Si aprono gli occhi di fronte alla natura e conseguenze della “cooperazione” cinese

La Cina continua, con le sue note modalità, a portare avanti la propria politica verso l’Africa e verso altri Stati del Pacifico e dell’America Latina, come il Venezuela, che vivono gravi crisi economiche e sociali, andando alla ricerca di miracolose soluzioni. Con la promessa di finanziamenti a pioggia e di “aiuti allo sviluppo” (uniti di sovente a forniture militari destinate a puntellare i propri alleati e satrapi locali), il governo di Pechino da anni ormai sviluppa una spregiudicata politica “neo-colonialista” il cui ultimo esempio è stato offerto, nei mesi scorsi, dal maestoso “Africa Forum” nel corso del quale è stato annunciato un tesoro, di 60 miliardi di dollari, da distribuire agli ipnotizzati leaders africani.

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In altri articoli abbiamo già evidenziato come le “luci cinesi” siano spesso accecanti per quei governi ma poi, nei fatti, si rivelino illusorie ed amare: ovvero, mega investimenti annunciati con altisonante propaganda che solo parzialmente sono poi corrisposti da concreti stanziamenti. Ma, soprattutto, una soffocante ipoteca sui Paesi “beneficiari” dove, in realtà, i “benefici” sono riservati a favore dei cinesi e della nomenklatura di potere locale. Un modello ben diverso da quello portato avanti da Taiwan che, nello stesso periodo in cui la stampa mondiale accende i riflettori, ad esempio, sulle città fantasma costruite da imprese cinesi di Africa, gusci vuoti senza alcuna utilità per chi vive in quelle terre, mette risorse, mezzi e tecnici qualificati per realizzare, in tante nazioni amiche, concreti progetti per lo sviluppo umano, per la nutrizione infantile, per la salute, per la educazione, per il sostegno agli orfani, per una agricoltura sostenibile, per l’acquacoltura e la pesca, per la piccola e media impresa diffusa sul territorio. Progetti di immediata utilità sociale che vediamo realizzati dal Guatemala alle Filippine, dallo Swaziland (ora Eswatini) all’Indonesia, dal Paraguay al Belize, da Solomon all’Honduras, da Nauru ad Haiti.

Una nuova tendenza, che sta emergendo e si sta allargando, vede però alcuni dei Paesi destinatari dell’“aiuto” cinocomunista assumere posizioni sempre più dubbiose, quando non apertamente critiche. La Sierra Leone, ad esempio, ha da poco annullato l’accordo per la costruzione di un aeroporto del costo di 400 milioni di dollari. Come da schema ormai noto, il partner finanziatore sarebbe stata la Cina, che avrebbe preso in carico la gestione della struttura a lavori terminati entro il 2022. Il Ministero dei Trasporti ha dichiarato, dopo attenta analisi, che l’operazione sarebbe stata svantaggiosa per il Paese. L’accordo era stato firmato, poco prima delle elezioni del marzo scorso, dal precedente Presidente Ernest Bai Kroma, legatissimo a Pechino, che ha poi perso le elezioni. Il nuovo Presidente, Julius Maada Bio, ha bloccato il piano cinese, valutando l’opera del tutto inutile perché l’aeroporto attuale è ampiamente sottoutilizzato. Bio ha dichiarato che “la maggior parte dei progetti infrastrutturali cinesi in Sierra Leone sono una farsa senza benefici economici e di sviluppo per le persone”.

