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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLe conseguenze del Retrenchment in Medio Oriente: verso un’integrazione...

Le conseguenze del Retrenchment in Medio Oriente: verso un’integrazione istituzionalizzata tra gli alleati degli usa?

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A partire dalle Primavere arabe del 2011 gli usa hanno iniziato un processo di graduale disimpegno dal Medio Oriente, ponendo fine alla stagione interventista dell’amministrazione Bush, per concentrare il proprio impegno internazionale sulla competizione egemonica con la Repubblica popolare cinese. A tale dinamica gli alleati regionali di Washington hanno risposto intraprendendo la strada dell’integrazione istituzionalizzata fra di essi, accettando un quoziente di responsabilità maggiore nel mantenimento di un’architettura securitaria favorevole e non contraria agli interessi americani. Il frutto principale di tale percorso sono gli accordi di Abramo, negoziati dal Presidente Trump e sostenuti in linea di continuità, seppure in maniera meno entusiasta, dall’attuale amministrazione Biden. Quali implicazioni e scenari è possibile tracciare, da una prospettiva italiana ed europea?

Dalle Primavere arabe al ritiro dall’Afghanistan: il disimpegno degli USA dal Medio Oriente

«Ricordavo la conversazione avuta con Mohammed bin Zayed, il Principe ereditario di Abu Dhabi che governava de facto gli Emirati Arabi Uniti, subito dopo aver chiesto a Mubarak di dimettersi […]. mbz, come lo chiamavamo, non aveva usato mezzi termini nel descrivere come la notizia era percepita nella regione. Mi aveva detto che in tutto il Golfo le dichiarazioni americane sull’Egitto venivano considerate con attenzione e con crescente preoccupazione. Che cosa sarebbe successo se i manifestanti in Bahrein avessero chiesto a Re Hamad di abdicare? Gli Stati Uniti avrebbero rilasciato una dichiarazione analoga? […] “Vede, quel messaggio pubblico non riguarda Mubarak. Riguarda l’intera regione”, aveva replicato mbz. […] “Dimostra che gli Stati Uniti non sono un partner su cui poter contare a lungo termine”, aveva aggiunto». 

In tale passaggio, riportato dall’ex Presidente americano Obama nelle sue memorie, bene si può cogliere il senso di una fase storica, quella delle così dette Primavere arabe del 2011, che rappresenta ancora oggi lo spartiacque cronologico da cui è necessario partire per comprendere la relazione che intercorre tra gli usa e i propri alleati mediorientali. Come evidenziato dalle parole del Principe ereditario degli eau, Mohammed bin Zayed, la decisione di Obama di sostenere la caduta del regime egiziano di Mubarak venne percepita dalle altre capitali arabe, soprattutto nel Golfo, come il segno di una crescente inaffidabilità degli usa, pronti a rinnegare il sostegno ai propri alleati di lungo corso1. In realtà quella decisione era da intendersi in maniera parzialmente differente. Vista dall’esterno, si trattava di un più generale capovolgimento delle priorità americane nella propria agenda internazionale: da fulcro dell’impegno americano nel mondo, da quel momento in avanti il Medio Oriente sarebbe diventato sempre più un teatro marginale. Aderendo a tale prospettiva, è possibile interpretare il sostegno dell’amministrazione Obama alle Primavere arabe come il tentativo di porre fine alla stagione interventista inaugurata da Bush dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, attraverso una riconciliazione con l’Islam politico nelle sue ramificazioni nazionali2 e la conseguente adozione di una politica mediorientale minimalista, nota come leading from behind.3

Tale nuovo approccio era giustificato dalla necessità di dedicare la propria attenzione all’emergente competizione egemonica con la Repubblica popolare cinese. Come in ciascuna fase di aumento dell’instabilità dell’ordine internazionale, la potenza egemone, in questo caso americana, ha sentito l’esigenza di contrarre i propri obiettivi per dedicarsi al confronto con la potenza sfidante. Seppure declinata tatticamente in termini differenti, ad un livello strategico tale politica di retrenchment accomuna la politica di Obama a quella dei suoi due successori, Trump e Biden. Emblema di ciò è la decisione di porre fine alla campagna ventennale in Afghanistan4. Se l’amministrazione Trump ha negoziato e poi firmato l’accordo di Doha nel febbraio 2020, il Presidente Biden non ha esitato a dare esecuzione al piano di ritiro delle proprie forze da Kabul nell’agosto scorso.

Sintetizzando, da una prospettiva geopolitica nei teatri secondari come quello mediorientale da un decennio a questa parte gli usa si stanno limitando a perpetuare una egemonia di matrice aereo-marittima, appaltando agli attori regionali la creazione di un equilibrio di potenza autosufficiente, nella doppia logica del dominio aereo-marittimo e della frammentazione terrestre. Gli alleati mediorientali di Washington, da Israele ai Paesi del Golfo, hanno compreso tale nuovo corso e, investiti di una responsabilità maggiore nella gestione dell’architettura securitaria della regione, sembrano aver intrapreso un percorso di riempimento di tale vuoto attraverso un processo di integrazione istituzionalizzata fra di essi, invertendo la tendenza che aveva caratterizzato il Medio Oriente nei decenni passati. 

