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Gli “Accordi di Dayton” come soluzione al conflitto civile in Etiopia?

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Il Corno d’Africa indipendente, emerso successivamente al processo di decolonizzazione italiano nel 1941, è storicamente una regione sensibile a guerre civili. L’ultimo conflitto, in ordine cronologico, è quello che oppone il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) al governo di Addis Abeba; quest’ultima è la sede ufficiale dell’Unione Africana, l’organizzazione regionale chiamata ad intervenire concretamente al posto degli Stati Uniti al fine di prevenire l’escalation del conflitto regionale. Le analogie con la guerra in Bosnia ed Erzegovina suggeriscono che gli Accordi di Dayton, sponsorizzati in questo scenario dall’Unione Africana, possano essere la soluzione migliore.

Etiopia, un complesso mosaico di etnie

L’altopiano etiope è tradizionalmente una culla di diverse etnie sin dal Medioevo. Il popolo etiopico, che oggigiorno annovera più di 115 milioni di persone, si contraddistingue come una perla multiculturale dove 80 gruppi etnici diversi e circa 200 dialetti si crogiolano in uno scenario eterogeneo. Sono quattro i ceppi fondamentali che oggigiorno popolano il paese pivotale per lo sviluppo economico-istituzionale della Regione dei Grandi Laghi: il Semitico, Cuscitico, Omotico e il Nilo-Sahariano. Recentemente, il popolo Tigrai, appartenente al primo ceppo e che rappresenta circa il 6% della composizione etnica etiope, è tornato alla ribalta internazionale. 

I Tigrini, che abitano la regione a nord del paese, confinante con l’Eritrea, sono prevaletemene agricoltori ed allevatori che hanno dominato la politica interna per oltre due decenni. Tuttavia, sulla falsa riga dei profondi cambiamenti che dal 2018 caratterizzano Addis Abeba, il leader più giovane del continente africano, nonché Premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed, non è parso della stessa idea: nonostante l’enfasi sia stata subito posta sull’unità nazionale, un’ondata di arresti su base etnica è stata lanciata contro i leader del Fronte Popolare di liberazione del Tigrai. Dallo scorso novembre, la comunità internazionale ha assistito ad una promozione della comunità Oromo, l’etnia maggioritaria del paese di cui il Primo Ministro è membro, a discapito dei Tigrini, che ha causato uno dei conflitti più violenti del 2021

Addis Abeba, da esempio di successo economico a potenziale stato fallito

Per oltre 20 anni, l’Etiopia ha giocato una posizione pivotale per lo sviluppo dell’Africa Orientale, grazie ad una delle economie emergenti più strutturate di tutto il continente. Addis Abeba è sempre stata terreno fertile per un numero crescente di opportunità di investimento in vari settori, dall’agricoltura e dal turismo fino alla produzione di energia ed estrazione di minerali. Le prospettive dal punto di vista economico sembravano rosee a tal punto che il nuovo leader della nazione non descriveva più l’Etiopia come un paese in via di sviluppo. Dal punto di vista internazionale, dopo aver posto fine alla guerra ventennale in Eritrea, il Premier Abiy Ahmed sembrava inattaccabile; tuttavia, la realtà è totalmente differente: la dimensione locale è sempre stata caratterizzata da un etnonazionalismo fervente che ha causato una disintegrazione (annunciata) a livello nazionale. Oggigiorno, i confini del conflitto si estendono fino alle regioni limitrofe di Amhara ed Afar, dove forze somale ed eritree contribuiscono ad un’escalation di violenza preoccupante e, a tratti, ingestibile. 

