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TematicheCina e Indo-PacificoLe conseguenze dell’islamofobia in India sulla politica di Modi 

Le conseguenze dell’islamofobia in India sulla politica di Modi 

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Lo scorso giugno il governo indiano è stato al centro di una serie di proteste ufficiali da parte di 15 paesi, tra cui Emirati Arabi Uniti, Oman, Indonesia, Iraq, Giordania, Bahrain, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Iran. La causa scatenante sono alcune esternazioni da parte di due esponenti del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito del Primo Ministro indiano, Narendra Modi.

Gli esponenti del BJP al centro delle proteste internazionali sono Nupur Sharma e Naveen Jindal. La prima è una 37enne avvocato con master alla London School of Economics, dal 2020 portavoce nazionale del BJP, che nel corso di una trasmissione televisiva lo scorso maggio ha pronunciato delle frasi offensive nei confronti del Profeta Maometto. Il secondo, invece, era il responsabile media della sede di Delhi del partito e autore di alcuni tweet con cui ha rilanciato le dichiarazioni di Nupur Sharma. 

Di fronte alle critiche arrivate da diversi paesi musulmani, la risposta del BJP è stata quella di espellere Naveen Jindal e di sospendere Nupur Sharma, oltre a chiarire che le loro affermazioni non rappresentano le idee del partito. Il governo, dal canto suo, ha cercato di sminuire la gravità dell’accaduto sostenendo si tratta solo di frange estremiste. 

Non un episodio isolato

Il paese non è nuovo a scontri tra appartenenti a confessioni diverse. Neppure il fatto che al centro delle controversie ci siano esponenti del BJP, in realtà, è una novità.

L’episodio di violenza contro la comunità musulmana più importante e che ha visto, seppur solo indirettamente, coinvolto il leader Modi è quello del massacro di Gulbarg del febbraio 2002. In quel periodo Modi era Ministro Capo del Gujarat e venne fortemente criticato per non essere intervenuto tempestivamente per fermare la folla che stava assalendo il complesso residenziale di Gulbarg, così come altri luoghi della regione, in ritorsione per l’incendio ad un treno, con a bordo anche 60 pellegrini indù, per il quale furono accusati i musulmani. Nessuna indagine formale è stata condotta nei confronti di Modi in assenza di sufficienti prove, tuttavia, nel 2005 l’amministrazione Bush gli negò il visto di ingresso negli Stati Uniti. Nel 2012, invece, una sua ex ministra del governo del Gujarat, Maya Kodnani, venne ritenuta colpevole e condannata alla pena detentiva per il suo ruolo nelle violenze.

Più di recente, è finito sotto i riflettori della critica l’uso, ritenuto sproporzionato e illegale, dei bulldozer da parte del governo dell’Uttar Pradesh – guidato dal monaco e membro del BJP Yogi Adityanath – contro attivisti politici musulmani. Ufficialmente la ragione alla base dell’uso dei bulldozer è quella di abbattere edifici abusivi, i critici affermano che in realtà il motivo è quello di intimidire gli oppositori e attivisti di fede musulmana distruggendo le loro case e negozi. L’episodio più recente è avvenuto lo scorso mese quando i bulldozer hanno distrutto la casa dell’attivista Javed Mohammad, arrestato il giorno prima con l’accusa di essere uno degli organizzatori di proteste contro Nupur Sharma.  

Quali le conseguenze sulla politica estera?

Seppur non sia la prima volta che Modi o comunque il BJP finiscano al centro di polemiche internazionali per attacchi a danni di musulmani (si ricordino le tensioni con l’Indonesia nel 2020 a seguito dell’arresto di una serie attivisti del movimento musulmano Tablighi Jamaat per asserite violazioni delle norme anti covid), l’attuale incidente è particolarmente serio e significativo. Non solo, infatti, le proteste sono arrivate da ben 15 paesi, ma tra questi ci sono anche Stati con cui l’India, in particolare nell’ultimo decennio, ha coltivato ottime relazioni, ad esempio Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

In generale, l’India, in particolare nell’era Modi, ha sviluppato importanti relazioni economiche e commerciali con i paesi del Gulf Cooperation Council (GCC): 

