La Conferenza sul clima di Katowice: nuova prova di forza della Cina a caro prezzo per l’ambiente

Gli echi della Conferenza sul clima di Katowice, svoltasi a inizio dicembre, non si sono ancora spenti e ancor di più stride l’assenza forzata cui è stata costretta Taiwan. Ovvero una democrazia tra le piu dinamiche e vibranti dell’Asia – come ha dichiarato il Segretario di Stato USA Mike Pompeo – all’avanguardia nella comunità internazionale per il suo straordinario sviluppo tecnologico all’insegna della green economy. Ancora una volta le imposizioni della Cina comunista hanno prevalso sulla realtà, sul buon senso, sui diritti fondamentali di un popolo di 23 milioni di cittadini, e Taiwan si è trovata esclusa da un evento non “rituale” ma anzi finalizzato a discutere di fatti concreti, a partire dalla definizione del set di norme tecniche volte a stabilire come i Paesi dovranno misurare le loro emissioni di gas serra e riferire dei progressi compiuti nell’adempiere ai loro impegni sul contenimento delle emissioni di CO2. 

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Come dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla vigilia della Conferenza, l’esposizione all’inquinamento atmosferico causa ogni anno 7 milioni di morti in tutto il mondo e costa circa 5,1 trilioni di USD in perdite di benessere a livello globale. Nei 15 Paesi che emettono la maggior parte delle emissioni di gas serra, si stima che gli impatti sulla salute dell’inquinamento atmosferico costino più del 4% del PIL. Le azioni per raggiungere gli obiettivi di Parigi costerebbero circa l’1% del PIL globale. “L’Accordo di Parigi è potenzialmente l’impegno a favore della salute più forte di questo secolo”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreysus, Direttore generale dell’OMS. “Le prove dimostrano chiaramente che il cambiamento climatico sta già avendo un grave impatto sulla vita e sulla salute umana. Minaccia gli elementi di base di cui tutti abbiamo bisogno per una buona salute – aria pulita, acqua potabile sicura, fornitura di cibo nutriente e riparo sicuro – e minerà decenni di progressi nella salute globale. Non possiamo permetterci di ritardare ulteriormente l’azione”.

Giova ricordare come nello scorso maggio, a proposito di OMS, Taiwan fosse stata esclusa, per il secondo anno, dall’Assemblea annuale di Ginevra a causa del diktat del regime cinese – al quale la OMS si è piegata tradendo il suo stesso Statuto che proibisce ogni forma di discriminazione razziale, religiosa e politica – in odio alla impostazione liberalprogressista del governo taiwanese vincitore delle elezioni del 2016. La tutela dell’ambiente e della salute sono temi fondamentali per la umanità intera ed è scandaloso e vergognoso che a un governo, per giunta della natura antidemocratica e illiberale di quello cinocomunista, sia consentito di esercitare veti di carattere politico e partitico a danno di un intero popolo. A ricordarlo, con parole chiare e coraggiose, proprio nei giorni della riunione di Katowice, sono stati alcuni Paesi che non si sono fatti comperare da Pechino rimanendo solidali con Taiwan: Kiribati, Nauru, eSwatini, Tuvalu, Nicaragua, Paraguay, Honduras, Isole Salomone e Haiti. Anche altri Paesi hanno inviato una lettera agli organizzatori della Conferenza affermando che Taiwan non avrebbe dovuto essere esclusa.

Una situazione paradossale, insomma, e purtroppo niente affatto nuova perché la stessa comunità internazionale, mentre cede al pressing cinese all’insegna della cosiddetta “One China Policy”, è del tutto conscia non solo dell’assurdità della situazione ma anche, nello specifico, di come Taiwan giochi un ruolo importante per la tutela dell’ambiente e della salute, pur essendo esclusa dalle organizzazioni internazionali, comprese quelle alle cui attività, fino a pochi anni orsono, aveva preso parte come “osservatore” con un impegno da tutti apprezzato. Non a caso a Katowice è stata presente, pur non come partecipante ufficiale, una nutrita delegazione taiwanese guidata dal Ministro dell’Ambiente, Tsai Hung-teh, che ha avuto incontri bilaterali con i rappresentanti di 38 Paesi (compreso il Prmo Ministro di Tuvalu, che ha portato l’allarme del suo e di altre nazioni dell’Oceano Pacifico messe in pericolo dall’innalzamento dei mari).

Negli incontri a latere dei lavori ufficiali di Katowice, Taiwan ha evidenziato i propri straordinari sforzi di riduzione del carbonio nei settori energetico, manifatturiero, dei trasporti, immobiliare, agricolo e ambientale. Straordinari non solo perché volti a raggiungere standard elevatissimi di protezione dell’ambiente ma anche e soprattutto perché – come già notato su queste colonne – portati avanti nonostante l’esclusione forzata dall’Accordo sul clima di Parigi del 2016 e quindi dalle conseguenti Conferenze internazionali come quella svolta in Polonia. Proprio il lavoro congiunto in progetti a impatto ambientale minimo è una componente sempre più forte della efficace cooperazione allo sviluppo taiwanese nel “sud del mondo”. In definitiva, ci troviamo di fronte a un Paese – Taiwan – che formalmente è escluso, per ordine del regime cinomunista, dagli accordi internazionali e che però contribuisce per la propria rilevante parte al contrasto all’inquinamento e quindi ai cambiamenti climatici, come richiesto esplicitamente, a un livello ancor più elevato dell’Accordo di Parigi, dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Già prima della firma di Parigi, Taiwan aveva pubblicato il proprio ambizioso piano per arrivare a dimezzare, nel 2050, le emissioni di anidride carbonica rispetto ai livelli del 2005.

Su un altro piano vi è la Cina che, secondo osservatori presenti a Katowice, avrebbe tentato di svolgere, durante il summit, una gigantesca quanto grottesca “operazione simpatia” presentandosi come nazione ambientalista e desiderosa di marcare la differenza dagli Stati Uniti divenuti renitenti ai vincoli internazionali, mentre invece è proprio la Cina il maggiore inquinatore del mondo. Secondo le proiezioni del Global Carbon Project – un gruppo internazionale di scienziati che studia l’evoluzione del ciclo del carbonio e le sue conseguenze per l’ambiente – le emissioni totali di CO2, dovute all’utilizzo di combustibili fossili, toccheranno 37,1 miliardi di tonnellate alla fine del 2018, con un aumento stimato del +2,7% rispetto al 2017. Ed è la Cina – come reso noto in coincidenza con la Conferenza polacca – che ha avuto, a partire dagli anni duemila, e continua ad avere un ruolo dominante nella crescita delle emissioni di CO2 a causa soprattutto dell’impiego massiccio di carbone nel mix energetico.