L’Etiopia rischia di subire lo stesso destino della vicina Somalia, dove una sanguinosa guerra civile ha portato il paese ad essere considerato dal diritto internazionale come uno “Stato fallito”. La graduale perdita di controllo fisico del territorio da parte del governo centrale ed erosione della legittima autorità di quest’ultimo ha portato l’Etiopia all’11° posto del Fragile State Index (2021), l’indice degli Stati falliti pubblicato sulla rivista Foreign Policy. L’allontanamento del Tplf dalla politica etiope, largamente dominata da questo partito fino all’ascesa al potere di Abiy Ahmed, ha innescato una serie di eventi e di attacchi su base etnica che sono divenuti sempre più frequenti e gravi. Oggigiorno, l’Etiopia, caratterizzata da “i discorsi dell’odio a sfondo etnico”, sembra un paese nel quale possano confluire le esperienze drammatiche del genocidio dei tutsi del 1994 in Ruanda e della purificazione etnica che ha causato il disfacimento dell’ex Jugoslavia. Come sottolineato dall’ex rappresentante speciale dell’UE per il Corno d’Africa, sembra evidente che esista una soluzione efficace al fine di prevenire una tale deriva: un processo di pace simil-Dayton.

Il ruolo della comunità internazionale

Le ripercussioni di una possibile disintegrazione etiope, seppur tale prospettiva rappresenti una possibilità remota, sarebbero inimmaginabili. Nonostante gli Accordi di Dayton non abbiano attenuato, nemmeno 25 anni dopo, le frizioni tra i tre principali gruppi etnonazionali presenti a Sarajevo, ancora oggi questi accordi di pace sono considerati un successo della comunità internazionale. L’unica soluzione possibile alla guerra in Etiopia è quella del dialogo attraverso una mediazione diplomatica internazionale. Alcune regioni – il Tigrai e l’Oromia in primis – si ritengono enti autonomi in contrasto tra loro, caratterizzati da una propria cultura, lingua e religione. Ingerenze esterne nell’ambito della disputa sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam, provenienti principalmente dagli stati rivieraschi del Nilo, Egitto e Sudan, intensificano e aumentano l’opacità del conflitto, rendendo fondamentale l’intervento della comunità internazionale.

Tuttavia, se da un lato, l’Amministrazione Biden predilige una posizione neutrale, dall’altro, l’Unione Europea non sembra avere una posizione strutturata e comune dal punto di vista geopolitico, ponendo l’enfasi solamente sulla dimensione economica e sulle potenziali ripercussioni che le imprese europee potrebbero subire nei prossimi mesi. Il ‘cessate il fuoco’ invocato dall’Unione Africana non è più sufficiente: l’amministrazione dell’organizzazione regionale, situata ad Addis Abeba, è quasi sempre rimasta in silenzio e nelle retrovie, senza offrire una soluzione concreta alla crisi. Siccome è altamente improbabile che una risoluzione a breve termine del conflitto possa verificarsi, oggi più che mai l’Unione Africana è chiamata ad intervenire concretamente per evitare che la spirale di violenza nel paese, specialmente a livello umanitario, trasformi l’Etiopia in un potenziale stato fallito.  

Conclusione Il protrarsi del conflitto etiope avrà forti ripercussioni sui popoli del Corno d’Africa nel corso del 2022. L’inviato speciale dell’Unione Africana per questa regione, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, sta lavorando intensamente, attraverso incontri coi vari leader e visite nelle regioni più martoriate, al fine di strutturare un programma che possa soddisfare tutti le parti coinvolte. Nel 1995, gli Accordi di Dayton posero fine alla guerra civile jugoslava attraverso la creazione di una struttura statale unica nel suo genere, in grado di garantire stabilità politica e militare; con riferimento al conflitto etiope, questo ruolo potrebbe essere assunto direttamente dall’Unione Africana, attraverso la figura del Presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, con l’obbiettivo di limare tutte le differenze politiche cercando, da un lato, di reintegrare gradualmente le autorità tigrine nella vita politica del paese, dall’altro, fungendo come mediatore garante dell’autorità di Abiy Ahmed. La risoluzione di questo conflitto, presumibilmente a lungo-termine, si basa principalmente sul consenso di tutti gli attori in gioco e sulla volontà di porre fine ad una crisi umanitaria di proporzioni disastrose.

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