  • circa 8.5 milioni di indiani lavorano nei paesi del GCC inviando in patria ogni anno circa 35 miliardi di dollari in rimesse;
  • il valore complessivo dell’interscambio tra India e paesi del GCC era di 87.36 miliardi di dollari nel periodo 2020-21, ma i volumi raggiungevano i 120.93 miliardi di dollari nel periodo 2019-20;
  • circa il 70% delle forniture di petrolio provengono dai paesi del Medio Oriente;
  • il 40% del gas naturale proviene dal Qatar;
  • Emirati Arabi Uniti e India hanno sottoscritto nel febbraio 2022 un accordo di libero scambio ed è oggetto di negoziato un accordo di libero scambio con il GCC nel suo complesso;
  • nell’ultimo decennio Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno effettuato diversi investimenti in progetti infrastrutturali in India.

Non è solo l’India ad essere interessata ad avere buoni rapporti con i paesi del Golfo, ma l’interesse è reciproco in quanto l’India fornisce manodopera e costituisce un importante mercato per l’export di idrocarburi e per gli investimenti. 

Se i paesi del Golfo, visti gli interessi economici in gioco, probabilmente non si spingeranno oltre a proteste formali (non è un caso che le proteste siano scaturite da frasi offensive contro Maometto e non dalle violenze contro la minoranza islamica), l’India dovrebbe, comunque, leggere il recente incidente come un segnale di avvertimento a non esacerbare troppo le tensioni a livello interno, pena il deterioramento delle relazioni con questi paesi. Il grande risalto mediatico della vicenda ha, infatti, già portato l’opinione pubblica nel Golfo a boicottare prodotti indiani.

Discorso analogo potrebbe farsi anche con l’Occidente. Seppure gli interessi in gioco siano più strategici che commerciali (leggasi contenimento della Cina), un incremento delle violenze contro la minoranza islamica potrebbe rendere le relazioni con i partner occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti), già messe alla prova dalla resistenza indiana a condannare l’invasione russa dell’Ucraina, ancor più complicate. 

Nel meeting dello scorso settembre, il Presidente Biden, pur senza fare alcun riferimento ad episodi specifici, ha comunque evidenziato come il messaggio di Gandhi di non violenza, rispetto, tolleranza sia oggi ancor più importante che in passato. 

Una critica, invece, più palese è arrivata dal ministro degli esteri tedesco che ha espresso preoccupazione per la libertà di stampa in India, riferendosi all’arresto del giornalista musulmano Mohammed Zubair.

Anche in questo caso, l’India è interessata all’Occidente tanto quanto l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, lo sono all’India. Difficile immaginare che le relazioni tra il blocco occidentale e l’India possano dirsi in pericolo. La Germania, infatti, lo scorso maggio ha concluso una serie di accordi commerciali per un valore di 10 miliardi di euro. Ciononostante, un paese attraversato e scosso da troppe tensioni interne potrebbe essere visto come un partner non troppo affidabile.

Quali conseguenze sul fronte interno?

La minoranza musulmana in India è la più grande del paese. In termini percentuali essa rappresenta, secondo il censo del 2011, circa il 14% della popolazione. In termini assoluti questo dato significa 172.245.158 persone diffuse, peraltro, non omogeneamente sul territorio. Questo fa dell’India il terzo paese al mondo per numero di musulmani.

Seppur episodi di violenze religiose non siano nuovi nella storia indiana, la prevista crescita della popolazione, se non seguita da uno sviluppo economico e una moderazione nel linguaggio e attivismo politico, potrebbe portare ad un incremento delle tensioni e quindi dell’instabilità interna.

Come osservato in una nota del ministro degli esteri del Qatarconsentire che tali affermazioni islamofobe continuino senza punizione, costituisce un grave pericolo per la protezione dei diritti umani e possono portare a ulteriori pregiudizi e marginalizzazione, che produrranno un ciclo di violenza e odio”.

L’uccisione di un sarto ad Udaipur, in ritorsione alle frasi di Nupur Sharma, testimonia il rischio che si innesti una spirale di odio e violenze che potrebbe avere come conclusione una guerra civile.

La percezione è che il BJP abbia usato la carta religiosa per acquisire consenso, ma che la situazione potrebbe sfuggire di mano. È possibile, però, che il combinato delle conseguenze che la crescente islamofobia avrebbe sia sul piano interno che esterno possa portare il BJP a riflettere sulla propria politica e adottare un approccio più pragmatico.

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