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La Conferenza di Monaco rivela la natura profonda del conflitto sino-americano

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La 59esima edizione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco è stata tra le più accese e seguite di sempre, complice la guerra in Ucraina e la generale instabilità dello scenario planetario. Eppure, oltre alle contingenze dettate da percepite insicurezze e, appunto, complessità dello scenario, i discorsi dei leader di Stati e organizzazioni hanno calcato temi noti, già sviscerati dagli analisti e ormai insiti nelle “politiche estere” dei centri del pianeta.

Wang Yi: repetita iuvant

Nonostante abbia mantenuto una linea piuttosto consueta, Wang Yi, Direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale per la Politica Estera e uomo della continuità diplomatica promosso durante il XX congresso del Partito comunista cinese, ha lasciato l’impronta mediatica più profonda, sfruttando opportunamente le visite in Francia e Italia precedenti all’approdo a Monaco e costruendo una narrazione di grande impatto. Infatti, il “capo” della diplomazia cinese ha ribadito al pubblico i principi generali che informano la politica estera cinese nella “nuova era”, quali la cooperazione win-win, l’impegno di Pechino a preservare la globalizzazione economica e a mantenere la pace e la stabilità internazionali. Una performance da manuale del Partito, un discorso da interprete competente del pensiero di Xi Jinping.

Al dovizioso quadro retorico della visione del mondo cinese Wang ha aggiunto anche tre elementi in teoria più sostanziali. In primo luogo, l’annuncio di un concept paper con cui la Cina proporrà la propria soluzione al conflitto in Ucraina, tentando di bilanciare le “legittime preoccupazioni di sicurezza” della Russia e integrità territoriale dell’Ucraina, in un equilibrismo complesso che nasce dall’ambiguità che la Cina stessa perpetua in relazione ai due principi della “sicurezza indivisibile” e della sovranità statuale: alla non interferenza nei propri affari interni (diritti umani) e al preteso rispetto della propria sovranità territoriale (Taiwan et similia) Pechino deve giustapporre una considerazione negativa sull’allargamento della Nato, per il PCC e altri osservatori causa profonda dell’invasione russa dell’Ucraina.

A tal proposito, Wang non ha risparmiato stoccate agli Stati Uniti, non solo un rivale geostrategico ma anche, e forse soprattutto, una forza “destabilizzatrice” che mette in pericolo la globalizzazione economica, un gioco a somma positiva che, per Wang, non può ridursi alla “mentalità da guerra fredda” di Washington (anche in questo caso, nulla di nuovo “sotto il cielo”). Sotto accusa, infatti, la reazione “eccessiva e isterica” degli Stati Uniti nella gestione della “emergenza” del pallone aerostatico cinese, per i militari americani pallone spia e per i vertici cinesi pallone meteorologico. Una reazione che la retorica del Pcc attribuisce ad un attore teso e unicamente reattivo che vede svanire il proprio privilegio. La medesima mentalità si manifesta nell’approccio alla guerra in Ucraina degli USA che, secondo Wang, vedono nel conflitto armato soltanto un’occasione per avanzare i propri interessi strategici in chiave antirussa a scapito delle vite della popolazione ucraina, sacrificabile sull’altare del dominio “geopolitico” sull’Europa.

Il fil rouge del discorso di Wang porta proprio al Vecchio continente, dipinto come succube del dominio americano e imbrigliato in una NATO che, dietro promesse di sicurezza collettiva, diventa strumento dei lugubri interessi di Washington, impedendo all’Europa, comunque intesa, di acquisire un grado sufficiente di “autonomia strategica” grazie al quale potrebbe tendere verso il “naturale” partner economico cinese.

Un confronto tra visioni

Eppure, è forse la retorica, seppur ripetitiva, ad evidenziare un aspetto che va oltre l’agenda più o meno strutturale dell’oggi. Dalle parole di Wang, che siano sincere o meno, si deduce una particolare visione del mondo, ad oggi la differenza sostanziale tra Cina e Stati Uniti: un confronto non tra ideologie ma tra modi diversi di percepire ed immaginare, anche strumentalmente la realtà.