Integrazione istituzionalizzata: la risposta degli attori regionali alleati degli USA

In passato la regione mediorientale ha rappresentato un caso atipico rispetto alle caratteristiche assunte in ciascun quadrante regionale dall’ordine egemonico liberale a guida americana. Infatti, a differenza di regioni come l’Europa, l’Asia o l’America Latina, negli anni della Guerra fredda gli usa non sono riusciti a creare in Medio Oriente forme di integrazione istituzionalizzata tra i propri alleati regionali. A fianco alla costruzione di interdipendenza economica e culturale, l’elevato tasso di istituzionalizzazione è una caratteristica peculiare dell’ordine egemonico a guida americana, per cui viene definito di matrice liberale. Gli usa hanno inteso declinare in senso liberale la propria egemonia per due ragioni di fondo: in primo luogo per un’affinità con la tavola dei valori che connota la propria sfera domestica. In seconda battuta, per una ragione di sostenibilità economica. Costituzionalizzare la propria egemonia, appaltandone la gestione ad alleati e istituzioni internazionali, significa creare un modello di burden sharing utile a rallentare il corso del ciclo vitale di un ordine egemonico, per definizione destinato prima o poi a una fase declinante e a una sua fine.

La causa di tale resistenza all’integrazione istituzionalizzata in Medio Oriente può essere rintracciata nello stato di belligeranza o di diffidenza reciproca che contrapponeva Israele, il principale alleato americano nella regione a partire dal 1967, ai partner arabi di Washington5. Al contrario, in maniera del tutto controintuitiva, a partire dagli anni dell’amministrazione Obama l’assenza di un costante tutoraggio americano sta costringendo i suoi alleati ad approfondire le reciproche relazioni; non solo tramite canali di collaborazione tacita e segreta bensì attraverso forme di integrazione istituzionalizzata. Il risultato più evidente è rappresentato dal superamento del veto anti-israeliano e dalla conseguente cooptazione dello Stato ebraico all’interno di meccanismi di cooperazione regionale, arrivata a compimento negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump con la firma degli accordi di Abramo, nel settembre 2020. La principale ragion d’essere di tali accordi è da ricercare in una reazione al disimpegno americano dalla regione piuttosto che in una risposta a nemici comuni come l’Iran – con quest’ultimo fattore che rappresenta comunque una variabile rilevante.

Paradossalmente, quindi, è possibile osservare come alla dinamica del disimpegno americano dal Medio Oriente, i suoi alleati regionali stiano rispondendo attraverso una maggiore adesione ai caratteri tipici dell’ordine egemonico liberale a guida americana. Inoltre, tale integrazione istituzionalizzata non coinvolge solamente il piano politico-strategico ma è possibile apprezzarne dei risvolti rilevanti anche in dimensioni differenti, a partire dal piano geo-economico.

Gli Accordi di Abramo: da Trump a Biden nel segno della continuità

Il prodotto principale di questa crescente tendenza all’integrazione istituzionalizzata sono gli accordi di Abramo, coordinati diplomaticamente dall’amministrazione Trump e firmati nel settembre 2020 da Bahrein, eau e Israele, con la successiva adesione di Marocco e Sudan (White House, 2020a)6. Come si evince dalla presenza di Washington tra i firmatari della Abraham Accords declaration, tale processo di integrazione regionale si sta sviluppando nel segno e non in opposizione alla politica mediorientale di Washington. Entrando nel merito, tali intese si presentano come degli accordi di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e i Paesi arabi firmatari. Da un punto di vista degli strumenti impiegati non si tratta di un vero e proprio trattato multilaterale bensì di un sistema complesso formato da atti di varia natura. Alla base vi è la già richiamata Abraham Accords Declaration. Dopodiché ciascun Paese arabo ha firmato un trattato bilaterale con Israele, che per tale motivo può essere definito il centro del sistema. La peculiarità che differenzia tali accordi dai precedenti trattati di pace firmati da Israele con Egitto, nel 1979, e Giordania, nel 1994, è rappresentata dal tentativo di creare un’integrazione profonda tra le rispettive comunità nazionali e non solo una collaborazione tra governi. Prova ne sono i settori di cooperazione individuati nei trattati firmati da Israele rispettivamente con Bahrein, eau e Marocco: dal commercio alla cooperazione scientifica, dall’energia all’ambiente, dalla cultura al turismo.

Sebbene in alcuni tratti in maniera meno entusiastica, anche l’attuale amministrazione Biden ha ritenuto opportuno continuare a sostenere questa iniziativa di integrazione regionale, cogliendo la necessità di alleggerire il proprio impegno in Medio Oriente appaltando il mantenimento della stabilità regionale ai propri alleati e partner. Nel più importante documento strategico fino ad ora pubblicato, la Interim National Security Strategic Guidance, si afferma che «in Medio Oriente, manterremo il nostro ferreo impegno per la sicurezza di Israele, cercando nel contempo di favorire la sua integrazione con i suoi vicini, riprendendo il nostro ruolo di promotori di una praticabile soluzione a due Stati» (White House, 2021b). 

