Il conflitto in Ucraina coinvolge non solo Mosca e Kiev ma anche l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Cina, la Turchia ed Israele, ognuno dei quali segue una distinta linea politica. Le stesse soluzioni avanzate per porre fine alla crisi o divergono profondamente presentando delle criticità che ne rendono difficile l’applicazione oppure appaiono estremamente irrealistiche.
L’ipotesi della neutralità, della divisione dell’Ucraina e del crollo del regime di Putin
Una delle soluzioni avanzate è che l’Ucraina diverrebbe un Paese neutrale godendo dello status che avevano l’Austria o la Finlandia nel dopoguerra, ovvero la preclusione ad aderire ad ogni organizzazione internazionale e ad ospitare sul suo territorio basi militari di Stati stranieri. Tuttavia queste due soluzioni presentano delle differenze sostanziali, in quanto la neutralità di Helsinki era più stringente di quella di cui godeva Vienna, visto che la Finlandia doveva impedire sul suo territorio ogni attività di propaganda contro l’URSS. Se questa proposta dovesse concretizzarsi, è probabile che sul piano militare Kiev disporrà solo di una forza di polizia per l’ordine pubblico interno e di una “Guardia Nazionale” con equipaggiamento leggero. Una delle questioni riguarda poi chi sarà incaricato di garantire lo status di neutralità di cui godrebbe Kiev. Nei colloqui di pace recentemente tenutesi in Turchia, una delle proposte avanzate dalla delegazione ucraina era che la neutralità dovrebbe essere garantita da un gruppo di Paesi quali Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Canada, Polonia, Francia, Turchia e Israele che, nel caso di un’eventuale violazione della sovranità di Kiev, sarebbero intervenuti in sua difesa in un’azione comune che riprenderebbe quanto previsto dall’art. 5 del Trattato NATO. Questa eventualità ha però incontrato la contrarietà della Francia e della Russia e lo scetticismo di alcuni importanti esponenti politici americani. Le garanzie a tutela dell’Ucraina non coprirebbero poi né la Crimea né i territori separatisti del Donetsk e del Luhansk sul cui status è in corso un ulteriore negoziato. In merito alla Crimea, occupata dalle forze russe dal 2014 e riunitasi a Mosca nello stesso anno dopo un referendum ritenuto illegittimo dalla comunità internazionale, è probabile che Kiev dovrà accettare che questa venga incorporata nella Russia essendo di fatto impossibile un ritorno sotto la sovranità ucraina, mentre per il Donetsk ed il Luhansk, due regioni di grande importanza economica visto che rappresentano il 20% del PIL ucraino, una soluzione possibile sarebbe quello di attribuirgli uno status di larga autonomia all’interno dell’Ucraina. In merito all’eventualità che il conflitto porti poi ad un “regime change” in Russia favorito anche dalle sanzioni imposte contro il Paese, va detto che si tratta di un’eventualità quanto mai irrealistica che potrebbe concretizzarsi solo come uno scenario di lungo periodo. Per prima cosa perché le sanzioni, come dimostrano i casi del Sudafrica, della Jugoslavia, della Serbia e dell’Iran, non hanno mai portato ad un rovesciamento dei governi in carica, anzi hanno stretto la popolazione intorno ai rispettivi regimi che si sono quindi rafforzati. In Russia poi non esiste al momento un’alternativa tra le forze politiche capace di presentarsi come alternativa a Putin e l’opinione pubblica russa, orientata dai mezzi d’informazione controllati dal governo, è in larga maggioranza schierata con il Cremlino.
