo che sopporta e gestisce il malcontento se guidati dalla promessa della realizzazione di un disegno più grande, ma trent’anni di economia di mercato saranno facilmente obliabili da chi non ha conosciuto il comunismo sovietico? E ancora più significativamente, chi è nato cittadino sovietico avrà più a cuore lo status di potenza della Federazione russa o il frutto di decenni di sforzi?

La Russia negli ultimi anni ha accumulato riserve e ridotto la sua esposizione al dollaro, ma la sua economia rimane fortemente dipendente dalle esportazioni di combustibili fossili, con l’Unione Europea di gran lunga il suo partner commerciale più importante. Nonostante gli sforzi della Russia per rafforzare la resilienza contro ulteriori sanzioni finanziarie, le misure senza precedenti attualmente in discussione avrebbero un impatto sostanziale sull’economia russa. 

Anche se ha abbandonato l’obiettivo del tasso di cambio nel 2014, la Banca centrale russa ha speso quasi un terzo delle sue riserve per sostenere il rublo e nel dicembre 2014 ha aumentato il tasso di interesse al 17%. Da allora, la Russia ha compiuto notevoli sforzi per ridurre la sua posizione sull’estero e la sua esposizione al dollaro. Parte di queste riserve fanno parte del fondo sovrano, che riceve entrate dalla vendita di idrocarburi e ha lo scopo di limitare gli effetti sull’economia russa degli shock del prezzo del petrolio (Bruegel, 11.02.2022)

Nonostante le pesanti sanzioni contro la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, l’Unione Europea continua a importare quasi 1 miliardo di dollari di energia al giorno dalla Russia. Eliminare completamente il gas e il petrolio russi (come stanno facendo il Regno Unito e gli Stati Uniti, ad esempio) è difficile per l’UE, perché rappresentano rispettivamente il 45% e il 25% delle sue importazioni. Al contrario, l’UE dovrebbe limitare direttamente le entrate russe di petrolio e gas introducendo una tariffa o fissando un tetto massimo alle importazioni, mantenendole invariate, per vedere un effetto economico significativo a discapito della Russia (Bruegel, 11.04.2022)

Gli analisti sono ancora indecisi sulla reale efficacia di questo tipo di sanzioni: ciò che è chiaro è che maggiore l’estensione dei pacchetti di sanzioni, maggiore sarà l’effetto potenzialmente distruttivo sull’economia russa. La domanda che ne consegue è la seguente: chi ne sarà affetto maggiormente? Gli oligarchi e i signori della guerra del Cremlino? I cittadini russi? I cittadini europei? 

In attesa di trovare risposta a queste domande, i governi occidentali hanno l’arduo compito di mantenere l’equilibrio tra fermezza politica, l’evitare rappresaglie russa di risposta, il supporto economico e militare all’Ucraina e l’attenzione agli interessi dei propri cittadini. Buona fortuna a loro e buona fortuna a noi!

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