A differenza di Trump, Biden ha affidato tale dossier al Dipartimento di Stato, defilandosi dal ruolo di deus ex machina giocato dal Presidente repubblicano. In occasione dell’anniversario della firma degli accordi, il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha ospitato virtualmente un evento a cui hanno partecipato i rappresentanti politici o diplomatici di Bahrein, eau, Israele e Marocco. In quell’occasione Blinken ha voluto sottolineare come, nonostante le sfide poste dalla pandemia, in dodici mesi si è assistito alla «crescita dei legami People-to-People» tra i Paesi firmatari, alludendo a forme di integrazione tra rispettive comunità nazionali. Degno di nota è anche l’incontro a Washington tra Blinken e i ministri degli esteri di Israele ed eau, Yair Lapid e Sheikh Abdullah bin Zayed, del 14 ottobre scorso. Tra i Paesi arabi, Abu Dhabi ha dimostrato di essere il vero motore del framework di Abramo, di cui la direttrice Israele-Golfo si sta ergendo ad asse portante.

Un elemento di novità apportato dall’amministrazione Biden è invece il tentativo di legare l’integrazione regionale in Medio Oriente operata tramite gli accordi di Abramo all’interno di un disegno più vasto, quello di una interconnessione economica, infrastrutturale e tecnologica con il teatro indo-pacifico. A tale proposito è interessante menzionare il coinvolgimento dell’India in alcune iniziative di cooperazione con Israele ed eau, esterne al framework di Abramo. Nell’ottobre scorso, ad esempio, in occasione della visita del Ministro degli Esteri indiano in Israele, Blinken ha coreografato un incontro virtuale a cui hanno preso parte anche gli omologhi indiano, israeliano ed emiratino. Tra i settori di cooperazione in cui si sta tentando di coinvolgere Nuova Delhi ci sono: commercio, energia, sicurezza marittima e lotta al cambiamento climatico, in quello che sembra delinearsi come un nascente corridoio indo-abramitico. Tale evoluzione corre parallela con il progressivo superamento della politica di non allineamento che aveva guidato la politica estera indiana nei decenni passati – si pensi al suo coinvolgimento nel Quadrilateral Security Dialogue (quad).

Infine, spostando l’attenzione sulla dimensione militare, è utile menzionare la decisione del Dipartimento della Difesa americano di spostare Israele dall’area di responsabilità di eucom a quella di centcom, il comando combattente unificato responsabile per il quadrante mediorientale. Tale mossa ha dato il via libera alle prime esercitazioni congiunte tra usa, Bahrein, eau e Israele, come l’esercitazione di cinque giorni tra rispettive marine tenutasi a novembre nel Mar Rosso.

Conclusioni

Al netto di shock esogeni o endogeni impronosticabili, nel medio e lungo periodo è altamente probabile che la dinamica del disimpegno americano dal Medio Oriente possa rimane una variabile costante. Per far sì che non venga messo in discussione lo status di potenza egemone nella regione, gli usa continueranno a sostenere forme di integrazione istituzionalizzata tra i propri alleati, indipendentemente dal partito di appartenenza di ciascun Presidente.

È altrettanto probabile che l’integrazione regionale possa continuare a svilupparsi su due direttrici: approfondimento e allargamento. Per quanto riguarda la dinamica dell’approfondimento è altamente probabile che nel medio e lungo periodo si possa assistere a un aumento delle forme di integrazione di tipo economico-commerciale, infrastrutturale ed energetico. È meno probabile, ma non da escludere, che sul piano strategico si proceda alla costruzione di una vera e propria alleanza politico-militare che coinvolga Israele e gli alleati arabi di Washington, come una sorta di nato del Medio Oriente. A tale livello gli alleati regionali di Washington si limiteranno più probabilmente a costruire forme di cooperazione settoriali o su singoli dossier.

Nondimeno, sul piano dell’allargamento è mediamente presumibile che nel breve-medio periodo si possa assistere all’ingresso di nuovi Paesi all’interno degli accordi di Abramo. Per il suo peso negli equilibri regionali, l’attore che è necessario monitorare da vicino è l’Arabia Saudita. L’adesione di Riad agli accordi di Abramo è al momento ostacolata maggiormente da fattori di politica interna che non da variabili esterne.

Infine, allargando la prospettiva, è al momento scarsamente probabile, ma auspicabile, che il nascente corridoio indo-abramitico possa completarsi anche attraverso una direttrice europea. In tal senso, l’Italia dovrebbe ambire a giocare un ruolo d’apripista, al fine di rafforzare il proprio status di attore euro-mediterraneo, e recuperare credito nella competizione intra-europea che ha visto Roma uscire nettamente sconfitta dagli eventi che in tale quadrante si sono verificati a partire dal 2011. 

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