Riguardo poi alla prospettiva di divisione del Paese, come ipotizzato in questi ultimi giorni da alcuni esperti ed agenzie d’intelligence, questa non appare una prospettiva praticabile e realistica. Mosca dovrebbe insediare a Kiev un governo “collaborazionista” filo – russo e tale soluzione si è sempre dimostrata fallimentare sul piano politico in quanto sarebbe vista con ostilità dalla popolazione che non riconoscerebbe la sua autorità. Con ogni probabilità quindi un governo simile non riuscirebbe ad assumere il controllo effettivo del Paese ed avrebbe una durata temporale alquanto limitata. Per Mosca i costi del mantenimento di un esecutivo legato al Cremlino sarebbero inoltre elevatissimi dovendo provvedere con delle proprie forze militari al mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico sul territorio posto sotto il loro controllo. E con ogni probabilità le forze russe si troverebbero a fronteggiare anche azioni di guerriglia e sabotaggio da parte dei nazionalisti ucraini. Allo stesso modo, un governo nazionalista insediato nella parte occidentale sarebbe estremamente debole e dovrebbe essere sostenuto militarmente ed economicamente dai Paesi NATO e dalla UE con il rischio che, in un simile scenario, le forze Alleate possano essere coinvolte in un scontro diretto con quelle russe.
Gli effetti delle sanzioni a Mosca ed il loro progressivo allentamento
Le sanzioni imposte alla Russia avranno un impatto significativo sull’economia del Paese, che è stimata in forte recessione per il 2022 ma anche su quelle dei Paesi europei, in quanto Mosca, a differenza del passato, è oggi integrata nel sistema economico internazionale. Nel caso del raggiungimento di un cessate il fuoco e di un progressivo ritiro delle forze militari russe dal territorio ucraino, è probabile che l’impianto delle sanzioni venga progressivamente allentato, un’ipotesi questa avanzata nei giorni passati da esponenti del governo britannico. Un eventuale default della Russia avrebbe infatti un impatto rilevante sul sistema economico e finanziario mondiale, mentre non meno significative sarebbero le conseguenze sul piano politico. Difatti in questo scenario la Russia diverrebbe un Paese al collasso economico ma dotata di una rilevante forza militare e di un arsenale nucleare, probabilmente in preda a disordini interni e davanti alle spinte secessioniste delle Repubbliche autonome dell’Asia che manderebbero in frantumi l’unità della Stato. Si tratta di uno scenario assai poco tranquillizzante non solo per l’economia ma anche per la sicurezza globale.
La posizione della Cina
La Cina, che non ha imposto sanzioni alla Russia, si trova però in una situazione quanto mai delicata, e non solo per le conseguenze di un eventuale collasso economico della Russia. Pechino dal lato diplomatico ha ribadito la fermezza dei suoi legami con Mosca, ma su quello economico una posizione troppo allineata alla Russia potrebbe però arrecare dei danni alle imprese cinesi che subirebbero i contraccolpi economici e finanziari delle sanzioni. Inoltre sul piano politico qualora Pechino decidesse di procedere al riconoscimento delle Repubbliche secessioniste del Luhansk e del Donetsk creerebbe un precedente che sconfesserebbe la posizione finora tenuta dal governo cinese sull’intangibilità delle frontiere di un Paese.
E sarebbe un precedente pericoloso per la Cina, in quanto in futuro questa eventualità potrebbe essere prospettata soprattutto per il caso di Taiwan.
La politica energetica degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sul piano energetico possono sostenere una linea dura contro Mosca dato che le importazioni di greggio russo coprono solo l’8% del fabbisogno americano ( il 51% viene dal sicurissimo Canada ). Per compensare questa perdita la Casa Bianca sta cercando di far rientrare Teheran negli accordi sul nucleare, anche se si tratta di un notevole errore strategico, in quanto l’Iran non hai avuto l’intenzione di rispettarli ed ha usato i fondi derivanti dalla fine delle sanzioni per finanziare il regime siriano, gli Houtis e gli Hezbollah che agiscono contro gli Stati Uniti ed i suoi alleati. Ed un analogo errore di valutazione è trattare con Maduro che userebbe il suo ruolo per favorire in America Latina il successo di candidati vicini alla sua linea e quindi ostili agli USA. Va detto però che i danni subiti dagli impianti petroliferi venezuelani in questi anni causati sia dall’embargo attuato contro Caracas nonché dalla pessima gestione delle infrastrutture operata dal regime di Maduro hanno fortemente ridotto la loro capacità produttiva e di estrazione e, di conseguenza, l’impatto delle eventuali forniture venezuelane sul mercato sarebbe molto limitato. Biden ha soprattutto gestito in modo confusionario i rapporti con la Russia. Per prima cosa, sul piano energetico, in base alla sua politica di progressiva eliminazione dei combustibili fossili, ha fermato il progetto dell’oleodotto “Keystone XL” con il Canada che avrebbe non solo creato posti di lavoro negli Stati Uniti ma assicurato la fornitura di almeno 800.000 barili di petrolio al giorno così da eliminare le forniture provenienti dalla Russia. Inoltre, lo scorso anno ha sospeso le sanzioni imposte alla società che gestiva il gasdotto “Nord Stream 2”, togliendo così un’importante arma di pressione su Mosca. E diversi commentatori hanno sostenuto come proprio la politica di Trump di fermezza verso Mosca abbia prevenuto Putin dal condurre azioni militari nei confronti degli Stati confinanti.