Poco meno di un anno fa il Pakistan e il Nepal avevano ripudiato i termini di un accordo-capestro che avrebbe portato la Cina a controllare alcune strategiche dighe nei rispettivi territori. Sempre in Asia, nel loro “cortile di casa”, i cinesi debbono vedersela con altre inaspettate  e dure critiche. Il Primo Ministro della Malesia, Mahathir Muhammad, in carica dallo scorso maggio, ha sospeso 26 miliardi di dollari in progetti finanziati dalla Cina. Il Myanmar vuole un significativo ridimensionamento di un progetto portuale finanziato dalla Cina nel Golfo del Bengala, che causerebbe un enorme debito poi impossibile da ripagare. Una scelta, quella di chi non vuole diventare una “provincia” coloniale cinese, coraggiosa anche se ancora minoritaria rispetto al numero dei governi che si fanno incantare dalle allettanti promesse cinesi o, addirittura, hanno interessi di clientele politiche che li portano a spingere i propri Paesi nell’ “abbraccio mortale”. A questo proposito, è utile richiamare una recente analisi che compara la situazione di Gibuti, piccolo ma strategico Stato portuale dell’Africa orientale, con quella dello Sri Lanka. Quest’ultima Isola ha rischiato il crac nel 2017 dopo aver ricevuto in prestito dalla Cina più denaro di quanto non ne potesse rimborsare. In entrambi i Paesi i soldi sono andati a progetti infrastrutturali sotto l’egida dell’iniziativa, di stampo neo-imperiale, della cosiddetta “Nuova via della seta”. Lo Sri Lanka ha accumulato più di 8 miliardi di dollari di debiti verso le banche cinesi, con tassi di interesse fino al 7 per cento: un livello insostenibile. Con quasi tutte le entrate destinate al rimborso del debito, lo Sri Lanka ha gettato la spugna e ceduto in affitto per i prossimi 99 anni un intero porto a investitori legati alla società China Merchants Port Holdings, il cui capitale appartiene per il 70% alla Cina. Ed ecco la similitudine con Gibuti. Alla fine del 2016 la Cina possedeva l’82% del suo debito estero e, nel marzo 2018, Gibuti ha firmato un accordo di partnership con – guarda caso – la China Merchants Port Holdings per la costruzione di un porto destinato a diventare il principale punto di accesso anche per le basi militari straniere lì presenti. Qualcosa di analogo è accaduto anche in un altro Paese africano, lo Zambia, relativamente al l’aeroporto della capitale e alla compagnia elettrica nazionale.

In tema di neo-colonialismo, questo è esattamente il concetto che sta alla base della “Belt and Road Initiative” lanciata in pompa magna dall’eterno Xi Jinping come contributo cinese allo sviluppo dei popoli e all’amicizia tra le nazioni. Come commentato dall’Ambasciatore e già Ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, su questa testata “nei mesi scorsi un think tank particolarmente autorevole nelle questioni dello Sviluppo Sostenibile – il Centre for Global Development –  ha pubblicato una ricerca su otto paesi che sono ad alto rischio di “collasso finanziario” a causa dell’indebitamento contratto da quei Governi nella “Belt and Road Initiative”. Si tratta di Laos, Kyrgyzstan, Maldive, Montenegro, Gibuti, Tajikistan, Mongolia Pakistan. In meno di due anni, la percentuale debito/PIL è passata per effetto dei progetti cinesi BRI, rispettivamente (a cominciare dal Laos) da circa 50 al 70%; dal 23 al 74%; dal 39 al 75%; dal 10 al 42%; dall’80 al 95%; dal 55 all’80%; dal 40 al 58%; dal 12 al 48%”. Ancora l’Amb.Terzi di Sant’Agata ha spiegato come l’89% degli investimenti direttamente finanziati da Pechino nei trasporti, in 69 paesi dell’Eurasia, venga attuata da imprese cinesi. Ben diversamente, quando analoghi progetti sono finanziati da organizzazioni multilaterali, il 40% dei contractors è locale, il 30% di imprese straniere e solo un altro 30% di imprese cinesi”.

E la preoccupazione inizia a serpeggiare in un altro Stato africano messo nel mirino da Pechino: il Togo. Di recente l’Ambasciatore cinese di stanza a Lomé ha trionfalmente annunciato la volontà del suo governo di “aiutare” il Togo nell’attuazione del suo piano nazionale di sviluppo, con particolare interesse alla cooperazione nei settori delle infrastrutture, dell’energia e dell’agricoltura. Linguaggio, contenuti e conseguenze già note che hanno acceso l’ennesima lampadina d’allarme, in Togo e in altre parti dell’Africa. Una “luce rossa” alla quale dovrebbero prestare crescente attenzione e preoccupazione anche i distratti governi dell’Europa e dell’Occidente.