Sul piano pratico (e quotidiano) di conduzione delle relazioni internazionali la Cina segue un copione prevedibile in cui si segue un obiettivo, non per forza chiaro, e ci si scontra su molteplici terreni con l’attuale egemone globale. Il vero confronto si gioca, però, sulla relazione con i processi di globalizzazione, intesi nell’accezione più ampia del concetto. Infatti, la Cina, invero strumentalmente, propone una realtà internazionale fatta di connessioni globali sostanziate, accanto alla Belt and Road Initiative (BRI), dalla Global Security Initiative (GSI) e dalla Global Development Initiative (GDI), menzionate da Wang nel proprio discorso: la visione cinese è quella del Tianxia, di un mondo dove, quando fa comodo, non c’è spazio per isolazionismi e in cui con le relazioni economiche non interferiscano i problemi di sicurezza, da risolvere in sedi multilaterali.

Una “bella storia da raccontare”, una narrazione globale, anzi universale, che però vede sempre al centro la Cina stessa. Un “sino-centrismo universalistico”, dunque, che non può prescindere, nonostante il tentativo della dual circulation e l’esperienza delle chiusure anti-Covid, dal buono stato del commercio globale, non intralciato dalle preoccupazioni per un concetto “antiquato” come la sicurezza nazionale. Appunto, una “bella storia da raccontare”.

Questa stessa capacità di immaginare una realtà diversa da quella attuale sembra mancare, invece, a Jens Stoltenberg, reduce da un tour asiatico di notevole rilevanza. Dalle parole del Segretario Generale della NATO emerge una visione del mondo che tradisce il sogno liberale. L’Occidente democratico si sente assediato dalle autocrazie che, su più livelli, minacciano l’ordine costituito, potenze dipinte come revisioniste, Russia e Cina, che con la guerra o con l’influenza puntano ad un cambio nella distribuzione del potere. Questa percezione si evince molto chiaramente dalla preoccupazione di Stoltenberg per il rischio posto dalla dipendenza economica dalla Cina, un regime autoritario e pertanto intrinsecamente inaffidabile.

Il leader della NATO vuole, in sostanza, richiamare gli alleati a non commettere lo stesso errore commesso con la Russia: dipendere da partner non affini politicamente è, banalmente, pericoloso. E così Stoltenberg tradisce il sogno liberale, poiché sembra che l’interdipendenza economica non sia più capace di assicurare la pace, né, tantomeno, di far virare, infiltrandoli con ideali di libertà e autonomia individuale, sistemi politici autoritari verso forme più democratiche.

È questo lo stesso manicheismo ormai cifra cruciale della politica estera di Joe Biden: democrazie contro autocrazie, uno strumento retorico, dalla dibattuta ma probabilmente discreta efficacia, che fa leva sul senso identitario dei governi occidentali ed è sostenuto da una prova empirica piuttosto valida, l’attacco alla democrazia ucraina da parte del regime russo. Un manicheismo che, però, nonostante possa essere ampiamente giustificato, conferma la visione cinese di un Occidente in preda al panico, che reagisce compatto, ma ha perso la capacità di essere un modello, di far sognare il resto del mondo, per motivi diversi fin troppo lontano dalla democrazia, comunque la si intenda, per aspirare ad un ruolo da pari con i “buoni” e dunque spesso terreno d’influenza per i “cattivi”. Ed ecco che Monaco rivela quanto forse già sapevamo: lo scontro, tutt’altro che tra modelli e ideologie, è uno scontro tra modi di immaginare il mondo, di raccontarlo uno e multicentrico (si legga sinocentrico) o diviso dall’eterna lotta tra libertà e autoritarismo. Due visioni evidentemente smentite dalla ben più complessa realtà dei fatti, incapaci di cogliere le sfumature necessarie di uno scenario in cui, da una parte e dall’altra, il soft power sembra mancare sempre di più.

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