L’impatto del conflitto in Ucraina sui Balcani
Uno dei fronti che rischia di riaprirsi in Europa a causa delle tensioni con la Russia è quello dei Balcani. Mosca infatti potrebbe usare la Serbia, legata da storici vincoli di amicizia con Mosca, come dimostra anche il fatto che Belgrado si è opposta alle sanzioni contro la Russia pur dichiarando il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina, per destabilizzare la Bosnia – Erzegovina ed il Kosovo, che ha espresso il suo pieno sostegno al governo di Kiev. I riflessi della crisi ucraina pongono però per Belgrado anche degli interrogativi. Come sottolineato da alcuni analisti, la decisione presa da Putin di riconoscere l’indipendenza delle Repubbliche separatiste del Donetsk e del Luhansk, non presenta risvolti positivi per la Serbia che ha sempre contato sul sostegno della Russia nell’opposizione al riconoscimento del Kosovo motivandolo proprio con l’intangibilità ed il rispetto dei confini esistenti. Il riconoscimento di Mosca delle due entità separatiste in Ucraina potrebbe paradossalmente favorire le istanze di Pristina in merito all’ammissione del Paese nelle organizzazioni internazionali e quindi al completo riconoscimento internazionale della sovranità kosovara. Un altro Paese della regione che potrebbe risentire degli effetti del conflitto ucraino è la Macedonia del Nord.
A Skopje, contrariamente al governo che ha espresso la sua condanna per l’attacco di Mosca all’Ucraina. l’opposizione nazionalista della VMRO – DPMNE, il cui leader Hristijan Mickoski punta a divenire Primo Ministro, al contrario negli ultimi tempi ha completamente modificato la sua posizione assumendo una linea ostile alle UE e favorevole invece alla Russia ed alla Serbia.
Il ruolo di Israele e della Turchia
Israele ha tutto l’interesse a svolgere un ruolo di mediazione. Sostiene l’Ucraina perché Zelensky è di fede ebraica e questo rappresenta un motivo importante anche in ragione degli atteggiamenti di antisemitismo che hanno spesso segnato la storia ucraina, ma è anche in buoni rapporti con Mosca visto che proprio in ragione di questa cordiale relazione l’aviazione israeliana può compiere raid in Siria contro le basi dei fondamentalisti islamici. Allo stesso modo Ankara intende perseguire una politica estera autonoma come dimostra il fatto che negli ultimi anni la Turchia è entrata in entrata collisione sia con la NATO ed i suoi alleati nel Mediterraneo ed in Medio – Oriente ma anche con Mosca sulla Siria e la Libia, la Turchia ha definito l’azione militare russa come un “atto di guerra” e chiuso di conseguenza il passaggio degli Stretti turchi alle navi militari ma non ha imposto sanzioni alla Russia ed allo stesso tempo ha rifornito militarmente l’Ucraina di droni, prodotti da un’industria turca di proprietà del genero di Erdogan, una decisione fortemente criticata dal Cremlino. Con una situazione economica non più brillante come in passato e le numerose accuse rivoltegli da più parti di aver instaurato nel Paese un sistema autoritario, Erdogan con il suo impegno nel favorire una soluzione diplomatica del conflitto punta a far acquisire alla Turchia un ruolo di primo piano sulla scena internazionale presentando così il Paese come un elemento di stabilità per la sicurezza europea e mediorientale.

